1406280448_Christopher-Nolan-Interstellar-2014-Movie-Wallpaper-600x335

Lo spiegone di Interstellar, ovvero la fede scientifica e la chiacchiera spaziale

“Spiegazioni” scientifiche ridicole, recitate da un attore che si sforza di restare serio, mentre corre o digita tasti a casaccio: ci siamo abituati, è il cinema, non un convegno di fisica. Così, quando un giornalista troppo zelante scrive un articolo per sottolineare le molte incongruenze della fisica di Interstellar, viene giustamente accolto come un nerd: “È solo un film!”1. Eppure, perdendoci nella terra di nessuno tra science e science fiction che il cinema si assume il compito di esplorare, ci imbattiamo in un problema serio, di cui Interstellar è un esempio da manuale. Il problema non sta nella complessità di teorie scientifiche contemporanee su buchi neri e quinte dimensioni – peraltro, si tratta di programmi di ricerca aperti dall’esito ampiamente incerto – ma nel fraintendimento della scienza in generale, quale si dovrebbe conoscere a livello scolastico. Questa viene infatti sistematicamente scambiata per una fonte di miracolose certezze. Un fisico come Carlo Rovelli ha recentemente richiamato l’attenzione su questo punto: la mentalità scientifica coincide sempre con la consapevolezza dell’incertezza. Le teorie scientifiche sperimentalmente più efficaci presentano le idee attualmente migliori per la comprensione della natura, ma chi è impegnato nella ricerca fisica sulla struttura e lo sviluppo dell’universo (con teorie come gravità quantistica e stringhe) sa bene che le congetture sono talmente tante che non è prevedibile un futuro punto di arrivo.

Interstellar si richiama proprio a queste teorie, come annuncia allargando le braccia l’attore che ha estratto la pagliuzza più corta: “il fatto è che meccanica quantistica e relatività non vanno d’accordo!”, altrimenti sapremmo controllare la gravità e far emigrare l’intera popolazione della Terra in altri pianeti o stazioni spaziali. Ma il punto, come dicevo, non sta nel fatto che queste teorie siano fraintese. La storia si concentra sull’amore tra un padre (l’astronauta Cooper) e la figlia Murph, che (spoiler in arrivo) riescono a comunicare attraverso lo spazio-tempo: il padre riuscirà a fornire alla figlia ancora adolescente i “dati quantistici” catturati in un buco nero, capaci di completare la teoria della gravità e salvare l’umanità. Ma questo evento sarà possibile perché i due credono nell’incomprensibile: la ragazzina si fida dei segnali che vede arrivare da un fantasma, il padre si getta nel buco nero e cerca di impedire che il suo stesso viaggio abbia avuto inizio, per amore della figlia. L’amore, ci spiegano diversi personaggi del film, “diventa una grandezza misurabile”, perché condiziona le scelte e porta in definitiva a modificare il corso degli eventi.

Se questo è il nucleo emotivo del film, che c’entra la scienza? Niente. E perché allora chiamarla in causa, addirittura includere il sentimento umano tra le grandezze di cui si deve occupare la scienza? Il punto è questo. Come mostrano diversi sondaggi condotti negli Stati Uniti, il cittadino americano medio attribuisce al sapere scientifico un enorme valore, ma, al tempo stesso circa un terzo degli americani ignora (o contesta apertamente) dottrine scientifiche elementari come l’eliocentrismo e la teoria dell’evoluzione2. La scienza, in particolare la scienza della natura, ha insomma un’enorme credibilità mediatica, viene percepita come il codice interpretativo migliore per conoscere e modificare la realtà. Anche se non se ne capisce nulla. Per cui si pone il problema vitale – per un paese religioso come gli Stati Uniti, ma non solo – di ritrovare nell’immagine scientifica della realtà un posto per i sentimenti e la fede.

In Interstellar la soluzione è questa: la fisica diventa un altro nome per la fede. Ecco la prova. Cooper approda in una quinta dimensione, da cui potrà vedere il passato come una dimensione spaziale, e interferire con esso. Tacendo altri dettagli grossolani e risibili della sceneggiatura – Cooper non può parlare o farsi vedere dalla figlia che intravede attraverso le maglie dello spazio-tempo, ma può far cadere a spintoni libri dalla libreria, e spostare le lancette di un orologio, e così facendo riuscirà a trasmettere dati in alfabeto Morse! – qui le parole stesse del protagonista ci confessano l’idea di fondo: “Loro” (non si sa chi, forse uomini del futuro capaci di dominare le quattro dimensioni) hanno creato un ambiente nella quinta dimensione (cioè un luogo dove non esiste il tempo come lo conosciamo) per dar modo a Cooper di comunicare con la figlia attraverso il tempo e, trasmettendo (non si sa per quale meccanismo) dati (non si sa quali, solo che sono “quantistici”), ottenuti (non si sa come) attraverso un buco nero, sviluppare una teoria fisica (di cui non si sa nulla) e salvare il mondo.

Proviamo a tradurre in termini schiettamente sovrannaturali. Qualcuno è capace di donare all’uomo un accesso a una dimensione in cui la morte e la finitezza umana sono trascese e si può comunicare con i congiunti e indirizzare le loro azioni alla luce di una conoscenza superiore, al limite salvare il mondo. Cose ben chiare, anche senza meccanica quantistica, a numerose popolazioni storiche (e forse anche preistoriche).

Ora, si capisce che la soluzione per evitare questa mostruosa fusione di scienza e credenza sovrannaturale non è una spiegazione scientifica migliore. Fa un po’ tristezza – soprattutto per chi ama il cinema e film ambiziosi come Interstellar non li perde per nessun motivo – ricordare sempre i grandi capolavori del passato. Ma insomma, lo farò: 2001 Odissea nello spazio, film citatissimo in Interstellar – quasi per un (comprensibile) complesso di inferiorità – risolveva la questione di rappresentare il viaggio nello spazio-tempo con un espediente semplice ma geniale: silenzio, musica evocativa, immagini. Nessuno spiegone. Ma lasciamo pure fuori Kubrick, il cui sguardo sull’umanità era molto diverso rispetto a quello di Nolan (basti confrontate le facce indifferenti dell’astronauta di 2001, Bowman, quando riceve gli auguri nello spazio, con il pianto a dirotto di Cooper). Anche in un film come Solaris di Tarkovskij, dove la memoria dei familiari perduti irrompeva sotto forma di visioni nel contesto disumanizzato della stazione spaziale, le spiegazioni sono ridotte al minimo, proprio perché conta quel contrasto emotivo (e venga pure da un pianeta intelligente – Qualcuno appunto – capace di materializzare le fantasie di ciò che è assente).

La differenza tra questi casi e i più recenti sta nella disgraziata tendenza a riempire il silenzio che affligge i film di fantascienza visivamente più spettacolari degli ultimi anni: ricordo George Clooney in Gravity, che non la smette di tentare di rimorchiare la sua compagna di viaggio anche quando sta andando alla deriva, e non smette di colmare il vuoto cosmico con chiacchiere sul barbecue e altre abitudini americane; e qui Cooper e compagnia, che pure non la finiscono di spiegare ansiosamente le proprie azioni e le teorie che ci stanno dietro, con risultato sempre peggiore del silenzio.

“Voi americani, non la smettete mai di parlare”, scherzava la Morte nel Senso della vita dei Monthy Python, quando – già trapassato – il personaggio interpretato da Terry Gilliam continuava ad avere da ridire sulla realtà del proprio decesso. Eppure Interstellar è un film notevole, a tratti coinvolgente, e obiettivamente non esiste un’altra industria cinematografica capace di produrre un film tanto ambizioso e visivamente potente. Perciò, proviamo abbassando il volume: in fondo, come vuole la fisica classica, nel vuoto interstellare il suono non si propaga, e tutto tace.

1  http://www.slate.com/articles/health_and_science/space_20/2014/11/interstellar_science_review_the_movie_s_black_holes_wormholes_relativity.html?wpsrc=fol_tw

2

http://www.nybooks.com/articles/archives/2014/oct/23/what-scientists-really-do/?insrc=hpma.

 

Paolo Pecere è nato a Roma (1975), dove vive. Nel 2000 si è laureato in Estetica, nel 2004 ha conseguito il dottorato di ricerca in Logica ed epistemologia (La Sapienza, Roma) e dal 2005 è ricercatore di Storia della filosofia presso l’Università di Cassino. Ha pubblicato volumi e articoli sui rapporti tra filosofia, scienze della natura e psicologia in età moderna e contemporanea. Tra i suoi libri La filosofia della natura in Kant (Edizioni di Pagina 2009) e Meccanica quantistica rappresentazione realtà. Un dialogo tra fisica e filosofia (con N. Argentieri e A. Bassi, Bibliopolis 2012). Ha in preparazione il volume Coscienza e natura. Un itinerario da Descartes alle neuroscienze (Carocci 2014). Scrive di letteratura, cinema e altre passioni, collaborando stabilmente con il supplemento culturale Orwell del quotidiano Pubblico. Con minimum fax ha pubblicato, insieme a Lucio Del Corso, L’anello che non tiene. Tolkien tra letteratura e mistificazione (2003). Dal 2011 ha iniziato un progetto intitolato Dalla parte di Alice. La coscienza e l’immaginario, di cui minima&moralia pubblica alcune parti inedite.
Commenti
36 Commenti a “Lo spiegone di Interstellar, ovvero la fede scientifica e la chiacchiera spaziale”
  1. Maurizio scrive:

    Ragazzi, va bene tutto, ma avete raccontato il film, potevate mettere nel titolo che si trattava di un enorme spoilerone… e che diamine.

  2. Matt scrive:

    Analisi intelligente e condivisibile, ma eccessivamente magnanima.
    Perchè Interstellar è un film che, oltre a uno spiegone ‘tecnico’ che gira intorno alla questione scientifica, naufraga delittuosamente incagliandosi contro altrettanto gravi e molto più evitabili ‘spiegoni’ narrativi, dove tutto ciò che avviene sembra farlo in un universo scevro da ogni concetto di problematizzazione, dove tutto quel che avviene sembra dover avvenire, compresa la patetica e anemica risoluzione del rapporto padre-figlia, il cui dipanarsi avviene con una delicatezza da bugiardino di un medicinale, e così per tutto il resto.

    Prima che le intenzioni e le riverenze di Nolan verso film di altri pianeti cinematografici (2001, Solaris, per dirne due), andrebbe analizzato il suo totale pressappochismo nel tirare in piedi una storia che sia racconto, delinearsi di persone, caratteri, strutture sociali, tecnologiche. Tutto scroscia alla velocità dell’acqua di uno sciacquone, portandosi via il brutto, il male, i problemi, i dolori, le sofferenze, e prospettando oscenamente un barlume di storia d’amore finale che sembra uscire da un blockbuster da due soldi.

    Probabilmente è da questo atteggiamento insopportabile che discende una fede celeste nella scienza, nel radioso futuro, nel sereno dispiegarsi degli eventi verso una soluzione finale.
    Lo stesso personaggio di Matt Damon, che dovrebbe apparire come un vulnus nella fiducia dell’umanità nei confronti della scienza, patisce una bidimensionalità tale da risultare poco più di una macchietta. Non sembra avere un prima, e non avrà alcun dopo. Neppure i danni che causa portano ad alcunchè se non di allungare il brodo di venti minuti e regalarci lo “stupefacente” attracco più difficile della storia.

    Consola il fatto che tra un paio d’anni di questo film resterà un vago ricordo, come per tutto quel che della vaghezza pretende di far qualità.

    z.

  3. “”Ma questo evento sarà possibile perché i due credono nell’incomprensibile […] In Interstellar la soluzione è questa: la fisica diventa un altro nome per la fede.””

    assolutamente no! Cooper non crede nell’incompresnibile, lui all’inizio si ferma al dato scientifico. Imho avete frainteso il nucleo narrativo. Il nucleo narrativo è che i due eroi (padre e figlia) sono opposti, i due estremi di una opposizione, che poi giungono ad una sintesi dei due poli nello sviluppo dell’eroe. Il rapporto con la scienza che ne esce sta nel mezzo fra il “dato scientifico” e l’utopia. Citando Gregory Bateson, “Il rigore da solo è morte per asfissia, ma la creatività da sola è pura follia”. Che è appunto la maturazione dei due protagonisti. anche la figlia “matura” una posizione mediana: ripensando al passato, comprende di non aver avuto a che fare con fantasmi, ma col padre, e che era l’umanità stessa a parlarle dal futuro. Il sogno, la fantasticheria assume un metodo, e diviene anche un legame morale. La scienza che attacca Nolan è la cattiva scienza dei due traditori. Il dottor Brand e l’astronauta folle. Qui lo spiego meglio
    http://www.filosofiprecari.it/wordpress/?p=5053

  4. Miao scrive:

    Non ho tempo ora per controbattere a questa critica. Chi mastica un po’ di fisica non potrà fare a meno di notare che la scienza alle spalle di Interstellar è molto più sottile del livello con cui viene presentata al grande pubblico (ad esempio l’idea che l’*unico* modo per comunicare attraverso diverse dimensioni sia la *gravità* viene direttamente dalla Teoria delle Stringhe – ecco perché Cooper può solo “spintonare” i libri attraverso anomalie gravitazionali create dal tesseratto in cui si trova ma non può parlare con la figlia, ma potrei fare molti esempi delle sottigliezze presenti nel film, che è borderline con la fantascienza hard).
    Mi limito solo a ricordare che il consulente scientifico è stato Kip Thorne, che in seguito ci ha pure scritto un libro sopra:
    http://www.amazon.com/The-Science-Interstellar-Kip-Thorne/dp/0393351378
    Inoltre lo studio per la simulazione del buco nero del film ha portato a qualche scoperta interessante:
    https://astronomicamens.wordpress.com/2014/10/31/gargantua-il-primo-buco-nero-piu-realistico-del-grande-schermo/

    Inoltre…

    > Proviamo a tradurre in termini schiettamente sovrannaturali. Qualcuno è capace di donare all’uomo un accesso a una dimensione in cui la morte e la finitezza umana sono trascese e si può comunicare con i congiunti e indirizzare le loro azioni alla luce di una conoscenza superiore, al limite salvare il mondo. Cose ben chiare, anche senza meccanica quantistica, a numerose popolazioni storiche (e forse anche preistoriche).

    Questa è un’altra grandiosità del film, riuscire a mantenere fresca la struttura aristotelica del dramma in tre atti con deus ex machina all’interno di una trama fantascientifica hard. Il tutto con la semplicità necessaria per comunicarlo a un pubblico composto perlopiù da americani medi incolti.

    Dieci e lode per il film. Zero a questa critica.

  5. Riccardo scrive:

    infatti: uno dei punti centrali di Interstellar è la contrapposizione tra concezione “genetica”, totalmente razionalizzata, dell’identità umana, e una concezione “empatica”, che nel film spinge al sacrificio e al salto in un ignoto che non è (ancora) comprensibile scientificamente. Uno schema “provvidenzialista” in effetti emerge, e viene a sanare i binarismi che il film stesso postula, ma non è certo una fede razionalista a suscitarlo. E comunque sia lode a Nolan, perché in un blockbuster riesce a infilare idee di questo tipo, anche se stilizzate e semplificate. Interstellar prende un formato narrativo popolare e lo forza all’estremo–con qualche inevitabile smagliatura. Ma intanto i ragazzini che lo hanno visto vanno a casa e magari scoprono qualcuna delle infinite citazioni che contiene, leggono un po’ di divulgazione scientifica, e capiscono che dietro quella storia e le sue immagini stupende ci sono decenni di bella fantascienza (Dick, Robinson, ecc.).

  6. paolo scrive:

    Tra i capolavori del passato possiamo mettere anche Blade Runner o Matrix senza che nessuno si offenda? Anche Asimov e Philip K. Dick? Lo spiegone fa parte di questi film, di questi scrittori e della fantascienza in generale. Casomai Kubrick e Tarkovski sono due eccezioni. Nel senso che una storia di fantascienza comincia da una teoria scientifica immaginaria, e quella teoria va spiegata perché la storia sia godibile. Poi alcune teorie stanno in piedi più di altre, d’accordo. Ma i viaggi nel tempo in particolare non stanno in piedi mai (vedi Ritorno al futuro, Terminator, perfino La Jetée o Esercito delle 12 scimmie che dir si voglia: eppure sono tutti bei film). Mi pare esercizio lezioso mettersi a misurare le contraddizioni delle fantascienza, e poco storicamente informata la critica dello spiegone.

  7. Matt scrive:

    Due cose collegate,
    La prima: l’autore di Slate non ha ritrattatola sua mpressione sul film, ma solo le critiche mosse alle ipotesi scientifiche messe in piedi. Sono due cose totalmente differenti, specie se poste in relazione all’articolo qui sopra.
    L’autore di Slate scrive, tra l’altro, una cosa intelligente e fondamentale:

    Let me be clear: I can (almost always) completely ignore bad science if the story is well told.

    Che si collega alla seconda cosa da chiarire, specie in riferimento al commento di Paolo.
    Delle contraddizioni della SF, giudicando un film, ce ne possiamo fregare altamente, perchè in fondo non fanno parte del giudizio sulla qualità del film. Fanno parte di un dopo e di un altrove, utili e talvolta necessari, ma non legate in alcun modo alla definizione dello spiegone in senso estetico.
    Lo spiegone è brutto. Perchè è didascalico, perchè ci tratta come una massa acefala che su certe cose non può arrivarci da sola, nè le viene lasciata la libertà di suggestionarsi, per quelle cose.
    Non è importante che sia aderente o meno alla realtà scientifica perchè non dovrebbe esserci in senso prima di tutto estetico.

    Personalmente trovo Matrix un ottimo film che pecca in modo quasi mortale proprio nello spiegone da poltrona (letteralmente) a Neo da parte d Morpheus.
    Per lo stesso motivo potrei rivedere 100 volte Terminator e stupirmi ogni volta di come, prima di voler scoprire le carte, Cameron decida di lasciarci intravedere quel futuro di teschi schiacciati da arti di metallo urlante.
    E non a caso i Wachowski hanno inttrapreso una strada artisticamente imbarazzante già nei capitoli successivi della saga Matrix, continuando a trattare il pubblico come un bambino alle giostre da tramortire.

    Il problema di Interstellar è primariamente di forma, di tessuto narrativo. Non spazio-temporale.

    z.

  8. Stefano Trucco scrive:

    Massì, la scienza in queste cose non è importante. Buchi neri e wormholes sono questioni ancora controverse anche fra gli scienziati e c’è un mucchio di spazio di manovra (l’avete sentito dire, no?, che teoria della relatività e meccanica quantistica sono incompatibili ma funzionano lo stesso entrambe?). Quanto poi alla trama, beh, si sa da tempo che è impossibile fare una trama perfettamente razionale una volta che ammetti il viaggio nel tempo.
    Quel che a me imbarazza un po’ di più è il resto. Siamo in un futuro di crisi alimentare e, per via di rivolgimenti appena accennati, c’è stata una rivoluzione: ed ecco che l’eroe, ex astronauta maschio, bianco, etero e wasp si confronta col nuovo potere, rappresentato da un maschio nero e da una donna bianca, un potere che sostiene che non siamo mai sbarcati sula Luna ed era tutto un complotto.
    Certo, il nuovo potere è sostenuto anche dal vecchio nonno saggio: brava persona, certo, ma, appunto, vecchio; e dal figlio maschio dell’eroe, coraggioso e determinato ma fatalmente limitato rispetto alla sorella.
    E’ tutta gente che vuole solo ‘difendere’ l’esistente ma non può farcela; l’nica soluzione è l’esplorazione dello spazio e per questo ci vogliono gli eroi, bianchi, maschi e etero come Cooper. Eroi tecnologici ma non necessariamente scienziati.
    Quando incontriamo il vero cattivo, Matt Damon, è altrettanto maschio e bianco dell’eroe ma è troppo ‘scienziato-scienziato’, non riscattato dalla fede come Cooper. Infatti, pur ben intenzionato (esploratore anche lui), si incammina inevitabilmetne verso il sotterfugio, la menzogna e l’omicidio.
    Il vecchio scienziato Michael Caine è altrettanto bacato, sia pure in modo diverso: vuole salvare l’umanità ma non quella realmente esistente sulla Terra e non vuole (o forse non può?) risolvere l’equazione. Come può invece la figlia dell’eroe, toccata dalla fede. Come pure toccata è Anne Hathaway, figlia dello scienziato, che per fortuna crede nell’amore.
    Insomma: esploratori 10, scienziati 5, insegnanti 0. Insomma, il mondo di Steve Jobs, l’esploratore che non sa programmare (non è uno scienziato) e non è laureato (non è un insegnante). Tu esplora e crea e credi nell’amore, al lavoro ci pensa la servitù…

  9. Stefano Trucco scrive:

    Ah, specifico: leggo fantascienza dagli anni Settanta. Niente stronzata tipo ‘sono le regole del genere’, grazie.

  10. Matt scrive:

    Mi accodo alla spietatamente perfetta analisi di Trucco, per sottolineare con ancora più forza quanto in questo film manchi un elemento strutturato di quanto la SF, già dagli anni ’50, poneva spesso al centro della propria critica all’esistente: la rappresentazione del conflitto. Di qualsiasi tipo esso sia, scienza-fede, tecnologia-disumanizzazione,individuo-stato,e via dicendo.
    Una delle cose più banalizzanti di Interstellar è che tutto scorre e si risolve con la grazia semplificatoria di un’equazione, anche laddove un conflitto venga suggerito (Matt Damon interpreta un personaggio più assimilabile a un cattivone da Indiana Jones che a un problema reale; nella bidimensionalità del suo personaggio non riesce nemmeno a far qualche serio danno, in fondo), si tratta sempre di un elemento le cui soluzione è dietro l’angolo.

    La Nasa ha l’aspetto di una ONG, non appena si varchi il cancello d’ingresso debolmente militarizzato. La partita scienza vs fede propone punteggi ben riassunti da Trucco (il trionfo di un oscurantismo da pensa positivo). Perfino la figlia Murph ritrova il padre nientepopodimeno che seguendone le orme fno a un livello da premio Nobel per manifesta superiorità. Mentre tutto intorno rimane immobile pur nella cupa disperazione che dovrebbe avvolgere il pianeta (invece il fratello è ancora lì che coltiva pannocchie a due passi da una base segreta).

    La servitù sembra già essere finita in un’altra dimensione, di cui è meglio non sapere. Evidentemente.

    z.

  11. questioni di gusti, va bene. Ma con la trama bisogna essere obiettivi senza travisare le intenzioni dei due Nolan. Vedo un’accusa non velata di oscurantismo che è quanto di più lontano dalla realtà, e su questo discuto. Gli eroi del film sono due: padre e figlia. Entrambi salvano il mondo. Entrambi rappresentano due opposti. Entrambi maturano (come tutti gli eroi), e quindi hanno bisogno l’una dell’altro. Un po’ Kirk e Spock (celebre e riuscita dicotomia del cinema, così dannatamente semplice, ma chi si azzarderebbe a criticarla?), ma anche utopia vs scienza. L’umanità è tutti e due, ha bisogno di entambi, ma un po’ diversi da come sono all’inizio. La maturazione dei due, alla fine, lo dimostra (e maturano nello stesso momento “relativistico”). La “fede” in questo film non c’entra nulla (almeno quel significato di “fede” dei detrattori del film). Nelle scelte più importanti del film, sono in gioco legame/empatia/amore vs il puro dato scientifico, non certo fede vs scienza. Nessun “fideismo”. Semmai, una scienza che senza etica o senza empatia, senza legame, si butta in un vicolo cieco, o una scienza che pregiudizievolmente è chiusa al nuovo. La “piaga” è una metafora della sterilità del puro dato, della chiusura dell’universo simbolico e della sterilità morale (insomma, alla Eliot di The Waste Land o tipo “I figli degli uomini”). La scienza nel film è rappresentata come un’impresa straordinaria (a salvare l’umanità sono una matematica ed un pilota della Nasa, ricordiamolo) ma che deve essere sempre aperta all’utopia e ai valori, pena il diventare come il prof. Brand (decide da solo, nella sua torre d’avorio, cosa ne sarà dell’umanità) o come l’astronauta folle (la scienza al servizio dell’individualismo più becero, la sopravvivenza dell’individuo vs interessi collettivi).

    Il centro del film, dunque, è l’empatia, il legame. L’umanità futura, per Nolan, ha superato l’egoismo/egotismo (oltre alle ordinarie dimensioni spaziali) e questo ha garantito la sua sopravvivenza. E’ proprio questo pensare agli altri, al gruppo anziché all’individuo, a creare un legame tra futuro e passato, un legame che supera il tempo e lo spazio; nel film, l’umanità futura crea misteriosamente dei wormhole (buchi neri) per aiutare l’umanità del passato, e quindi, per aiutare se stessa. Il monito morale di Nolan è: siamo un legame, il nostro presente non è nient’altro che il passato di qualcos’altro, il passato di coloro che verranno dopo di noi. Con tutte le responsabilità del caso. Questa verità etica è disseminata nel film ora esplicitamente, ora velatamente, come fosse una qualsiasi legge della fisica assimilabile alla relatività di Einstein o alla dinamica. L’empatia diventa una sorta di legge fisica.

  12. Matt scrive:

    @filosofiprecari

    No, non credo sia solamente questione di gusti, ma piuttosto di prospettive analitiche.
    Ho letto la tua ben argomentata analisi della sceneggiatura del film su filosofiprecari.it, e credo che emerga lo sbilanciamento analitico di fondo.
    Nelle righe conclusive sotto la voce “Criticità di fondo”, liquidi una questione estetica che è il cuore di ogni narrazione, e che non dovrebbe venir relegata in un fondo. Quanto sostieni nella tua analisi può rimanere vero anche per me, se parliamo del materiale fabbricato a tavolino dai fratelli Nolan, le dicotomie, le varie parti narratologiche, la profondità dei rapporti (e lo stesso potrei dire a proposito del Cloud Atlas da te citato, film che ho trovato orrendo nel modo in cui percuote la soglia di attenzione dello spettatore, con un montaggio di narrazione alternata ai limiti della presunzione di onnipotenza)
    Ma la resa filmica, narrativa, di tutto questo materiale sta alla base della ricezione dell’opera.
    Tanto che molti degli intenti che elenchi nelle scelte di sceneggiatura svaniscono proprio per i difetti di montaggio, di ritmo, di dialoghi, finendo per appiattire qualsiasi strada lastricata di buone intenzioni.

    L’eroe dai “mille volti” Cooper, in quel finale telefonato e schematico (riabbracciare tutti liquidando ogni abbraccio che è stato e che sarà secondo una scaletta da videoclip) per me assume la stessa posa del Cooper idealista che nei primi minuti insegue il drone con gioia da fanciullino, o di quello che per tutto il film sa sempre la cosa giusta da fare. Non vedo una maturazione perchè non mi viene dato il tempo per vederla, e all’attore per svilupparla, verosimilmente.
    Questo trovo gravemente fallimentare. Questo è l’occultamento del conflitto dal mio punto di vista, come lo è il non mostrarci adeguatamente il travaglio interiore di Murph nel passare da rigetto del padre a scienziata che ne segue le orme.

    Che poi si possa, come fai tu, studiare intenzioni e volontà seguendo l’idea di uno script, d’accordo.
    Ma mi chiedo se ne vale la pena farlo, come sembrano fare in molti, PRIMA di ammettere che il peso di tutta quella buona volontà presunta è rimasta schiacciato da un vuoto ben maggiore e contrario.
    Un vuoto di forma che diventa, per forza di cose, anche un vuoto di sostanza parlando di cinema.

    z.

  13. Riccardo scrive:

    Si tratta di generi narrativi. Il cinema d’avventura e d’azione di solito non ha molto spazio per l’introspezione, perché la maggior parte delle energie creative sono rivolte alla costruzione di uno scenario e di una sequenza di azioni — di pericoli e peripezie. Gli eroi sono figure simboliche (spesso con forti risonanze archetipiche, come Luke Skywalker, altro volto dell’eroe campbelliano), e ci chiedono una una lettura che si concentri non tanto sulle motivazioni individuali profonde o sul loro sviluppo, ma sulle decisioni espresse nel loro manifestarsi concreto, un po’ come in un romanzo cavalleresco o in un film western. (Se a qualcuno può interessare, la cosa è teorizzata molto bene da Stevenson in un suo saggio sul “romance”…) Insomma, sarebbe bellissimo un Interstellar accompagnato da un voice over con i pensieri di Cooper, con tanto di accento texano — alla Terrence Malick per intenderci — un Interstellar che duri non tre ma nove ore, ma Cooper è un pilota di astronavi, è un uomo d’azione, appunto, e in quanto tale agisce. Anche Murph è un eroina, che risolve, fulmineamente, un enigma, guardando (SPOILER!) quel bell’Hamilton khaki (purtroppo non in commercio). Nei film d’avventura, la profondità emotiva dei personaggi non è sempre pari alla loro prestanza, alla loro bellezza o alla loro astuzia. Ma se si crede alla possibilità di tuffarsi in un buco nero allora forse si può credere anche a una psicologia stilizzata, godendosi lo spettacolo meraviglioso di quel tuffo, e lasciandosi avvincere dai simboli — e in Interstellar ce ne sono tanti — più che dalle psicologie. Insomma, che il buon Nolan non sappia narrare è opinabile… Chiediamo un po’ in giro 😉

  14. Concordo con Riccardo. Pensavo proprio al “tempo” di sviluppo dei personaggi. Frodo del signore degli Anelli ha “molto tempo” per far vedere quanto è cambiato, cosa pensa, e alla fine, come è diverso da quel Frodo che è partito dalla contea. In merito a quanto scrive Matt, aggiungo che il film “mi è bastato”. “Non si può andare contro ciò che l’anima ha scelto” scriveva Jeromski. A me, per una serie di ragioni sopra elencate, è piaciuto. A Matt no, per cui, ognuno dà le ragioni di una scelta che è precedente alle ragioni. E’ un altro modo di dire che, alla fine, rimane una questione di gusti, e potrebbero esserci infinite ragioni per buttare un film dalla torre, come infinite per farcelo restare sopra. Mi fermo qui. Non entro nei gusti, e in effetti la mia polemica era su due punti, e cioè sul “fideismo” e sul “rapporto con la scienza”. Cose su cui si può oggettivamente discutere.

  15. Stefano Trucco scrive:

    Ma se Riccardo ha ragione – è ‘solo’ un film d’azione e le ‘regole del genere’ impediscono l’introspezione e la narrazione di idee – allora le analisi di filosofiprecari sono del tutto soggettive e gratuite. Anche le mie, forse, ma almeno mi baso rigorosamente su quel che nel film ‘si vede’ e non sulla mia idea di quel che volevano dire i Nolan.
    Del resto, in questo ‘genere’ il capolavoro di questi anni resta 2012 di Emmerich: ci sono più idee e divertimento in quella auto-dichiarata stronzata che nelle eleganze di Nolan.

  16. Ps: Stefano Trucco, tutto quello di cui ho parlato COMPARE, ed è evidente, nel film. Non è la sola intenzione dei Nolan. La critica giusta da fare è che una verità sputtanata, direi in alcuni punti, didattica, quasi un documentario. Ma, ripeto, è evidente. Passo e chiudo.

  17. Riccardo scrive:

    …e io non ho mai scritto che nei film d’azione non ci sia narrazione d’idee, né che Interstellar sia “solo” un film d’azione. È un film d’azione, ma ricco di idee, proprio come “The Dark Knight”.

  18. SoloUnaTraccia scrive:

    Quello che ha studiato fisica è DePalma.
    Nolan fa il regista cinematografico. Criticare un film di fantascienza per la varia inaderenza alle teorie scientifiche attualmente invalse è veramente ozioso e, a differenza delle teorie di cui poc’anzi, privo di senso.
    Ai tempi pure Kubrick s’era preso dell’ambizioso cretino dal professorone di turno. Negli anni costui non ha mancato di riprodursi, inevitabilmente.
    Fatico a capire perchè nessuno dei suoi bimbi abbia strepitato perchè alla fine di Dark Knight il bislacco Bruce Wayne sia in perfetta salute al bar dopo essersi fatto detonare un ordigno atomico a pochi metri dal naso: gli scEMziati non dovrebbero coltivare la virtù della coerenza?
    Sottoscrivo il MIAgOlìo.

  19. Stefano Trucco scrive:

    Insomma, se non ci fosse stato il ‘professorone di turno’ (ma come, ‘critici parrucconi’ non va più bene?), probabilmente pagato dalla produzione per fare un po’ di casino, qui non avremo niente da discutere. Si riconferma come nel mondo dello spettacolo odierno (nel senso più limitato possibile di ‘show business’) la funzione del critico sia fondamentale per motivare i fan. Se nessuno ti stronca il film sei costretto a pagare qualcuno perchè lo faccia – e ricordo che per i film hollywoodiani il budget pubblicitario è a volte pari alla metà del costo totale del film.
    Mi sarebbe piaciuto che qualcuno mi avesse fatto notare quanto sbagliate fossero le mie annotazioni sul film ma dato che la campagna pubblicitaria prevedeva che la discussione vertesse solo su ‘scienticità sì/no/chi se ne importa, è solo un film’ non è successo…

  20. Matt scrive:

    @SoloUnaTracci

    In effetti, riflettendoci su, uno dei grossi problemi della presunta discussione pubblica sul Interstellar è nata dalla recensione su Slate dello scienziato che ha criticato en passant la resa filmica dell’opera, concentrando invece la polemica sulla scientificità della stessa, e spostando totalmente il piano della discussione fuori centro.
    Almeno dal mio punto di vista.
    E a proposito di Dark Knight Rises (quello cui accenni) non è certo la scientificità del finale che me lo fa ritenere un film indegno di essere anche solo accostato a quel “cazzo di capolavoro” (cit.) che è The Dark Knight, dove invece l’equilibrio narrativo, lo sviluppo dei personaggi, i loro fantasmi personali appena suggeriti eppur così mostruosamente potenti, ne fanno uno dei migliori film degli ultimi vent’anni IMHO.
    Mentre l’ultimo film della trilogia ci regala “perle” quali una Cat Woman di cui vi sfido a trovare un senso, oltre a quello di sfoggiare tutine attillate su moto performanti. E molti altri dettagli tracciano l’abisso tra la qualità del secondo capitolo (ma anche di Batman Begins, volendo) e il terzo.
    Sempre IMHO.

    z.

  21. Franco scrive:

    Paolo Pecere ma lei chi è? un moralista?
    E’ ovvio che ci sono delle incongruenze in un film (come in tutti i film) sono film, altrimenti si tratterebbe di documentari e ognuno trarrebbe le conclusioni scientifiche che gli sono proprie. I film devono far combaciare narrazione, stile, sentimenti, suscitare stati d’animo e curiosità. Ed ovviamente, effetti speciali.
    Il consulente scientifico è stato un astrofisico molto ben conosciuto, Kip Thorne (premio Einstein).
    Che poi il film abbia speculato, lo dice anche Nolan, ma questo fa parte della cinematografia.
    Sono d’accordo con Miao
    Dieci e lode per il film. Zero a questa critica.

  22. RobySan scrive:

    Ma, alla fine, i buoni vincono o no? Se no, mica ce li porto i miei figlioli a vederlo!

  23. paolopatch scrive:

    Un chiarimento alla luce dei molti commenti che riguardano quanto ho scritto (anche se poi la discussione è andata oltre).
    Non ho scritto che Interstellar contiene incongruenze scientifiche, anzi ho scritto che la cosa non ha importanza; ho scritto che il film presenta i suoi temi etici e religiosi sotto forma di una insistita riflessione sulla scienza, che con la scienza non c’entra nulla. E che questo ha un effetto rovinoso sul piano artistico.
    Ho dato, come possibile spiegazione di questo fatto, l’immagine confusa della scienza che domina la cultura americana. Scrivendo, per esempio, che questo cortocircuito porta – nel film – all’assurda conseguenza di considerare l’amore sullo stesso piano di una “grandezza” fisica (come se la passione umana non bastasse in se stessa a dimostrare la propria realtà, e si dovesse assimilare al lessico scientifico per ricevere questa patente).
    Di fatto, nel film si tratta soltanto di passioni umane, con l’aggiunta di tanta confusione e alcuni momenti di ridicolo (la sceneggiatura, insomma, la trovo pessima e non all’altezza della produzione).
    Così facendo proprio il contenuto di ignoto, che il film affronta con la sua tematica fantascientifica e con le sue immagini meravigliose, viene perduto.
    Il film mi ha deluso come appassionato di cinema, non come filosofo della scienza (né, tantomeno, come moralista), perché credo che il cinema sul viaggio spaziale possa esplorare, nella rappresentazione, un “adlilà del già noto” che il discorso razionale (e soprattutto scientifico) non è capace di articolare. In film come quelli che ho citato come esempi positivi il silenzio delle immagini aiuta a evocare questo “aldilà del già noto”. La chiacchiera infinita e lo “spiegone” pseudo-scientifico distruggono questa potenzialità.
    (Trovo l’immagine della “quinta dimensione” data qui molto poco fantasiosa, come invece ho trovato sempre geniale quella del finale di 2001: http://www.minimaetmoralia.it/wp/corpo-immaginario-cinematografico-3-stanley-kubrick/)

  24. Miao scrive:

    @paolopatch

    Legga il libro di Kip Thorne che Le ho segnalato e vedrà che (forse) cambierà idea. Se ha un Kindle e non vuole spendere soldi ne troverà anche il torrent su Google: http://www.google.com/search?q=2a65ea193ac9b8960c1c521a383b4633fdb24ddb – chiedo scusa a Kip.
    Per quanto riguarda il lato cinematografico/narrativo invece, mi astengo volutamente – sarebbe troppo lungo e adesso non ho tempo. Ribadisco il giudizio positivo sul plot e sulla sua capacità di restaurare i luoghi della tragedia all’interno di una trama così hard.
    Il tempo ci dirà chi dei due ha ragione.

    Saluti.

  25. Fabrizio scrive:

    @ Stefano Trucco

    Mi pare di ricordare “Neanche gli dei” di Asimov, capolavoro di scambio-messaggio-dimensionale e raffinatissima invenzione (la Pompa Elettronica). E anche il bellissimo pafrasare -neanche gli Dei possono nulla – contro cosa? Contro il Fato.
    Ho come la sensazione che Interstellar abbia banalizzato il romanzo di Asimov, portando la psicologia umana (il padre-l’astronauta) laddove erano gli esseri confinati in un altro spaziotempo.

    Se (ed e’ vero) il viaggio nel tempo e’ impossibile, allora, forse il Tempospazio a cui allude il film di Fanta-Magia (la “stregoneria” che gli americani non capiscono; ma alla quale attribuiscono valore: di Verita’) e’ una allegoria di ben altro…Ci hai mai pensato?

    Intendo…Un mondo ultra dimensionale, attraverso cui l’astronauta-padre comunica (tramite la gravita’ – si certo, se seguiamo il principio olografico di Bell e aggiungiamo alla SUSY il Gravitone come Bosone tachionico) che ci appare…pero’…come Manifestazione Spiritica…
    Ovvero, Stefano…Il Neospiritismo americano, quello (che segretamente spera nell’immortalita’ afterlife) oppure lo scientologysmo.
    Non e’ per caso sempre li a chiamarci per dire: “La soluzione e’ di qua! nel Buco Nero ch’e’ il punto di contatto di Membrane di un Iperspazio indefinito e sviluppato in molti tempospazio alternativi…E’ da li che veniamo! E’ da li che verremo…come extraterrestri a ricondurci alla Via alla Verita’ e alla Vita”

    Non ti pare che il sostrato del film sia la concezione che: oltre la vita ci sia la potenzialita’ d’una immortalita’ tempospaziale o psichica, che possa- voglia – debba – abbia la missione, di consolarci (Contact, un altro film tra padre e figlia…).
    Gli americani, nel loro percorso storico di ateismo, si perdono in rivoli di mormonismo, spiritismo, tavolini traballanti sfere di cristallo, elettromagneti, campi quantici di Hegelin, legge di attrazione, anime sparate nella dimensione superluminale, tachioni e scientologia interstellare piena di extraterrestri, lemuri, atrantidei, … e robotrasformer…
    All’unico scopo di ritrovare il Senso, e un Sentimento d’Amore (umano e divino) e sopratutto…la sopravvivenza alla morte.
    Scivolando in un Buco Nero, che e’ simbolo di un Orizzonte -degli eventi- il superamento della Morte (in realta’ come sai il buco nero di Event Horizon ne ha due) per ritrovare QUALCOSA che la Magia Scientifica (e ora come ora, anche la Magia Finanziaria del US Dollar) non puo’ piu’ generare…La fede…IN CIO’ CHE E’ METAFISICO.

    Qualcuno molto informato e “dentro” alla cosa, diceva gia’ nel 1912, che per una evidente chiarezza etimologica, cio’ che’ metafisico (anzi, propriamente al singolare: il Metafisico) e’ indeterminabile e non ha alcuna relazione col fenomenologico (dal basso dell’azione, intendo: dalla direzione del fenomenologico).

    Ovvero: nessuna magia, e rituale scientifico, potra’ e ha potuto mai afferrare il Metafisico: l’Oltre Assoluto.
    Men che meno in un Buco nero, che riduce l’informazione al nihil dell’entropia quantica ed evapora in cio’ che alla fine, tutto cio’ che e’ Quantita senza Qualita’ diviene….Calore….alla temperatura della radiazione di fondo.

    L’unico modo sarebbe che l’astronatuta (il padre) entrasse tra i due orizzonti degli eventi (esterno e interno) di un Buco Nero rotante di Kerr e si sdoppiasse, riuesciendo energizzato dall’inversione di spin di ogni suo bosone-adrone…Ma cosi’ si muore…

    Gli Stati Uniti d’America, rivogliono indietro Dio (Padre e figlia, un bel complesso di Elettra hanno addosso gli U.S.A.) e non sanno piu’ cosa inventarsi, l’Eletto telefona a Zaion, il Terminetor si termina da solo, l’astronauta di 2001, rinasce Ecce-Christi-Omine (comunque un capolavoro), la Pompa Elettronica di Asimov concentra troppe antiparticelle all’imboccatura terrestre (grande intuzione del Nostro; A.) e avrebbe destrutturato il continuum spazio temporale…I buoni extraterrestri come Starman, somigliano ad angeli sperduti e quelli brutti come ET, o quelli enigmatici di Signs; o quelli terribili da Guerra dei Mondi….sono…..Sempre Manifestazioni di un Complesso di colpa…Quello degli Americani…Orfani da piu’ di due secoli ormai, dell’Antichita’ e della Forza, che noi europei (non tutti ma molti) in verita’ abbiamo.

    la Tradizione.

    Interstellar, non e’ un film di fantascienza, e’ l’alchimia delle Grande Opera, che ha perso la via di casa da duecento anni.

    E vuole tornarci a Casa, ma non sa proprio come fare!

    Il Padre Astronauta e’ il loro Raimondo di Sangro che lancia segni (simboli) sapienziali, mentre gli altri stregoni hanno perso la forza magica dei rituali scientifici ed errano tra formule non valide.

    E pensare…che…

    Per salvare il mondo occorre scendere all’interno di un buco nero molto piu’ vicino e semplice da raggiungere…Noi stessi, la profondita’ della nostra anima, la connessione con lo spirito del Creatore. Raggiungendo, un Lume (aeternum) e la fede, appunto.

    Senza elettronica…in alcuni casi e’ velocissimo. Illuminante. Tachionico.

  26. RobySan scrive:

    La soluzione è nella tiotimolina. Risublimata.

  27. Edoardo Acotto scrive:

    Ma soprattutto, caro Paolo, a me pare che lei non abbia minimamente intuito che gli esseri pentadimensionali non sono creature divine ma gli uomini del futuro. Forse il doppiaggio italiano è fuorviante, ma io sono sicuro di averlo capito guardando il film in italiano.
    Una rapida verifica su Wikipedia in inglese conferma questo punto che smonta la sua “infamante” accusa di criptoreligiosità new-age.

    La sua recensione risulta quindi a tesi e parecchio dogmatica, anche se stilisticamente spiritosa.

  28. Manuela scrive:

    …scusete se vi interrompo e sappiate che è un piacere leggervi…che abbiate amato o no questo film importa poco. Qualcuno però ha scritto “Ma intanto i ragazzini che lo hanno visto vanno a casa e magari scoprono qualcuna delle infinite citazioni che contiene”… non sono ragazzina, ma chi ha scritto questo ha colto nel segno l’effetto che ha avuto su di me.
    Premetto, m occupo di altro nella vita, faccio l’avvocato, ma questo film mi ha fatto ricordare le tante ore di fisica del liceo spiegate da un professore che ne capiva e tanto; io che da quel liceo sono uscita 15 anni fa ho seriamente rimpianto di non aver prestato attenzione.
    Chissà che qualche giovane studente non si svegli grazie ad Interstellar dal suo torpore adolescenziale e non scopra una strada….

  29. Peo75 scrive:

    mi sono imbattuto per caso in questa discussione e fresco di film, provo a dire qualcosa.
    Non mi pare che alla fine ci siano deus ex machina: il protagonista è chiaro quando parla con il robot “non c’è nessun robot, siamo solo noi”. è la proiezione della sua psiche a creare il tesseract e a connettersi con sua figlia, in quel luogo di singolarità, non c’è nessun altro, non c’è mai stato nessun altro ad accanirsi con sua figlia e lui. Si innescano dunque le banali incongruenze dei viaggi nel tempo. Lui viaggia perché è lui stesso ad aver messo in moto tutto….ma nasce prima l’uovo o la gallina. Ma al di là di tutto il problema è un altro ed è solo nostro. Ovvio che non sia un trattato da nobel; ha anche troppa fisica di base a conferire plausibilità all’impalcato di quella che è resta fiction…o meglio….una favola. Cosa pretendiamo. Se un prestigiatore arrivasse a spiegarci tutti i suoi trucchi avrebbe fatto un bel trattato ma esaurito la magia. Interstellar va visto come un naufragio in cui perdersi. Funziona ed è bellissimo….e se ci si gira per il cinema si vede la gente con gli occhi emozionati e sgranati. Vuolsi così colà dove si crea sogni e lustrini e più non dimandare 😉

  30. stever scrive:

    In tutto ciò vorrei sottolineare soprattutto a Miao che le incongruenzè scientifiche invece ci sono eccome (non ho tempo per spiegarle mi auguro che ne abbia lei) mentre la scoperta riguarda l’aspetto dei “dischi” intorno al buco nero e la distorsione della luce.
    Saluti

  31. Catrullo scrive:

    Dal mio punto di vista lo “spiegone” non è da considerarsi una pecca estetica, ma più che altro una scelta ben oculata per far sì che il pubblico esca dalla sala con l’illusione di aver capito il film (anche se dubito che la totalità degli spettatori riesca a trovare un ordine del plot alla prima visione). Spesso le trame che riteniamo memorabili sono quelle che dapprima ci disorientano per la loro complessità di contenuti o per una struttura narrativa labirintica oppure per entrambe, e poi, in virtù dell’intelligenza del fruitore, miracolosamente si dipanano, risultano più chiare. In sintesi le storie che riteniamo più belle sono quelle che crediamo di avere capito. Ora l’obiezione sembra quasi obbligatoria: in “Interstallar” a mancare è proprio la componente velata, quasi sottesa, quel “non esplicato” che sprona lo spettatore allo sforzo di comprendere le teorie scientifiche che qui sembrano il perno narratologico; le teorie sono mostrate con un chiarezza disarmante da “Superquark”, o meglio ad essere chiaro è lo sforzo divulgativo (ammetto che la scienza di interstellar non mi è affatto chiara), credo che qualsiasi spettatore attento si sarà reso conto che il disegnino di Cooper per spiegare come arrivare su Gargantua non è diretto ai compagni di viaggio bensì a quella fetta di pubblico distratta che ha bisogno di visualizzare ciò di cui si sta parlando, la stessa che alla fine del film dirà con orgoglio “Eureka, ho capito la trama di Intersellar!”. Allora qual è il punto? Forse che la pellicola di Nolan è apprezzabile solo da un pubblico digiuno di nozioni sulla meccanica quantistica (i “ragazzini” di cui sopra)? Per quanto mi concerne, a fare di “interstellar” un bel film anche per uno spettatore più “maturo” sono gli approdi umanistici, quegli elementi che potremmo definire metaforici che innescano riflessioni sul rapporto genitori/figli, sulla vita e la morte, e se vogliamo sul mai conciliato rapporto tra scienza e fede (conflitto che i fratelli Nolan pare cerchino di risolvere). È una chiave di lettura che condivido con filosofiprecari.it, anche se magari ognuno trae conclusioni differenti.

  32. Riccatdo scrive:

    Interstellar è figlio dei tempi, come qualsiasi opera. Allo stesso modo in cui esistono diversi modi di narrare, che se utilizzati a modo sono altrettanto efficaci degli altri.
    Che vor dì? Non si può mettere alla gogna lo spiegone solo perché si pensa che i silenzi, le musiche evocative e tempi lunghi e lenti siano la cosa migliore per descrivere il viaggio spaziale. Sennò si fanno tutte copie di 2001 e buonanotte. Viva la creatività. Nolan non è Kubrick. Non mi perdo a fare comparazioni tra i due, perché sarebbe assurdo.
    Però quello che bisogna dire è che oggi si scrive per un certo pubblico. Che è diverso da quello di decine di anni fa. Che era diverso da quello di prima.
    Probabilmente oggi lo spiegone nella fantascienza un pò ci vuole. Nella giusta misura. Bisogna saper narrare. In più forse proprio oggi, che in altri tempi, la fantascienza è un genere narrativo un pò difficile da affrontare. Proprio per il pubblico che si ritrova. Fra nerd, pseudoscienziati, scienziati, che sono sempre pronti a mettere in discussione, smontare, confutare la ” scienza” della fantascienza, e una buona parte di pubblico che di scienza non ne capisce una mazza, ma decisamente più smaliziato del pubblico di una volta. Pronto a tacciare di ingenuità e di pressappochezza un opera, la dove non vengono date spiegazioni plausibili agli svariati fenomeni ed eventi che occorrono.
    Bisogna saper narrare. Gusti o non gusti. Nolan non è Kubrick. Ma se vogliamo proprio dirla tutta. Non esistono altri film come 2001. Ha mille primati. Fra i quali anche l’ermetismo. Non esiste film più ermetico. Devono esserlo per forza tutti i film di fantascienza?
    Interstellar non mi è dispiaciuto. Ha qualche buco di sceneggiatura. Il finale mi ha fatto un pò storcere il naso. Però è abbastanza appassionante ed emozionale. I personaggi e il rapporto che c’è fra di essi non sono costruiti male. E il messaggio che mi ha dato è quello di cui hanno già parlato altri. Della costruzione di un genere umano che crede nelle potenzialità della scienza e della conoscenza, ma che riesce a spingersi oltre i propri limiti grazie alle sue migliori qualità unicamente umane. Il coraggio, la passione, la fede in se stessi e negli altri e l’amore. Coloro che si spingono oltre sono sempre esploratori. Chi ha detto che in questo film gli esploratori vincono su gli scienziati e su tutti gli altri come se fosse una cosa negativa ha detto una stupidaggine. Si deve ricordare che i più grandi che hanno fatto la differenza nel mondo non erano solo grandi scienziati e grandi uomini di cultura o comunque bravi e forti in ciò che facevano. Ma soprattutto sono stati dei grandi esploratori. Sempre. Gente che aveva la forza e la volontà per spingersi oltre i limiti. Nel bene e nel male. Gente che aveva la forza per immaginare e fare la differenza. Non si può sorvolare, prescindere da queste qualità umane. Io non credo che questo film voglia celebrare una cultura dominante odierna.
    Credo che in realtà voglia celebrare alcune delle più preziose qualità umane. Anche l’amore ci mette dentro. E perché no? Non è forse una forza potente dopotutto? Più della forza di gravità? Chi può dirlo…

  33. Giovanni scrive:

    Il lavoro fatto da Nolan, in questo “Interstellar”, è incredibile. Il regista britannico raggiunge una consapevolezza del mezzo mostruosa dosando perfettamente ogni singola scelta dando all’accezione “blockbuster d’autore” un grado superiore portandolo vicino ad un’Opera Totale quale un “Solaris” di Tarkovskij un “The Tree of Life” di Malick o al divino e inimitabile “2001: Odissea nello Spazio” di Kubrick.

    Ecco qui il link della recensione completa: https://mgrexperience.wordpress.com/2017/04/20/interstellar-di-christopher-nolan/

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] Paolo Pecere La cafonaggine di Interstellar, ovvero la fede scientifica e la chiacchiera spaziale […]

  2. […] una mia personale minirassegna di articoli sull’ultimo di Nolan: Marco Giusti su Dagospia, Paolo Pecere su Minima&Moralia e Phil Plait su Slate (ma riportato da IlPost.it). Di seguito, invece, la […]



Aggiungi un commento