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La “buona scuola” e i cattivi maestri

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Questo articolo è apparso sulla rivista Gli Asini. (Fonte immagine)

di Mauro Boarelli

Il progetto di riforma della scuola del governo Renzi è un documento molto diverso rispetto a quelli sullo stesso tema che abbiamo conosciuto negli ultimi anni. Il linguaggio è agile e fluido, furbo e ammiccante, pieno di riferimenti alle nuove tecnologie e ai social media, infarcito di anglicismi fino al parossismo (non senza qualche involontario effetto comico), tessuto intorno al binomio conservazione/cambiamento – vera e propria chiave di volta dell’approccio manicheo applicato dal nuovo leader all’intero sistema politico e sociale – e imbevuto della retorica della partecipazione (naturalmente da esercitare on line).

Questo nuovo linguaggio non può essere liquidato con una battuta e va studiato con la massima attenzione, perché rappresenta una forma del discorso pubblico che sta mandando definitivamente in soffitta ciò che rimane del discorso politico della cosiddetta “prima repubblica”, i cui cascami sono arrivati per forza di inerzia fino ai nostri giorni. In quel mondo, il vocabolario veniva utilizzato come liquido di diluizione per disperdere la sostanza, coltivare il compromesso, marcare una distanza tra il ceto politico professionale e i cittadini, rinviare qualsiasi decisione a un tempo indefinito.

Oggi il nuovo linguaggio che con Renzi si insedia ai vertici del potere è, all’opposto, un linguaggio che vuole coinvolgere chi ascolta, dargli fiducia e speranza, mostrare che i tempi per un cambiamento possono essere ravvicinati. È – anche – un linguaggio che occulta la sostanza delle cose che afferma, però questa dissimulazione è fatta di una materia diversa rispetto al passato: non più la mistificazione aperta o la falsa promessa, ma il raffinato illusionismo che incorpora nelle parole un significato opposto a ciò che esse rappresentano nella loro concretezza. È un collante ad alto tasso ideologico (nonostante si fondi sulla pretesa di superare ogni ideologia) che tiene insieme il puzzle delle trasformazioni caldeggiate dall’attuale governo e radicate in processi che partono da lontano. Nel documento intitolato “La buona scuola” questo nuovo linguaggio abbraccia per la prima volta in una visione unitaria tutti i pezzi che, una volta combinati tra loro, muteranno in modo radicale la natura e le funzioni della scuola pubblica. In definitiva, ha il compito molto concreto di aggregare in modo omogeneo le singole componenti di un progetto solido, articolato e denso di implicazioni sociali.

È un progetto che viene organizzato intorno ad alcuni assi principali. Per riconoscerli non bisogna farsi ingannare dallo spazio che viene dedicato a ciascun argomento. Bisogna guardare all’economia complessiva del discorso, alle voci ricorrenti in modo trasversale, alle idee-guida che – a volte – vanno colte in passaggi appena abbozzati. Se leggiamo il documento attraverso queste lenti, apparirà subito chiaro che il nocciolo del discorso non sta nel lunghissimo capitolo dedicato alla stabilizzazione degli insegnanti precari, in gran parte scelta obbligata per superare violazioni alla normativa sulle assunzioni a tempo determinato reiterate negli anni e in procinto di essere sanzionate dalla Corte di giustizia europea. I punti più importanti e più insidiosi, quelli destinati in misura maggiore a produrre trasformazioni in profondità e di lunga durata, stanno nei passaggi sul governo delle istituzioni scolastiche (che – naturalmente – viene denominato governance) e sulla meritocrazia.

Per quanto riguarda il primo punto, troviamo la riproposizione pura e semplice del disegno di legge Aprea, un progetto del governo Berlusconi che tanto era piaciuto anche al Pd, al punto che una sua versione del tutto simile (emendata dalla trasformazione delle scuole in fondazioni di diritto privato e dalla chiamata diretta degli insegnanti nelle singole scuole, entrambe recuperate nel piano Renzi) era stata proposta nella scorsa legislatura dal centrosinistra. L’idea centrale è quella di spostare in modo radicale il potere decisionale sottraendolo definitivamente agli organi collegiali. Il fatto che questi organi siano ormai ridotti a simulacro di partecipazione democratica è sotto gli occhi di tutti. Di fronte a questo stato di crisi il governo sceglie la strada più consona alla propria visione dell’esercizio del potere: sottrae ciò che ne rimane al Consiglio di istituto – trasformato in mero organo di indirizzo – e lo trasferisce interamente al dirigente scolastico. Questa diventa la figura chiave, dotata di un potere praticamente assoluto per quanto riguarda la gestione di tutti gli aspetti della vita scolastica, compresa la valutazione dei docenti ai fini del nuovo meccanismo di progressione economica (ricalcato su quello previsto dal ministro Brunetta per la valutazione dei dipendenti della pubblica amministrazione). Inoltre dovrebbe diventare il decisore anche per quanto riguarda la selezione del corpo docente, secondo quanto si può intuire dalla formulazione volutamente ambigua che nel piano lascia intendere la possibilità di assumere direttamente gli insegnanti.

Questa ridefinizione radicale del processo decisionale mostra con chiarezza che l’obiettivo del piano non è affatto la dismissione del sistema di istruzione da parte dello Stato, come si ripete spesso anche dalle parti di chi si oppone al disegno governativo. Al contrario, il progetto presuppone uno Stato ancora più accentratore che in passato, non più arroccato nelle stanze di viale Trastevere ma diffuso capillarmente nelle istituzioni scolastiche attraverso i dirigenti, che diventano – a completamento di un processo già in atto – funzionari soggetti a un forte controllo, chiamati a far applicare modelli e direttive elaborati altrove. Il fatto che tutto questo venga declinato nel nome dell’“autonomia scolastica” non deve trarre in inganno, tale è il carico di ambiguità che questo concetto porta con sé sin dai tempi della sua elaborazione da parte del ministro Berlinguer. Questa modalità della presenza dello Stato non è una garanzia per il carattere pubblico del sistema di istruzione. L’annullamento degli spazi di partecipazione (quelli reali, non quelli virtuali che vanno tanto di moda e disturbano il manovratore quanto il ronzio di una mosca), l’accentramento decisionale, la moltiplicazione dei processi di controllo sugli insegnanti e sugli studenti attraverso metodi di valutazione standardizzati, sono tasselli di un processo che mina la natura pubblica del sistema anche se ne lascia inalterata la “proprietà”.

Questo aspetto risulta ancora più chiaro se giriamo lo sguardo verso il secondo elemento cruciale del piano: la meritocrazia. Per la verità gli estensori evitano di usare questo termine, forse perché ne avvertono la sgradevolezza. Fanno però largo uso del vocabolo “merito”, che – come al solito (potremmo dire: per sua natura) – non viene declinato in alcun modo. Non è chiaro cosa significhi, né come debba essere valutato, e da chi. È una parola agitata ovunque per le sue supposte virtù taumaturgiche, ma è sempre utilizzata – e il piano scuola non fa eccezione – in modo apodittico. Non per questo è un concetto inerte. Della sua traduzione in pratica si occupa un sistema complesso e sempre più esteso di meccanismi di valutazione standardizzata che fanno capo all’Invalsi. Ancora prima di trovare una discutibile formalizzazione nell’ordinamento scolastico grazie al Sistema nazionale di valutazione varato nelle ultime settimane di vita del governo Monti (ora il piano Renzi si impegna a renderlo operativo), quei meccanismi hanno iniziato a mutare in modo sostanziale l’orientamento pedagogico della scuola, sia attraverso gli strumenti “ufficiali” (i test), sia attraverso comportamenti indotti, come l’addestramento ai test, fenomeno in rapida espansione e dagli effetti devastanti. La pretesa di misurare ciò che non è misurabile, nucleo centrale delle “prove Invalsi”, è da tempo oggetto di critiche ragionate e documentate, e sull’argomento è ormai disponibile un’ampia letteratura. Di questo dibattito il piano scuola non fa alcun cenno, a ulteriore riprova che la parola d’ordine dell’ascolto è usata come puro e semplice artificio retorico.

Le potenzialità negative dei due assi principali del documento “La buona scuola” si misurano anche guardando ciò che nel documento manca. Il piano non si occupa della didattica, del progetto pedagogico della scuola, delle finalità del sistema di istruzione. Nell’affanno di assorbire il lessico alla moda e spesso privo di significati reali, espelle dal vocabolario il termine “cooperazione”, e con esso un inestimabile patrimonio culturale sul quale è stata costruita la parte più fertile e innovativa della scuola pubblica del nostro paese. La spiegazione di tutto questo è semplice: basta guardare le biografie dei due estensori del documento (il capo di gabinetto e il capo della segreteria tecnica del ministro Giannini), che non hanno mai incontrato la scuola nel loro percorso professionale, denso di esperienze nel mondo dell’economia e della finanza, della diplomazia internazionale e delle associazioni imprenditoriali. La matrice tecnocratica del piano scuola è evidente ed esibita, ma anche esasperata, perché forse in nessun altro campo il ceto politico si è spinto fino a reclutare i “tecnici” a prescindere dalla loro competenza sulla materia. La scelta è coerente con l’impianto generale del progetto, da cui traspare la volontà di subordinare la scuola al mondo economico, di introdurre meccanismi propri del mercato (la concorrenza e la pretesa di assegnare un valore oggettivo alle “cose”) in un sistema che – per sua natura – al mercato è completamente estraneo. La “tecnica” cui il piano affida le sorti della scuola del futuro è completamente disincarnata dal suo oggetto, persegue obiettivi astratti come l’“efficienza” e pretende di misurarli con parametri mutuati da realtà sviluppate intorno a finalità completamente differenti.

Nel complesso, la “buona scuola” immaginata dal Presidente del consiglio e dai suoi collaboratori trova un terreno fertile nella società. Sul piano politico, Renzi estremizza e rende dirompente la semplificazione delle idee, sostituendo all’analisi puntuale dei problemi la ripetizione ossessiva di una serie di parole d’ordine di incredibile povertà concettuale che rappresentano innumerevoli varianti dello stesso tema: la contrapposizione tra il vecchio e il nuovo. Questa banalizzazione ha anche l’effetto di rendere meno visibile e perciò più accettabile il progressivo annullamento di ogni distinzione tra politiche contrapposte, fino a considerare del tutto normale che il documento sulla scuola presentato da un governo di centro-sinistra riprenda alla lettera proposte elaborate da un governo di centro-destra.

Sul piano culturale, la meritocrazia ha probabilmente scavato a fondo nella società, umiliata e annichilita dal mancato riconoscimento del “merito” al punto da scambiare come promessa di trasformazione radicale quella che – in realtà – è una moderna e ben mascherata ideologia della diseguaglianza.

Di fronte al documento del Governo, ci sono almeno tre errori da evitare. Il primo è quello di isolare le singole proposte e analizzarle come se fossero parti fra loro indipendenti, perdendo di vista ciò che più conta: la filosofia complessiva del progetto, che è solida, ben radicata in processi culturali sedimentati nel tempo, dotata di una visione complessiva che tende a ristrutturare in modo globale il sistema scolastico.

Il secondo errore è quello di percepire la scuola come un segmento separato rispetto al settore pubblico. L’isolamento delle singole parti del settore (anche per i corporativismi che contraddistinguono ciascuna di esse) ha impedito finora di cogliere la portata dell’azione di disgregazione bruscamente accelerata, con muscoloso accanimento, dall’ex ministro Brunetta, il quale – prendendo di mira i lavoratori – mirava a delegittimare nella sua interezza il concetto stesso di “pubblico”, inteso come complesso di servizi, rapporti sociali, diritti di cittadinanza.

Infine, sarebbe da miopi non vedere le convergenze tra la centralizzazione del potere nelle istituzioni scolastiche e i processi di centralizzazione del potere che emergono con chiarezza dal disegno di riforma costituzionale e dagli interventi legislativi che – al centro come in periferia – stanno ridisegnando l’assetto istituzionale del paese. Si tratta di un insieme di azioni e provvedimenti di natura differente che viaggiano – a ben guardare – nella stessa direzione. La questione della scuola, ancora una volta e come sempre, è intrecciata alla questione della democrazia.

Commenti
2 Commenti a “La “buona scuola” e i cattivi maestri”
  1. Il buon Franti scrive:

    Non vi è stata nessuna discussione scientifica per redigere questo documento, che già dal titolo rientra negli artifici retorici di Renzi. Si tratta semplicemente di un ulteriore passo avanti per favorire le scuole private, per raccattare qualche altro soldo dalle scuole pubbliche e raschiare il barile delle casse già misere e per gettare ulteriore discredito nei confronti degli insegnanti, con stipendi bassissimi, considerati dal senso comune come nullafacenti. Gli insegnanti di scuola dell’infanzia e di scuola primaria, in particolare, hanno proprio stipendi da fame; quelli dei collaboratori scolastici (i bidelli, in terminologia tradizionale), peggio ancora. Tutto ciò in perfetta sintonia e continuità con la cosiddetta Riforma Gelmini (si chiamano riforme, ma sono semplicemente tagli di finanziamenti e del personale). Infine, la scuola dell’infanzia e la primaria sono state abbandonate al loro destino, un destino del tutto ignorato dalla grande maggioranza delle persone; soprattutto la scuola primaria è stata distrutta dagli interventi dell’ultimo governo Berlusconi (vi ricordate la “grande discussione sociopsicopedagogica”, guidata dalla Gelmini, sui grembiulini, i crocefissi nelle aule, le “classi-ponte” per i bimbi immigrati, il maestro unico, la scomparsa dell’insegnante specialista d’inglese, oggi sostituito da qualche insegnante malcapitato il quale, spesso con una formazione di poche decine d’ore e a quasi sessant’anni, si trova per obbligo a dover insegnare una lingua straniera insieme ad altre materie?)

  2. Teresa D'Errico scrive:

    RENZI, LA SCUOLA, IL CAMBIAMENTO
    L’insostenibile ossessione del “fare”

    “Sembra che abbiamo fatto chissà cosa,
    ma in realtà non abbiamo combinato proprio niente”.
    Chuck Palaniuk, Soffocare.

    Quando si parla di scuola si pone l’accento, in genere, sul degrado dell’edilizia scolastica, che è un problema grave ed evidente, ma è solo quello che salta subito agli occhi, è quello che richiederà interventi mirati e precisi, sicuramente efficaci grazie agli opportuni stanziamenti di fondi, alle azioni di manutenzione e alla buona volontà degli amministratori locali.
    Più difficile risulta parlare, invece, di quello che non si percepisce immediatamente con la vista, che è velato da strategici efficientismi, che è oscurato dalle ipocrisie di una pseudocultura tecnologica, e che si traduce in ingegnerismi organizzativi dettati da ansie economiche.
    Il documento governativo pubblicato in rete con il titolo “La buona scuola” presuppone che la scuola finora in atto sia stata davvero cattiva, al punto da rendere necessaria l’ennesima riforma. Ma – attenzione! – non si pensi semplicisticamente a una riforma nel senso tradizionale del termine: Renzi ha parlato più volte di un nuovo “patto educativo”, anche se, a ben guardare, di studenti, di pedagogia e di educazione non si parla affatto, se non nei termini di un restyling didattico basato sull’uso forzato e affrettato delle tecnologie digitali spacciate come urgente necessità di adeguare la scuola al mondo in cui viviamo.
    La scuola del futuro progettata da Renzi
    – riduce gli spazi del merito perché considera merito l’ipercinesi extradidattica;
    – svaluta l’azione educativa come un’arte rétro;
    – parla di diversificazioni stipendiali sulla base di assunzioni di incarichi burocratici e organizzativi che nulla hanno a che fare con l’impegno per l’istruzione e la formazione degli studenti;
    – mutua il linguaggio dalle logiche economiche affidando la formazione dei docenti a un sistema creditizio che certo non appartiene alla scuola come dimensione culturale e la cui esistenza conferma amaramente che la scuola è sempre più un’azienda e sempre meno un luogo di cultura;
    – rinuncia al “grande sogno”, alla aspirazione intellettuale di una professione docente volta a interagire con classi intese come comunità interpretanti e, anzi, il testo redatto dal governo precisa chiaramente che il punto non è più descrivere meticolosamente quali contenuti devono apprendere i nostri ragazzi, ma definire obiettivi di apprendimento e traguardi didattici moderni (p.100).
    E questo, a quanto pare, è l’aspetto più inquietante della riforma: la finalità primaria per Renzi è puntare sulle competenze attraverso soluzioni efficaci e innovative: una scuola sprint, insomma, attiva, che raggiunga obiettivi (efficace) e che si rinnovi, riducendo in macerie l’elefantiaca macchina che finora ha però sfornato scrittori, medici, magistrati. E anche per quanto riguarda i docenti lo scenario non è diverso: l’orizzonte è quello di rafforzare le loro competenze professionali.
    Se si analizza la parola competenza – “comprovata capacità di utilizzare, in situazioni di lavoro (…) un insieme strutturato di conoscenze … “ (D.L. n. 13 del 16.01.2013, art.2) – si affacciano alla mente amare riflessioni: prima di tutto turba l’affinità fonica tra la parola “competenze” e “competizione”. E a ben guardare è proprio la competizione tra docenti ad essere incentivata da questa riforma: differenze stipendiali individuate in base al merito di chi tralascerà la didattica propriamente intesa, per svolgere attività di organizzazione, progettazione, tutoring, mentoring determineranno la nascita di professori di serie A, B, C, i primi selezionati dai dirigenti scolastici in base alla loro disponibilità a collaborare, gli altri discriminati perché si limiteranno a lavorare in modo “tradizionale”, cioè con i ragazzi, in classe, per formare esseri pensanti. Queste disfunzioni priveranno la scuola della sua sostanza culturale e di ogni intenzione pedagogica, riducendola alla operosa “fabbrichetta” di materiale umano strumentale alle logiche economicistiche imposte dal mercato. Del resto il testo renziano chiarisce al quinto punto che quella progettata è una scuola fondata sul lavoro, per ricordare, citandolo, il primo articolo della Carta costituzionale: lo scopo è, precisamente, raccordare più strettamente scopi e metodi della scuola con il mondo del lavoro e dell’impresa. E dell’articolo 33 (“L´arte e la scienza sono libere e libero ne è l´insegnamento”) cosa facciamo? Quale libertà potrà mai esserci in una scuola dichiaratamente asservita al potere economico, anzi, studiata in raccordo con le finalità dell’impresa, di cui, deve anche assorbire i metodi? Renzi sceglie di omettere ogni riferimento agli articoli 33 e 34 della Costituzione, sui quali è impostata la scuola repubblicana: ma pensarla “libera” fa paura!
    L’economicismo contemporaneo non ha solo inebetito la politica subordinandola agli interessi dei grandi capitali finanziari, ma ha anche irretito la pedagogia, che sembra sponsorizzare l’efficienza, la prestazione, l’acquisizione delle competenze come indici subordinati al criterio acefalo della produttività. (M. Recalcati, L’ora di lezione)
    Non possiamo affidarci solo al presunto valore delle competenze! Per distruggere Hiroshima e Nagasaki è bastato un dito competente che abbia premuto un pulsante, quello giusto, senza dubbio! Ma è mancato un cervello per fermarlo! La mortificazione dell’umanesimo a vantaggio della tecnica e degli specialismi produce una società che dimentica la bellezza, che si fa dominare dalla macchina e ignora che fare e agire non sono sinonimi. Fare significa eseguire un ordine, agire vuol dire essere consapevoli delle conseguenze dei propri comportamenti: compito della scuola è formare persone moralmente belle, capaci di orientare le proprie azioni verso ideali costruttivi, tali da rendere, cioè, l’uomo degno di questo nome. E per raggiungere questo obiettivo occorre restituire valore alla cultura, in un momento storico in cui, invece, malauguratamente, hanno preso il sopravvento i valori di mercato.
    Ancora, il testo renziano punta alle competenze come capacità di rispondere a input esterni (mondo del lavoro, economia, impresa) e non tiene conto che nella scuola ci sono giovani che hanno fame di senso, che vogliono conoscere i loro desideri, che hanno diritto di spiccare il volo e di nutrire il grande sogno, l’ideale di un mondo migliore. Avere cultura significa adattarsi, sì, all’ambiente ed essere uomini e donne del proprio tempo, ma con la coscienza critica di chi sa prendere le distanze, di chi sa opporsi ad un sistema disfunzionale e spesso corrotto, perché vuole cambiare e iniziare una rivoluzione a partire dal proprio cuore. Cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. (Camus, L’uomo in rivolta). I nostri ragazzi hanno bisogno di imparare a dire “no” a chi li vuole proni a un pragmatismo efficientista che si muove nel mare indistinto di un vuoto senza proposte e senza contenuti, ma presentato con il design dal cromatismo acceso e invitante: un nulla che sembri appetibile e appealing!
    A fronte di un invidiabile nitore espositivo e grafico quello che colpisce nella riforma di Renzi è la semplificazione estrema, lo “sloganismo” pubblicitario, l’ansia del cambiamento: frenesia del nuovo a tutti i costi e velocità sono le parole d’ordine di un marinettismo di ritorno. E non vengano profanati i nomi di Don Milani e di Maria Montessori citati dal testo del governo come modelli ispiratori di un progetto che di educativo e pedagogico non ha nulla.
    E, infine, è opportuno affrontare il punto più critico della riforma, esplicitato a pagina 9 del testo governativo:la scuola ha il dovere di stimolare i ragazzi a capire il digitale oltre la superficie. A
    non limitarsi ad essere “consumatori di digitale”. A non accontentarsi di utilizzare un sito web, una app, un videogioco, ma a progettarne uno. Perché programmare non serve solo agli informatici. Serve a tutti, e serve al nostro Paese per tornare a crescere, aiutando i nostri giovani a trovare lavoro e a crearlo per sé e per gli altri. Pensare in termini computazionali significa applicare la logica per capire, controllare, sviluppare contenuti e metodi per risolvere i problemi e cogliere le opportunità che la società già oggi ci offre.
    Insomma, i ragazzi devono avere a che fare con i computer sempre: non solo nel tempo libero, perché ormai giocano inevitabilmente con i videogames, ma anche a scuola. Non c’è scampo! E perché? Ma è ovvio! Per tornare a crescere, per trovare e creare lavoro! Economia, economia, economia. Il mantra è: competenze, produttività, efficienza, velocità. L’iperattivismo della digitalizzazione forzata profila scenari inquietanti che Recalcati sintetizza in una frase provocatoria, ma non poi così distante dal prossimo futuro: nella scuola che verrà un insegnante potrebbe essere tranquillamente sostituito da un computer e il risultato sarebbe lo stesso. Piattaforme on line, classi virtuali, e-learning nascondono due conseguenze gravi:
    a) carattere pervasivo della scuola digitalizzata: i docenti diventeranno persone “a una dimensione” ridotte a vivere per la scuola e a dedicare alla scuola anche il tempo personale e la vita privata, perché curare una piattaforma on line e correggere esercizi in una classe virtuale, inserire materiale di studio costringerà gli insegnanti ad essere sempre connessi e a fare del lavoro la loro sola vocazione esistenziale in una sequela ininterrotta di operazioni: studiare, preparare e inviare dispense, strutturare e correggere verifiche, rispondere a dubbi e questioni, aggiornare i siti, i blog, i forum…;
    b) riduzione drastica dell’organico in servizio: un solo docente per tutte le prime, un altro per tutte le seconde e così fino alle classi terminali di ogni ciclo, in videoconferenza riverseranno la loro sapienza preconfezionata, predisporranno e invieranno verifiche, naturalmente on line, e chi c’era un tempo a insegnare nelle classi per incantesimo sparirà! Niente incontri tra persone, si potrà seguire tutto da casa, la scuola non sarà più un luogo di socializzazione e di confronto: non esisterà proprio più!
    Il digitale ha soppiantato il cartaceo e ora si prepara a sostituire l’umano! La distopia di Fahrenheit 451 si sta apocalitticamente avverando. Una riforma incendiaria sta bruciando la cultura. Digitalizzare, disumanizzare la scuola, pensare solo alle innovazioni procedurali è la maschera necessaria a nascondere il bisogno di svuotare la scuola di senso e di contenuto, con un solo obiettivo: togliere potere al pensiero critico.

    “Non dar loro niente di scivoloso e ambiguo come la filosofia o la sociologia affinché possano pescare con questi ami, fatti che è meglio che restino dove si trovano”.
    (R. Bradbury, Fahrenheit 451)

    Teresa D’Errico
    P.S. Questo articolo è stato pubblicato anche sul sito “Centro Studi Gilda”

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