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La buona letteratura non invecchia

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Arriva in libreria Io odio John Updike, la raccolta di racconti che nel 2006 ha rivelato il talento di Giordano Tedoldi: Nicola Lagioia, editor della collana Nichel di minimum fax, racconta i motivi di questa nuova edizione.

Lo scorso maggio, in occasione dell’ultima edizione del Salone del Libro di Torino, io e Christian Raimo siamo stati invitati da Giuseppe Culicchia a parlare pubblicamente di quei libri che, usciti negli ultimi dieci anni e andati ingiustamente fuori produzione, meritavano di essere ripubblicati. L’intervento era inquadrato in un ciclo di incontri analoghi, tutti incentrati sul problema di come reagire ai ritmi sempre più frenetici del mondo editoriale, ritmi per i quali un libro rischia di essere definito commercialmente “vecchio” (e cioè di fatto fuori dai tradizionali canali di vendita) anche a soli tre mesi dal suo ingresso in libreria.

All’incontro si sarebbe parlato soprattutto di letteratura.

Da una parte, non c’è bisogno di spiegare i motivi per i quali associare il ciclo di vita di un libro alla stagionalità di un capo d’abbigliamento è piuttosto insensato. Dall’altra, bisogna anche dire che l’editoria è capace di grandi imprese e prende terribili abbagli da sempre. Come dimenticare il caso di Chiamalo sonno, il capolavoro del modernismo nordamericano di Henry Roth, uscito senza clamori nel 1934 e riscoperto in modo clamoroso esattamente trent’anni dopo?

L’editoria letteraria italiana degli ultimi dieci anni è piena di bei libri (a volte anche bellissimi libri) che per una ragione o per l’altra – distrazione dei media, della critica, dei librai, dei promotori, uscita nel momento sbagliato o altro infortunio editoriale, pubblico concentrato su altro, semplice sfortuna – sono stati sottratti troppo presto ai lettori che avrebbero potuto apprezzarli. Io e Christian Raimo, pungolati da Giuseppe Culicchia, avremmo parlato per due ore di questi libri, rivolti a un pubblico che si sarebbe trovato spesso nella paradossale situazione di segnarsi titoli che magari avrebbe voluto ma difficilmente avrebbe potuto leggere, dal momento che sarebbero stati ormai introvabili.

La prospettiva sembrava un po’ frustrante. Iniziative del genere erano assolutamente meritevoli. Che senso aveva però parlare pubblicamente di un problema che rimaneva esattamente tale anche dopo la fine dell’incontro? D’accordo, alcuni libri molto belli, usciti negli ultimi dieci anni, erano andati fuori produzione. Ma dolersene senza fare altro era un controsenso, soprattutto se si teneva conto che anche noi facciamo parte del mondo editoriale. Sollevare un problema va bene, a patto che subito dopo (o prima) si faccia qualcosa che contribuisca a contrastarlo.

Così, a qualche settimana dal Salone, nel corso di una riunione di redazione di minimum fax, abbiamo proposto alla direzione editoriale di provare, per l’anno successivo, a ripubblicarne almeno uno, dei libri di cui avremmo parlato nel corso dell’incontro torinese. L’operazione era certamente rischiosa, dal momento che l’ipotetico libro in questione era già uscito, era già stato recensito da qualcuno, e per il sistema dei media non risultava di conseguenza circondato dall’aura di novità che tanto spesso viene considerata indispensabile per poter parlare di qualunque cosa. La letteratura, nel sistema delle merci, è tuttavia davvero un’altra cosa. “Rukopisi ne gorjat” scrive Bulgakov ne Il Maestro e Margherita. “I manoscritti non bruciano”. La buona letteratura non invecchia.

Nemmeno così inaspettatamente, conoscendo i nostri referenti, a minimum fax, ci fu detto di sì. La casa editrice sarebbe stata disposta per l’anno successivo a pubblicare un libro di letteratura italiana uscito negli ultimi anni che meritava di essere portato nuovamente all’attenzione dei lettori. L’idea meritava la sua messa in pratica. Ma di quale libro doveva trattarsi, tra i tanti a cui io e Raimo avremmo fatto riferimento a Torino? Se avessimo dovuto sceglierne uno (almeno per adesso), su quale avremmo puntato? Non ci fu bisogno di consultarci o guardarci negli occhi per rispondere. Io odio John Updike di Giordano Tedoldi.

Il libro era uscito per la prima volta da Fazi nel 2006 e i pochi fortunati che lo avevano letto non potevano dimenticarlo. Io stesso ricordo, dieci anni fa, lo stupore e l’ammirazione che provai quando affrontai per la prima volta questi racconti così belli, moderni, scintillanti, inquietanti, pieni di fascino e mistero. Quel libro fu una sorta di diamante nero piovuto dallo spazio nel mondo dell’editoria italiana mentre si occupava d’altro. Quelli che lo lessero, cominciarono a parlarne tra di loro come si fa quando si condivide un segreto. Chi l’aveva scritto, nel frattempo, dopo aver pubblicato sempre da Fazi il suo primo romanzo, I segnalati, stava iniziando a diventare (sempre a beneficio di un pubblico di happy few) quel che si diceun autore di culto. Ecco, se ci sembrava ingiusto che un recente libro di narrativa italiana fosse sottratto ai lettori, quel libro era Io odio John Updike.

Grazie alla collaborazione di Elido Fazi, che ringraziamo, fu dunque possibile per minimum fax acquisire Io odio John Updike, e andare al Salone del Libro potendo annunciare la pubblicazione di almeno uno, di quei libri che avremmo voluto rivedere il libreria.

Non dico altro, non voglio certo scrivere una recensione del libro di Tedoldi. Aggiungerò solo che nella nuova edizione il libro si è arricchito di un nuovo racconto.

Ora che Io iodio John Updike è per la seconda volta in libreria, con la sua copertina nuova fiammante, spero che verrà amato da quei lettori che lo mancarono dieci anni fa. Se questo accadrà, non bisognerà ringraziare l’iniziativa editoriale ma la vittoria sul tempo di un certo tipo di letteratura.

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