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La Biblioteca Provinciale di Foggia chiuderà al pomeriggio. Ve lo racconto, da dentro

di Roberta Pilar Jarussi

Vivo a Foggia. Lavoro in Biblioteca. Il suo nome completo sarebbe Biblioteca Provinciale di Foggia “La Magna Capitana”, ma così per intero, non lo dice mai nessuno, basta dire ‘la Biblioteca’, con tono sicuro, e tutti capiscono.

Io per esempio lo dico con una certa fierezza, che lavoro faccio. Lo dico con orgoglio, e fuori città mi apprezzano, ho scoperto, mi riconoscono, cioè non che sappiano di me, ma spesso conoscono la biblioteca alla quale appartengo, perché tra le biblioteche Italiane, la nostra è una di quelle di cui si parla assai bene.

Vivo a Foggia. Non sono molto contenta della città in cui vivo, neanche di lasciar crescere qui i miei figli adolescenti, potenzialmente vulcanici, grandiosi o persi, chi lo sa, il limite è esile e il luogo non fortifica. Me ne andrei volentieri altrove, se potessi. Una delle ragioni per cui non me ne vado, otre a mia madre vecchia, ai soldi pochi, ai figli due, è la mia biblioteca. A cui sono legata. Molto. Per questo la chiamo mia.

Qui siamo tanti. In Biblioteca, dico. Non siamo tutti amici tra noi. No, no. Non ci vogliamo tutti bene. Ci stimiamo moltissimo, solo in alcuni casi, oppure così così, una stima, diciamo, normale, è più frequente.  In altri casi ci ignoriamo, o scherziamo soltanto, o buon giorno e buona sera, superficialmente, ce ne diciamo di tutte le maniere, talvolta, critiche anche bastarde.

Però c’è un dato.

Noi che lavoriamo qua, sentiamo di fare un lavoro che non assomiglia a niente. Per esempio non assomiglia a quello di altri impiegati in altri uffici. Non dico che questo sia un lavoro più importante, o più prezioso, o più bello, più leggero o più impegnativo, più gradevole, più creativo. Non saprei cosa dire in questo senso. Però è un lavoro che non assomiglia a nessun altro. E noi questa identità ce la portiamo tatuata addosso, da qualche parte.

Il 24 aprile, a ridosso del ponte di primavera che ci avrebbe tenuto sonnacchiosi e imbambolati di pollini ancora qualche giorno, mentre invece dovevamo essere pronti e vigili per capire bene quel che sta accadendo, il Commissario prefettizio Fabio Costantini ha deciso di abolire le turnazioni all’interno della Biblioteca. Questo comporterà un cambio sostanziale di orario, da subito, dal 2 maggio. Non più, quindi, apertura continuativa dal lunedì al venerdì, dalle 8.30 alle 19.30, e al sabato solo al mattino dalle 8.30 alle 13.30, ma apertura solo al mattino. Il sabato chiuso.

E poi apertura per un paio d’ore, un paio di pomeriggi alla settimana, al martedì e al giovedì, come per tutti gli uffici.

Rientri, si chiamano.

Noi che un ufficio comune non siamo.

Chiaro, no?

Alle 13.30 la Biblioteca è chiusa.

Io non voglio entrare nel merito di costi, tempi, capitoli di spese, soldi destinati a cosa, perché, per quanto, a risparmi possibili ed eventuali o dubbi, non so. Non è il mio campo. Io non voglio parlare di questo.

Io non voglio parlare neanche di chi lavora qui, esattamente qui, tra questi libri, questi scaffali, tra pile di volumi e dvd e riviste, per esempio dove io mi trovo adesso, mentre metto insieme questo pezzo, tra gli utenti, sempre diversi, o fedelissimi, esattamente qua, e non in un altro ufficio, qua, a fare un orario per certi versi più scomodo, a fare un lavoro in cui bisogna esserci, con la voglia, dico, con l’energia in corpo e idee buone in testa, perché sei sempre in bocca al pubblico, un pubblico che esige. Non voglio parlare del cosa perde o perderebbe, chi lavora in biblioteca, in ambito professionale, in specificità e competenze, e in termini anche umani (non parlo io dell’aspetto economico, ripeto), con l’entrata in vigore del  ‘nuovo’ orario’ che poi è quello vecchio, quello che era in uso tanti anni fa.

Io più che altro voglio raccontare cos’è una biblioteca, dal punto di vista dell’utente. Parola che detesto. Utente. La trovo spigolosa e fredda, come parola. Neutra, asettica, sgradevole. C’ho messo forse due anni ad adoperarla. Poi tutti la usavano con grande disinvoltura, come se gli ‘utenti’, appunto, non si potessero chiamare in nessun altro modo, e allora ho cominciato ad usarla anche io.

Come quando i medici dicono ‘pazienti’.

Ogni utente, proprio come ogni paziente nella sala d’attesa, è diverso da un altro. Non ce ne stanno due uguali. Per questo è una parola fastidiosa. Perché appiattisce una fetta immensa di umanità, piena zeppa di sfumature, e la chiude dentro una definizione stretta. I pazienti. Le madri. I gay. Gli utenti.

Come faccio a descrivere i miei utenti.

Beh, potrei. Io i miei utenti li conosco uno ad uno. Certi li riconosciamo senza vederli,  dal passo, da come accompagnano la porta appena entrano, o da come la sbattono. Dai tic, da un vezzo. Dai gesti.

Sono proprio tutti diversi.

Vengono in biblioteca perché hanno qualche cosa da fare.

Devono studiare sui loro libri, sui loro appunti, se li portano da casa, si sistemano in un angolo di tavolo e stanno un giorno intero.

Vengono perché cercano un libro preciso, o un film, o un disco, se lo prendono in prestito e se lo portano.

Vengono perché cercano qualche cosa di molto preciso, di difficile, o di molto vago, vaghissimo, incomprensibile, non lo sanno neanche loro che cosa vogliono. E allora poi, con pazienza, insieme cerchiamo di decifrare esigenze, necessità, desideri. A volte poi si cambia direzione, via via, è molto divertente. È la cosa più bella del nostro lavoro. Le divagazioni sul tema.

Vengono perché fuori fa freddo e non hanno una casa.

Vengono perché si addormentano sulla poltroncina per cinque minuti. O davanti al monitor, con una cuffia in testa. Qui c’è silenzio, come in una chiesa laica. È meglio riposare tra i libri, piuttosto che all’angolo di una strada.

Vengono perché hanno litigato con qualcuno e non hanno voglia di niente, e vengono qui, per un paio d’ore, a leggere, a toccare le pagine, nessuno gli chiederà il conto.

Vengono per guardare un film, per seguire una guida all’ascolto, perché c’è una cosa particolare da fare, un laboratorio, una conferenza, un incontro con uno scrittore.

A volte è la biblioteca ad andare nei posti. Come la montagna a Maometto. In certe scuole difficili. In certi quartieri difficili. In certi paesi dimenticati. Con il bibliobus, in strada. E in carcere. Perché loro non possono scegliere. Noi sì, noi possiamo scegliere. E allora andiamo noi da loro. Mandatemi in carcere a lavorare! Mi piace moltissimo.

Quando avremo il tempo per fare queste cose, ora? Per muovere la montagna, per raggiungere chi non ha gambe.

Quando lo faremo?

E poi ci sono i bambini. Moltissimi. Non si immagina quanti ne sono.

La biblioteca dei ragazzi merita un racconto a parte, perché i bambini e chi coi bambini lavora, valgono doppio. Io qui non lavoro coi bambini. Ci vado solo alcune ore di sabato, quando è il mio turno, cioè quando era il mio turno (ora al sabato la biblioteca sarà sempre chiusa) a respirare quell’aria di ‘utenti’ di cristallo, di utenti in miniatura, che mi piace moltissimo. A volte a quattro zampe, o ancora addosso alla madre, con il capezzolo in bocca. Mai come nel caso di questi minuscoli lettori, la parola ‘utente’ stride tanto.

Ma va bene.

Usatela tutti.

Gridatela pure.

Ma interessatevi a loro.

Pensate per esempio a tutta questa utenza sbattuta in mezzo alla strada, dalle 13.31 in poi.

A bambini, ragazzi, giovani e meno giovani, studenti o lavoratori, donne, uomini, al mattino blindati altrove, che al pomeriggio trovano il doppio cancello della biblioteca serrato, con un bel cartello che li avvisa del nuovo orario, lo teniamo solo per qualche giorno, poi impareranno!

Pensate ai pendolari che arrivano la mattina presto dalla provincia. Alcuni nostri paesi in pieno inverno stanno bloccati dalla neve, e in piena estate alla controra non è il caso restar in giro, lo dice pure il telegiornale. E allora i nostri utenti pendolari si portano un’insalata da casa o una porzione di pasta al forno, o prendono un cappuccino dai baristi gentili, e restano a mangiare qua, seduti sulle scale come nelle belle biblioteche della capitali europee.

Pensate alle piccole biblioteche della provincia, che fanno parte del polo di cui noi siamo capo fila. E ai loro utenti, che hanno noi, sempre, come punto di riferimento.

Pensate al servizio di prestito interbliotecario, a quegli utenti che ne fanno uso, allo scambio di libri con le biblioteche di tutta questa lunga Italia, e anche di fuori, a tutti i documenti che qui arrivano o da qui partono.

Pensate poi ai disperati, ai senza niente, a quelli che in estate danno i numeri e in inverno dormono sui bocchettoni che gettano calore. Utenti, anche loro. La biblioteca ovunque e da sempre è, anche, un luogo che accoglie. Una casa. Non siamo sociologi, neanche psicologi, neanche persone particolarmente garbate, spesso abbiamo tanti di quei problemi, rughe tirate in faccia e un pessimo carattere. Ma il fatto di stare qua dentro, a maneggiare con disinvoltura il frutto di intelligenze e ricerche e studi e alta umanità, ci rende ai loro occhi, che lo sappiano o meno, agli occhi di questi utenti senza famiglia e senza parrocchia, delle persone ‘grandi’, capaci di cose grandi, di capire bisogni grandi, intraducibili. Di ascoltare, trasformare, suggerire.

Vivo a Foggia.

La mia città è sull’orlo del collasso. Io dico così perché sono sentimentale e la difendo sempre, e copro le vergogne. Quelli concreti e razionali, questo collasso lo sanno da tempo. Altro che orlo!

Per esempio il nostro Teatro Giordano, teatro storico della città, è chiuso non so più da quanti anni. Quando studiavo scenografia all’Accademia di Belle Arti, alla fine degli anni ’80, funzionava bene il teatro, era rosso e liscio di velluto, ci portavano a vedere com’è fatta una quinta, un fondale, o sopra il traliccio, a sentire le vertigini.

Hanno chiuso anche l’Oda Teatro, comunque. Voluto dalla Provincia proprio, mica tanto tempo fa. Un teatro giovane, fatto da giovani. All’inizio degli anni ’90, quando il regista Carlo Formigoni venne a formare un gruppo di giovanissimi futuri attori, che poi avrebbero dato vita alla compagnia Cerchio di Gesso (anima dell’Oda), io ero con loro. In quel ‘prima’, c’ero. Ricordo la qualità, il rigore e la magia di quel percorso formativo. Eravamo ragazzi e ragazze.

Hanno fatto un sacco di strada, da allora.

L’oda Teatro ha cresciuto bambini e adulti, e famiglie intere. Ma che ve lo dico a fare. È chiuso.

Chiude tutto.

Tutto quello che chiude oggi, ieri nasceva da fatica e serietà.

La biblioteca però c’è. Mi dicevo. Fino a l’altro ieri.

A tratti pronta a colmare tutte le mancanze, i buchi, le crepe da tutte le parti.

Spettacoli, concerti, eventi, che in città non si fanno quasi più. Più, direi.

Non ci sono più i soldi? Fa niente. In Biblioteca, facciamo gli eventi senza soldi. Come maghi, o Santi.

Non possiamo invitare più nessuno da fuori? Fa niente. In Biblioteca facciamo le cose ‘da dentro’, anzi qualcuno lo invitiamo lo stesso, perché chi ha voglia di venire per passione o per ‘militanza’, come dicevano quelli più grandi di me quando io ero bambina, ci sta ancora. E se c’è, noi lo troviamo, è sicuro.

Ho conosciuto persone importanti in questa biblioteca. Indimenticabili.

Studiosi, ricercatori, filosofi, etologi, poeti, illustratori, autori per bambini, fotografi, musicisti, e poi un sacco di scrittori. Con alcuni di loro c’ho avuto a che fare, di certi sono diventata molto amica.

Ieri, mentre il cielo di questa città finita nella quale io vivo e faccio vivere, martoriata dai sensi di colpa, i miei ragazzi, diventava grigio, e poi da capo azzurro, e poi grigio di nuovo, e buttava un po’ d’acqua, io ho scritto su Facebook due righe su quel che sta accadendo in Biblioteca. E tutti gli scrittori hanno risposto, ma subito. Scrittori veri in carne ed ossa, mica solo nomi e cognomi. Scrittori dei quali, qui, in questi scaffali, abbiamo libri e libri. Scrittori amici, schierati, complici. Come se fosse un richiamo all’ordine, un dovere morale, una cosa che ci riguarda tutti. Che riguarda i lettori, gli intellettuali, gli studiosi, gli scrittori, i ragazzi, i passanti, i soli, i nessuno, i piccoli, i piccolissimi.

La gente di ogni parte d’Italia.

Non solo di questa città.

Se una biblioteca chiude, fa male a tutti.

Tutti almeno una volta siamo entrati a cercare un libro raro, e poi lo abbiamo trovato. Tutti almeno una volta siamo venuti in biblioteca, e ci siamo sentiti a casa.

Tutti almeno una volta siamo arrivati di corsa in biblioteca e l’abbiamo trovata chiusa. Tutti, quella volta, abbiamo maledetto la pioggia che ci bagnava, la scadenza che ci alitava sul collo, il documento che non avremmo recuperato in tempo, il bibliotecario che c’avrebbe capito, c’avrebbe aiutato, che però, maledizione, non c’era.

Tutti siamo utenti.

 

Ore 17.10.

Se non fosse per la privacy, vi farei un paio di foto della folla di ragazzi e ragazze, il più grande avrà 24 anni, che riempie, esattamente ora, la mia sala, quella di fronte, quella sopra (sopra sono un po’ più ‘vecchi’, per modo di dire), lo spazio fuori, in faccia al sole, i tavolini, il bar, la balconata, le scale, la strada qua sotto.

Commenti
46 Commenti a “La Biblioteca Provinciale di Foggia chiuderà al pomeriggio. Ve lo racconto, da dentro”
  1. Augusto Marasco scrive:

    Domani, giorno dell’ultima apertura pomeridiana secondo la decisione del commissario straordinario della Provincia, sarò davanti alla Biblioteca insieme al Partito Democratico a testimoniare un’attenzione vera rispetto al futuro di quella istituzione.
    Sono candidato sindaco e potrebbe, da un lato, sembrare attenzione strumentale, dall’altro, apparire una perdita di tempo dato che non si tratta di una questione capitale per la vita quotidiana dei cittadini.
    Preferisco sfidare l’una e l’altra interpretazione (non a caso ho chiamato la mia lista civica “Il pane e le rose”) e ribadire quello che ho già detto quattro giorni fa, subito dopo che si era diffusa la notizia della decisione del commissario. La nuova Amministrazione comunale si candida a farsi carico di una gestione della Biblioteca che ne prolunghi l’apertura perfino nelle ore notturne, integrando il lavoro volontario degli studenti e quello professionale, e proponendo “La Magna Capitana” come uno dei motori del grande progetto del Parco urbano e archeologico “Campi Diomedei” sull’area dell’ex Ippodromo.

  2. Maria Lucia Tizzani scrive:

    Cara Roberta,
    che bello leggere le sue parole.
    Sono di Manfredonia, ma la Biblioteca Provinciale la conosco bene, perché 40 anni fa è stata una delle “intuizioni” di mio nonno, l’Avv. Berardino Tizzani. Sarebbe stato fiero di sapere che ci lavora gente come lei, con tanta passione.
    Quanta amarezza nel leggere che non si fanno passi avanti, ma solo tanti, troppi indietro.

  3. Mac scrive:

    cara Roberta, le tue parole sono molto toccanti. anche qui dove abito la biblioteca ha orari ridicoli, poche ore di certe mattine, poche ore di certi pomeriggi. non ci sono mai entrata.
    conosco bene Foggia, non la biblioteca. conosco il teatro Giordano e mi uccide saperlo chiuso. signor potenziale sindaco, faccia qualcosa. il degrado culturale è causa prima del degrado morale e forse peggio del degrado materiale.

  4. Marta Maria scrive:

    Cara Roberta,
    sono una quasi trentenne nata e cresciuta a Milano, che nulla avrebbe a che fare con Foggia, la sua provincia, le sue ambivalenze. Nel 2010 però decisi di scappare dalla mia città, perché avevo bisogno di essere aiutata. Ed è stata proprio la città di Foggia a salvarmi la vita.
    Un giorno dopo l’altro ho imparato ad amarla e ad odiarla, a vederne il “marcio” e le piccole meraviglie spesso troppo nascoste.
    E mi sono commossa nel leggere il suo scritto, semplice e caldo e ancora mi commuovo perché viviamo in una società che non sa quale enorme rischio stia correndo, ora dopo ora, generazione dopo generazione…o forse lo sa.
    Come il giorno in cui chiusero il Centro di medicina sociale di via Arpi (eccellenza internazionale creata dal Dr. Loiacono-ci venivamo da tutta Italia), oggi chiudono i cancelli di un luogo umano, di crescita e di accoglienza ed io provo molta tristezza.
    Grazie Roberta per il suo articolo, per aver condiviso le sue parole, le sue emozioni con noi “utenti” di tutta Italia.
    Marta Maria

  5. Carmela scrive:

    Non sarò a protestare davanti alla biblioteca. Saranno troppi i politici e non reggerei il “festival dell’ipocrisia” che domani verrà trasmesso a beneficio di chi dovrà raccattare voti. Desidero, comunque, esprimere tutta la mia solidarietà vera, sincera, appassionata per tutti coloro che hanno fatto grande e continuano a farlo(ogni giorno!) la nostra “Biblioteca”.
    Ho superato gli “anta” da tempo e, per l’età, ricordo anche il tempo in cui fu aperta. Fu un momento di grande orgoglio per la nostra città.
    Sarò a protestare altrove!
    Non molleremo! Un modo ci sarà! Ne sono convinta.
    Carmela.

  6. Bettina77 scrive:

    Orgogliosa di dire che lavori in biblioteca?!?!? Mi faccio una risata xke e’ meglio….come se nn si sapesse che stai li solo xke di cognome fai jarussi….lavorare??? Xke in biblioteca i dipendenti lavorano????

  7. Alessandra scrive:

    @Bettina77 quanto tempo hai risparmiato a scrivere la “k” in luogo del “ch”? Scusami, ma il tuo commento ha suscitato in me solo questo tipo di kuriosità! Grazie!
    @Roberta non ti conosco ma sono Foggiana e se fossi stata a Fg, sarei venuta a dirtelo di persona. Grazie!

  8. Donatella scrive:

    Grazie Roberta delle tue preziose parole. Da “utente”, e da piccola editrice che combatte “gastemando” tutti i giorni ma che come tale ha nella biblioteca un importantissimo punto di riferimento.

  9. simonetta scrive:

    bettina, il fatto che tu sia classe 1977 ti fa disonore, perchè alla tua età ormai adulta non hai maturato ancora un briciolo di capacità di valutazione, scrivi bestialità e ti rivolgi a una donna di cultura col poco rispetto che meriteresti forse tu. Non lei. Che poi, se fosse impiegata per il cognome che porta, ti assicuro che non dovrebbe neppure lavorare, anzi farebbe ben altra vita. Lei e i suoi figli.
    Invece dico io a te di scrivere parole non dico propositive, ma almeno calzanti, per favore.. che le cavolate siamo stanchi di leggerle. tanti saluti.

  10. Bukowski'85 scrive:

    La biblioteca mi ha salvato la vita. Quelle poltroncine rosse, aspre, in sala lettura, erano il mio pass per i viaggi galattici. Non mi importava più del mio disagio giovanile. Era un posto salvifico. Era la mia primavera. Era la mia vita sociale che si schiudeva in un caffè bruciato del vecchio bar. Era un posto dove farmi domande e conciliare lo studio con i miei libri. Non si può lasciar morire. Una madre.

  11. paolo sasso scrive:

    Sono di Roma, non conoscevo questa biblioteca che affascina già dal nome, e ho trovato bellissime le righe di Roberta Pilar Jarussi, semplici e intense, realistiche e amorevoli.
    Mi ha colpito particolarmente la frase “Tutto quello che chiude oggi, ieri nasceva da fatica e serietà”, poichè sintetizza in modo secco, quanto veritiero, il mancato riconoscimento burocratico-isitituzionale dell’impegno culturale; e il senso di frustrazione che ne deriva in chi, per la cultura, ha lottato e lotta, ha sudato e suda.

  12. Alberto Mangano scrive:

    Son cresciuto con la biblioteca.Da ragazzo ci andavo qualche volta per “salasso” qualche altra volta per le famose ricerche. Da grande poi ha aiutato a sviluppare la mia passione per la storia, le tradizioni e la cultura della mia cittá dandomi la possibilitá di mettere in rete http://www.manganofoggia.it che ha avvicinato al suolo natío tutti quei foggiani distribuiti nel mondo intero. Insomma la biblioteca é stata parte della mia vita, della mia formazione e anche dei miei rapporti sociali. Vogliamo fare un passo indietro anche con la cultura? Vogliamo chiudere quegli spazi di approfondimento in una cittá che dice di voler riemergere? Quali saranno le basi e i valori in cui dovranno credere le generazioni che verranno?

  13. Marco scrive:

    A questi gli tocchi il portafogli e diventano poeti…
    Ma per cortesia!!! Questa protesta montata ad arte su un presunto attacco alla “Cultura”, ha radici ben diverse, fate un salto sull’albo pretorio della Provincia di Foggia, leggete le carte e finalmente il velo davanti ai vostri occhi cadrà. Nessuno ha detto di chiudere il sabato la biblioteca, ma di rimodulare la turnazione dei dipendenti, perchè 36 ore lavorative le puoi distribuire includendo il sabato, senza dover pagare soldi in più.

    Leggete le carte! Fatevi un’idea genuina della questione, e non fatevi manovrare….

  14. beppe lucera scrive:

    le mie orecchie e i miei occhi hanno già sentito e visto troppe cose. stop.

  15. Ollecram scrive:

    Per quanto ne sappiamo la turnazione dei dipendenti in biblioteca costa qualcosa meno di 100.000 euro. Poco più della sola indennità percepita dal Commissario Costantini per la gestione transitoria dell’Amministrazione Provinciale di Foggia (indennità che corrobora lo.stipendio/pensione del prefetto o ex prefetto) e che molti prefetti commissari preferiscono dimezzarsi andando incontro a una discussa norma di legge che non prevederebbe la cumulabilità delle due corresponsioni. A occhio e croce anche il peggior burocrate fascista preferirebbe tagliare il tagliatore piuttosto che il portafogli di chi guadagna 800 euro al mese, ma questo è il paese del nano, del clown e di Pinocchio e niente ha più senso che il non senso.

  16. Maurizio1973 scrive:

    Ma perché si parla di questa operazione vaneggiando RISPARMI o addirittura TAGLI. Il SALARIO ACCESSORIO non è una somma variabile da cui si può risparmiare qualcosa. È una quota di vile denaro che viene calcolata in base al numero totale dei dipendenti dell’ente e se, oggi, a Foggia, a quanto pare, viene tolta alla cultura non è certamente per produrre un risparmio. O meglio, quel ‘risparmio’ invece che andare ai dipendenti della Biblioteca che lavorano mattina e pomeriggio, come è successo, per quel che ho letto, per gli ultimi 12 anni, potrà essere usato per le turnazioni delle portinerie piuttosto che per premialità a qualche ufficio che si occupa di trasporti o del personale o una delle tante attività occulte di questi enti. Non è affatto un risparmio, è il tentativo di preservare il massimo del salario per chi rimarrà negli enti provinciali ai danni di chi per legge renziana dovrà necessariamente attraversare un processo di mobilità. La cultura non è / non sarà più competenza delle province e di ciò che ne resterà e quindi in queste amministrazioni sarà scientificamente depredata.

  17. Alice averti scrive:

    Tagliamo il tagliatore!

  18. Giuseppe Recchia scrive:

    Le parole di parole di Roberta mi procurano sensazioni diverse , la prima e’ di una triste e profonda delusione, non tanto per le decisioni del commissario dell ente provincia, ma per il progressivo e inoserabile degrado che attanaglia la nostra citta’ che perde pezzi importanti delle poche espressioni culturali del nostro territorio, e il degrado investe in pieno noi “utenti” perche’ tuttti quegli strumenti di crescita che pensavamo solidi e inattaccabili sembrano agli occhi di non so chi marginali e persino privi di significato. Il degrado riguarda tutti noi oltre alle nostre istituzioni, avverto personalmente una caduta di stile ad ogni livello , in ogni angolo della citta’ in tutti i servzi al cittadino in ogni comportamento insano dei pubblici amministratori e non da ultimo la capacita di relazionarsi di noi tutti, perche’ spesso incapaci diascoltare e di tradurre in iniziative concrete le nostre convinzioni. La seconda sensazione e’ di completa solidareita’ e affinita’ con il pensiero di Roberta, dovremmo tutti gridare con forza di ridurre le spese dei dirigenti pubblici sopra pagati e spesso senza ruoli di pubblica utilita’ di eliminare spese di consigli di amministrazioni di aziende municipalizzate utili solo per fini di politica spicciola . Ringrazio Roberta perche. Dai suoi commenti ne traggo una lezione di dignita’ e di una espressione culturale che credo sia la speranza per un futuro diverso .

  19. Alfonso Roma scrive:

    “Dimezzare il numero dei politici, raddoppiare il numero delle biblioteche”
    http://www.matteorenzi.it

    Certo, come no, magari disintegrandole in una moltitudine di frammenti!

  20. Federico scrive:

    Una curiosità…

    Nei prossimi mesi la biblioteca verrà affidata alla Regione o al Comune, il direttore della biblioteca da poco anche dirigente del Personale dell ‘Ente Provincia (che tempismo!!!) , seguirà quindi l’amata biblioteca lasciando l’Ente Provincia o l’abbandonerà al suo destino?

  21. Michele Provincia Foggia scrive:

    Curiosità:
    Gli incarichi dirigenziali degli enti provinciali sono tuttora nelle mani delle gestioni commissariali. Ergo, il Direttore della Biblioteca è diventato responsabile del personale per volere dello stesso Commissario ‘straordinario’ che ora lo mette all’angolo.
    Perché?
    Perché l’Amministrazione Provinciale di Foggia ha bisogno di recuperare fondi dal salario accessorio dei dipendenti del Settore Cultura?
    A chi è per cosa serviranno?

  22. NoName scrive:

    Gli articoli che si stanno scrivendo e condividendo sono tutti molto belli. E’ tutto molto bello e tutto molto giusto. La cosa brutta è invece non ammettere che questa levata di animi è dovuto al taglio di stipendio quasi regalato che avete percepito fino ad ora. La verità è che la biblioteca provinciale potrebbe funzionare benissimo tutta la settimana con la metà dei suoi dipendenti. Con dei dipendenti che però lavorino, e questo proprio non va giù. E ora uno pensa sicuramente che sto sparando a zero senza sapere, che parlo del solito luogo comune dei raccomandanti in biblioteca, e così via. E invece no. Io l’ho frequentata e la frequento, la biblioteca. Potrei parlare per ore di quanto lavori duramente la cara E.F., dei faticosi pomeriggi del gggiovane traffichino S.C., di quanto tempo M.F. spenda a sbavare dietro alle gonne, o al telefono con le gonne, di cosa gira davvero per il secondo piano. E la lista può continuare, anche se non è un discorso per tutti. La colpa non è di Costantini che riduce le ore, ma delle assunzioni a giro che sono state fatte per regalare stipendi al parente di X e l’amico di Y. Dove sta questa lista pubblica dei dipendenti? Chi ha mai visto un bando provinciale delle assunzioni? Chi ha mai letto documenti sui requisiti e sulla ratio delle assunzioni? Come fate a mettervi in bocca tante belle parole se è il clientelismo e la mala amministrazione che hanno portato a questa situazione?
    E no che non mi firmo, che altrimenti quando ci incontriamo dovrei vedere le vostre facce offese che si girano dall’altra parte.

  23. PierPiero Pierino scrive:

    a’ NoName,
    ma che stai a dì?
    ma dicce la verità,
    ma chi te fila?
    ma chi te caca?
    ma po’ chi è che te saluta??????
    ma daiiiii,
    ma rinchiudite a magnati la chiave!!!!

  24. Milena scrive:

    peccato che No Name non si firmi. Perché magari possono essere anche sensate le cose che dice. Ma come verificare le une? E come le altre? E’ complicato.

  25. Enrico Arrivato Quinto scrive:

    Insomma pare che il Commissario abbia rimpallato ogni responsabilità al direttore. Credo che abbia imposto che il direttore formuli una nuova distribuzione dei lavoratori nell’orario di apertura. Non c’ho capito tanto, ma la storia mi ricorda, a suo modo, le vecchie tirate d’orecchie di Berlusconi ad Ancelotti. Tipo che, a parità di formazione, gli ha detto che almeno deve cambiare il modulo. Tipo…., che so…, tipo che sono 12 anni che lo vede giocare sempre col 4-4-2 e adesso si aspetta di vedere come minimo un 4-3-3, oppure un 3-4-3, non dico proprio un 3-5-1 (che quello è troppo antico), peró magari una cosa nuova, fresca, tipo un 2-2-2-2-2, un 10 orizzontale o verticale con l’1-1-1-1-1-1-1-1-1-1-1-1, però col libero. Insomma, mi piace sto commissario, c’ha carattere, è tecnico. È un commissario tecnico. Non è lontano dal gioco come gli altri. Questo invece si vede che gioca, che corre, che spinge. C’ha pure il tocco, vedessi che tocco! Cioè, si vede che questo ci capisce, che questo c’è l’ha davvero la testa nel pallone, Che poi, però, se anche pure chiude sto stadio, non è che poi, però, non si può giocare proprio più. Di stadi ce n’è tanti. Boh, mo’ giochiamo, poi, dopo, facciamo i conti col pubblico, i risultati, i soldi, il campionato. Che poi il campionato è lungo. Mo’ soffriamo noi, domani vinco io, non si può mai dire, è un libro appena iniziato che devi smozzicare un po’ alla volta tra casa e trasferte, ma non è che te lo leggi tutto subito nello stesso posto dove l’hai iniziato. C’ha ragione il commissario.

  26. Grazie a tutti. In modi vari e diversi.
    Quanto a Bettina 77, hai un modo di scrivere che è devastante. Ma, a parte questo, sì. Tante persone stanno qua dentro o in altri uffici per spinte, calci, dritte sporche o marce. Io sono entrata in Provincia (non in Biblioteca) nel 2001, come co.co.co. Mi ero appena separata, avevo un figlio di 11 mesi e uno di scarsi tre anni. Poi riconfermata di sei mesi in sei mesi, per alcuni anni, insieme a molti altri, poi un concorso, e un semi contratto. In Biblioteca ho chiesto io di venire. Nel 2006. Io lavoro. Faccio. Lavoro, questo è un dato. E sono fiera, sì. Ho uno stipiendio da fame. Lavoro mezza gornata, non sono previsti straordinari per ‘noi’, abbiamo una minimale indennità di turno che ci leveranno pure se cambia l’orario, campo due figli ora grandi, che prima erano assai piccoli. Ma vado fiera anche di queso, del crescere i figli da sola, dico. Il cognome, poi, è la terza cosa di cui esser fieri, oggi. Per avermelo ricordato, Bettinanonsocosa, ringrazio pure a te.

  27. Gli tocchi il salario, e diventano poeti?
    Dunque, solo per precisare:
    1. Nella mia busta paga, l’indennità di turnazione, così detta, corrisponde a spiccioli.
    2. Non tutti fanno i turni, non tutti percepiscono questa indennità, così detta. Eppure son dispiaciuti.
    3. il mio articolo è mio. Io parlo per me e per chi, ce ne stanno, la pensa come me, nella coscienza e nei fatti. Ho raccontato quel che mancherebbe qui, e alla città.

    Solidarietà e veleno, in ordine sparso. Vedo.

  28. Magiumass scrive:

    Cara Roberta,
    la tua testimonianza è appassionata e sincera: fa pensare a un luogo “vivo”, non a un ambiente alla Borges, in cui si aggirino fantasmi polverosi… per questo io personalmente (da saltuario “utente”, come pure bisogna dire) te ne ringrazio, e spero che siano in molti a leggere le tue vibrate – uno zinzinin letterarie… – parole. Ma, fatta salva la tua quasi rabbiosa difesa del lavoro che tu (tu sì) fai, sia tu che io, che molti di quelli che, per tutti motivi che hai così ben descritto tu, entrano in quei locali, sappiamo benissimo – sappiamo per averlo visto, con i nostri occhi – che NoName non si è inventato niente. NIENTE, chiaro?
    Ma quello di cui stiamo parlando succede in molti altri posti, a Foggia come nel resto del Paese: e ciò che stringe il cuore, è sapere che succederà, succederà, ancora e sempre, ancora e diversamente, con buona pace delle sparate fatte con pronuncia un po’ blesa e forte accento fiorentino….e di quelle fatte a voce altissima e quasi strozzata, con non dissimulate cadenze dialettali genovesi…

  29. Pericle Principe in Tiro scrive:

    Davvero non capisco il senso delle polemiche sulla formazione.
    Cioè, per me, la discussione andrebbe indirizzata, più opportunamente, sullo sviluppo a medio e lungo termine di una forte e coerente identità di gioco. Certo, in quest’ottica, anch’io credo, fermamente, che andrebbero rafforzati il vivaio e i settori giovanili selezionando, con opportuna oculatezza, nell’immenso catalogo di risorse locali solo quelle individuabili come maggiormente funzionali alla riqualificazione del patrimonio societario. Però, non credo possibile, nelle attuali condizioni, prescindere completamente dalla articolazione della rosa attuale, che è quella, e, per ora, quella resta, con i suoi pregi e con i suoi limiti. Qualora, invece, trovassero piena concretezza le voci che insistono sulla possibilità di un imminente cambio di proprietà, e dello stadio e della squadra, si determinerebbe, certamente, una situazione contingentemente più fluida e, quindi, maggiormente favorevole alla ricezione, da parte della nuova gestione, di quelle critiche, fondate o meno, che il Bettina e il Magiumass hanno, a mio parere, difatti, pretestuosamente, collocato ai vertici dell’attenzione mediatica di questi giorni. Intendo dire, quindi, che, evidentemente, predette osservazioni critiche troverebbero una contestualizzazione ben diversa e più opportuna proprio, e soltanto, nell’eventualità dell’intervento di nuovi assetti proprietari, presupponendo che lo stesso acquirente possa e, soprattutto, voglia, comunque, investire risorse finanziarie per la squadra e per le infrastrutture di gioco, con una prospettiva di ampio respiro ed un programma di lungo periodo. Non è, difatti, un mistero che le attuali, paventate, difficoltà finanziarie, siano esse fondate o solo presunte, abbiano drammaticamente limitato se non, addirittura, interrotto le operazioni di mercato, limitando drasticamente gli acquisti e, di conseguenza, e nondimeno, le stesse cessioni. Ed è, certo, inconfutabile, che il clima teso, percepitosi chiaramente, in questi giorni, negli uffici della dirigenza, allorquando si sono palesate le attuali divergenze, non possa non aver influenzato più che negativamente sulle recenti prestazioini. In quest’ottica, e solo in questa, andrebbereo, quindi, inquadrate tanto le contestate altalenanti performance dei già citati S.C e M.F., quanto le accuse di ‘eccessi accademici’ e di disimpegno che hanno colpito le star più indiscusse della formazione (e può essere questo il caso di E.F.), che non possono non aver anabolizzato con estrema difficoltà quella sensazione di smarrimento e precarietà che tuttora percorre le vicende della squadra di Viale Michelangelo. Prima ancora di ridiscutere l’attuale articolazione della formazione titolare, sarebbe, quindi, opportuno verificare concretamente le reali capacità finanziarie della attuale proprietà e, nondimeno, interrogarsi sulle concrete possibilità di intervento di quella, eventualmente, subentrante. La tifoseria non può, e, di più, non deve, insistere, già sin d’ora, sulla pretesa del ‘risultato a tutti i costi’ e, magari, contemporaneamente, reclamare l’esigenza del ‘bel gioco’. I tempi richiedono un’analisi più matura, più solida, più approfondita e, meglio ancora, più lungimirante. Insomma, per il bene della città, della squadra, dello stadio, è necessario condurre una discussione ampia ed argomentata che, però, non sconfini oltre le regole del buon senso senza perdersi in un bicchier d’acqua, proprio come insegna il Commissario Tecnico. C’ha ragione il Commissario, non c’è bisogno di spenderci troppo, non si può pretendere, che poi noi mica siamo la Roma, e nemmanco la Nazionale. Glielo ha detto il Commissario. C’ha ragione in tanti punti e ce n’è punti di ragioni. Bisogna liberare la difesa, giocarla facile, dice il Commissario, non tenerla tra i piedi, buttarla avanti, lì avanti, più avanti. E poi, lì avanti, farla girare questa palla, farle girare queste palle.

  30. Salvatore scrive:

    Ai candidati sindaci al comune di Foggia, che in periodo pre-elettorale diventano paladini di questa città e distributori di ‘io farò’ , il comune di Foggia attualmente non ha le forze neppure per potare un albero o rattoppare una buca per strada, Parco San Felice è uno schifo,e mi fermo quà che la lista è infinita, quindi quando sento promesse sulla Biblioteca…..rido amaro.
    Le priorità del comune di Foggia sono ben altre, basta leggere gli ultimi avvenimenti di cronaca.

    Signori candidati sindaci, perchè non sottoscrivete un documento in cui se entro tot mesi, non riuscite a realizzare una certa percentuale del vostro programma…ve ne andate a casa?

  31. NoName scrive:

    Roberta Pilar Jarussi, la cosa che tu faccia, lavori, “è un dato”, ti farebbe onore e quello che vuoi, laddove fosse vero. Ma anche se così fosse, tu dovresti essere la prima a parlare delle cose che ho accennato precedentemente. Tu – “da dentro” – meglio di chiunque altro potresti raccontarlo. E invece no, Che butti la questione fuori, perché la città, gli spazi, i ragazzi e i vecchi, gli utenti tutti: sono tante cose belle; ma il problema del personale è appunto un problema. E lo sai. So che lo sai. Il tuo buttarla in “poesia”, ti rende una complice.

  32. Le cose sono più complicate e assai più sfaccettate di quanto vedi.
    Non la butto in poesia. La poesia è ben altro.
    E’ un pezzo. Questo che racconto è un pezzo importante, secondo me.
    Poi, non sai quanto e cosa io dica, davvero, e fino in fondo.

  33. Aniene scrive:

    a’ NoName, ancora c’ sta solfa!?!?!?
    ma che te sei magnato che te rimane tanto pe’ traverso?
    Ma dicce la verità, ma quanni prestiti scaduti c’hai?
    Ma che t’hanno mannato li vigili?

  34. Umberto Umbertoo Umbertooo scrive:

    So benissimo che non abbiamo soldi per sostenere università come Harvard, musei come il MoMA o il Louvre, però basterebbe cercare, e ferocemente, di non buttare via il poco che abbiamo.
    Certo che, se in quel poco non ci crediamo, abbiamo perso in partenza.

    Alfabeta2, numero 06 Gennaio-Febbraio 2011.

  35. Falco scrive:

    Drah di net um – oh, oh, oh
    Schau, schau, der Kommissar geht um – oh, oh, oh
    Er hat die Kraft und wir san klein und dumm
    und dieser Frust macht uns stumm
    Drah di net um – oh, oh, oh

  36. Vincenzo Colmarco scrive:

    «la bibliothèque, lieu de perdition»

    http://www.youtube.com/watch?v=P3TZ4VXoSOg

  37. Martina scrive:

    La biblioteca è un luogo dove affluiscono persone con risorse culturali molto diverse: fare in modo che queste risorse vengano almeno parzialmente condivise è una forma di welfare di nuovo tipo, un tentativo di auto organizzazione della società sempre più necessario.
    Questo Nuovo Welfare si deve porre due obiettivi: uno è l’emergenza, l’aiuto ai cittadini in difficoltà attraverso la messa in comune di risorse culturali e partecipative, di cui ho già parlato. L’altro è l’obiettivo di lungo periodo di costruire una cittadinanza informata e competente.
    Gli amministratori che oggi pensano di tagliare i bilanci delle biblioteche non si rendono conto di stare segando il ramo su cui sono seduti: non ci possono essere consumi culturali per il museo del cinema, per i teatri o i concerti se non c’è un’educazione paziente alla conoscenza e al godimento di questi prodotti. Non saranno i telefonini, e putroppo neppure la scuola in crisi, a creare gli acquirenti di libri, i frequentatori di balletto o i visitatori del museo di domani.
    I consumi culturali hanno bisogno di un ecosistema favorevole, continuamente alimentato da iniziative diverse, da un’offerta ricca e attraente. Possiamo creare questi nuovi consumatori solo se offriamo ai giovani la possibilità di entrare in contatto con un’offerta culturale diversa da quella veicolata dalla televisione o dalle multinazionali della musica.
    Una biblioteca che voglia essere un hub del Nuovo Welfare non può permettersi di stare chiusa, tanto più nel momento attuale. Eppure i tagli significano un’Italia piena di istituzioni culturali aperte poche ore la settimana, o addirittura saltuariamente. Da anni non si assume più nessuno, il che significa un personale mal retribuito, sempre più anziano, spesso demotivato.

    Antonella Agnoli, minima&moralia, 5 aprile 2012

    http://www.minimaetmoralia.it/wp/lettori-di-tutto-il-mondo-unitevi/

  38. Mariatta scrive:

    Mi dà un grande dispiacere questa notizia. Un anno fa, dopo la laurea, ero alla disperata ricerca di un lavoro. Lontano dallo studio, lontano dal lavoro, la biblioteca era l’unico posto dove potessi sentirmi minimamente valida, leggere, continuare ad informarmi, avere la sensazione di star facendo ancora qualcosa di utile per me e il mio futuro, oltre che una pausa dall’invio frenetico e inutile di cv. In un paese demolito era un posto dove passare pomeriggi che avrei potuto immolare solo alla disperazione. Munita solo di bagaglio culturale, neanche troppo vasto, mi sentivo meno sola circondata dalla Cultura. Adesso dove si andrà?

  39. Orfeo e la lira scrive:

    A Lei, signor Sottosegretario di Stato, sento di consegnare quindi, insieme al saluto della comunità che rappresento, anche l’aspettativa duale di un Territorio cui anche io resto molto legato, non fosse altro per averLa conosciuta e servita anche da Prefetto.
    Questa aspettativa altro non è che l’interesse preliminare a ricomporre la conservazione del passato con la trasformazione che le modernità hanno segnato nel tempo perché, come Ella sa bene, le moderne scienze ci hanno consegnato una buona notizia in tema di conoscenza che è appunto l’esistenza di una nuova visione dei beni intangibili o, per l’appunto, immateriali come è scritto nel tema in discussione.
    Evidentemente, si ripropone sullo sfondo ed in chiave diversa un interrogativo importante che riguarda proprio l’economia della conoscenza, perché oggi i beni immateriali, un tempo trascurabili, potrebbero diventare più importanti di quelli materiali, perché è tornata in discussione la sostenibilità dei beni che l’individuo deve saper misurare, conservare per il tempo che aspetta.
    Vorrei concludere qui – non senza ringraziare con il Presidente tutti coloro che in qualche misura daranno a questa tre giorni un valore essenziale di riflessione – vorrei concludere dicevo con un riferimento che è poi una reminiscenza dei banchi universitari.
    Quando si parlava del concetto di bene, sovveniva la bellissima definizione di Ulpiano che indicava nel bene la cosa capace di recare utilità all’uomo ed essere assoggettata al proprio potere.
    Questo vuol dire che un esercizio non corretto del potere che l’uomo ha può turbare il bene ed è appunto ciò che ognuno di noi, presumo, deve sempre mantenere nella mente e nell’azione che produce nella dinamica dei rapporti sociali.
    Abbiamo tutti dunque, a ben vedere, un piccolo compito, una piccola parte da svolgere per difendere i beni, dalle assurdità di un tempo che a volte stentiamo a capire e comprendere. Ecco perché la sfida resta tutta affidata alla capacità culturale che sapremo dare ai nostri valori, che sono nelle nostre radici.
    Nel Futuro di un’illusione, Sigmund Freud lo ricorda con una disarmante chiarezza: “il principale compito della cultura, la sua vera ragion d’essere, è difenderci contro la natura.”
    Buon lavoro. Questa Terra è onorata della Vostra presenza.

    Intervento del Commissario Straordinario della Provincia di Foggia alla XXXV Assemblea Ordinaria Nazionale FICLU, Convegno di studio: “i beni immateriali per un’etica globale: trasmettere i valori per riscoprire le radici”,
    Foggia, giovedì 10 aprile 2014

  40. Orfeo e la lira scrive:

    Delirio:
    Stato psicopatologico caratterizzato da un’alterata interpretazione della realtà, anche se percepita normalmente sul piano sensoriale, per una attribuzione acritica di significati abnormi a percezioni, ricordi e idee.
    Il termine deriva dal lat. lira, «solco», per cui delirare significa etimologicamente «uscire dal solco», ossia dalla dritta via della ragione.
    Medicina, Roma, Treccani, 2010.

  41. NoName scrive:

    Roberta Pilar Jarussi: è complicato?
    Quando allora tornerete a lamentarvi perché limiteranno la biblioteca (perché sappiamo che avverrà di nuovo) e qualcuno punterà il dito sulla vostra struttura di corrotti, ai tuoi post poetici che cercano risposte risponderò: è complicato.

  42. noname, o chi per te, hai veleno. lo vedo.
    capisco. Ma poi, o insieme. c’è dell’altro, anche?

  43. NoName scrive:

    @Roberta: Sì. Io, o chi per me, ho veleno. Perché vedere strutture con quella gestione, mi fa avvelenare. Vedere dipendenti che non fanno chiarezza e pulizia sulla gestione interna, mi fa avvelenare. Vedere questi post che in realtà portano su altri livelli (ugualmente dignitosi ma che non centrano il problema) mi fa avvelenare. Vedere che la risposta ad accuse legittime è “è complicato”, mi fa avvelenare.
    C’è dell’altro, sì, ma “è complicato”, e non penso che tu sia più una valida interlocutrice.
    Saluti e buon lavoro, so che lì ce n’è molto e che siete in tanti a soffrire ogni giorno di questa immane fatica.

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  1. […] biblioteca, ha raccontato la sua esperienza all’interno della struttura su minima et moralia (LEGGI). Ecco il passo finale, quello del bibliotecario che non c’è e l’utente sempre più utente: […]

  2. […] come per tutti gli uffici. Rientri, si chiamano. Chiaro, no? Alle 13.30 la Biblioteca è chiusa. A questo link spiega tutto la bibliotecaria e scrittrice Roberta Pilar Jarussi. E resta solo, alla fine, la […]

  3. Murales Vago scrive:

    […] di riferimento, come un tratto distintivo che ti fa sentire a casa.Chiudono i teatri a Foggia, ci provano con le biblioteche, ma per fortuna Murales […]



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