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Prima e dopo la caduta del muro di Berlino. Intervista a Bernhard Schlink

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Questo pezzo è uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Bernhard Schlink, uno dei maggiori scrittori tedeschi contemporanei, ha vissuto in prima linea soprattutto nella veste di costituzionalista l’autunno del 1989, che condusse alla caduta del Muro di Berlino e alla riunificazione della Germania.

Sino al 2006 Schlink è stato giudice presso la Corte Costituzionale della Renania Settentrionale-Vestfalia. Lo stesso anno è stato ordinato professore di Filosofia del diritto presso la prestigiosa Humboldt Universität di Berlino, situata nella zona orientale della città, sotto il controllo sovietico dopo la Seconda guerra mondiale. Il suo primo contatto con la più antica università di Berlino avvenne nel cruciale autunno 1989, quando accettò l’incarico di visiting professor.

«Ho sempre creduto nella riunificazione tedesca con la speranza di riuscire a viverla. Nell’autunno del 1989 ero entusiasta dell’idillio nato tra le due Germanie e partecipai alle consultazioni per una nuova costituzione della Repubblica Democratica Tedesca, nonché alla riorganizzazione del sistema universitario con la speranza che la Germania avrebbe davvero saputo reinventarsi», racconta Schlink.

La casa editrice Neri Pozza ha pubblicato in Italia i suoi romanzi Bugie d’estate, Olga e in una nuova traduzione Il lettore, divenuto un besteller, da cui è stato tratto il film The Reader – A voce alta, per la cui interpretazione Kate Winslet ha vinto il Premio Oscar come miglior attrice protagonista. Nelle opere di Schlink la dimensione storica è forte. I ricordi personali rievocano nella narrazione eventi fondamentali del Novecento tedesco ed europeo. La memoria non appare come una questione privata.

Schlink, ci aiuta a descrivere il senso, la natura e l’evoluzione della cosiddetta “Rivoluzione pacifica”, che culminò il 9 novembre 1989 con la caduta del Muro?

«Le promesse del socialismo nella RDT si erano ridotte a falsità: elezioni truccate, l’economia in rovina, le persone controllate e limitate nell’espressione e nella facoltà di viaggiare. Il processo di riforma innescato da Gorbaciov era la dimostrazione che un sistema apparentemente immutabile poteva vacillare e trasformarsi. I cittadini della RDT si resero conto che era arrivato il momento di agire, dapprima con l’obiettivo di lasciare il paese, poi di trasformarlo e infine di porre fine alla divisione».

Quali sono le criticità e le conquiste del difficile processo di riunificazione della Germania?

«Nei quarantacinque anni trascorsi tra il 1945 e il 1990, l’Est e l’Ovest hanno sviluppato due mentalità diversissime, che non sono ancora del tutto superate e resisteranno ancora a lungo. Ma non ho dubbi che – per usare le parole di Willy Brandt – ora può crescere insieme ciò che è nato per stare insieme. Lo sviluppo economico dei nuovi länder è ben avviato, si è proceduto a una riqualificazione dei centri urbani, le infrastrutture funzionano. E il flusso migratorio interno, inizialmente da Est a Ovest, ora procede in senso inverso e gli stili di vita si assomigliano».

Con quale stato d’animo la Germania si avvicina al trentennale del crollo del Muro? Soprattutto a Est l’inquietudine politica, sociale ed economica sembra essere forte.

«È difficile generalizzare. Si vivono diversi stati d’animo, dalla gioia per i trent’anni di riunificazione del paese, al senso di frustrazione per le differenze ancora evidenti. C’è un risentimento per discriminazioni vere o presunte, che si trasforma in rabbia nei confronti del sistema politico, delle alte sfere, che non ci presentano il mondo così come lo vorremmo».

Oggi che cosa significa per uno scrittore tedesco affrontare la rielaborazione del Novecento?

«Uno scrittore può raccontare delle storie in cui i lettori incontrano la Storia, in tutta la sua ricchezza e complessità, con la sua carica di turbamento, di smarrimento. Lo scrittore può raccontare storie che sfidano i lettori a mettersi a nudo e a capire quindi anche come potrebbero essere in condizioni storiche diverse».

Il 7 dicembre 1970 durante una visita a Varsavia il Cancelliere Willy Brandt s’inginocchiò di fronte al monumento in memoria della distruzione del ghetto della capitale polacca. Si trattò di una chiara ammissione di colpa, seppure la responsabilità diretta non fosse sua. Tale scelta è ormai acquisita in Germania?

«La politica tedesca non può ignorare il passato della Germania. È un passato carico di colpe. Il tempo trascorso non cambia le cose. A ragione le giovani generazioni non si sentono più responsabili in prima persona. Ma il passato del paese appartiene anche a loro e lo riconoscono carico di colpe com’è».

L’etnonazionalismo continua ad aleggiare in Europa. Lei rintraccia sempre la radice novecentesca?

«Il nazionalismo tende a esercitare un fascino particolare tutte le volte che il mondo si trasforma e che, di conseguenza, cambia anche il modo consueto, familiare, di abitarlo. Nel momento in cui si perde la sicurezza del posto di lavoro e la situazione economica si fa precaria, quando si rischia di scivolare in basso nella scala sociale e non si trova più nelle associazioni sindacali e nei partiti la rappresentanza affidabile dei propri interessi, quando il matrimonio e la famiglia come modelli di vita sono in disintegrazione, la nazione o l’etnia sembrano dare la certezza di una patria, sembrano garantire sicurezza e protezione. Dato che il mondo è in continua trasformazione, ci sarà comunque sempre un ritorno del nazionalismo».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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