La carne che trema (o le curiose assonanze con Peron)

Questo pezzo è stato pubblicato su Diario di giugno.

di Enrico Deaglio

La ricorderemo come “la” storia italiana del 2009; Silvio Berlusconi e Noemi Letizia hanno, insieme, una forza tragica e comica di grandissima attrazione, come raramente succede nel mondo della politica. L’uomo, un industriale milanese stereotipo, è da tempo il leader politico italiano, 72 anni, venerato da almeno la metà degli italiani. La ragazza, che ha appena compiuto diciotto anni, napoletana, bionda, aspira a una carriera nel mondo dello spettacolo e lo chiama “papi”. Il padre di lei, figura classica del presepe partenopeo, è una specie di faccendiere – impiegato comunale – invischiato con la giustizia – amministratore di edicole di giornali e profumerie – elegantone – esperto dei bassifondi della politica regionale – amministratore del futuro della figiola. Il principale quotidiano dell’opposizione svela che il premier, forzando le regole imposte per la sua sicurezza, ha cambiato i suoi programmi ufficiali per partecipare alla festa per i diciotto anni della ragazza, le ha regalato un prezioso diadema, e in precedenza l’ha invitata a feste e festini.

La ragazza conferma. La moglie del leader politico italiano, una bella signora che da anni vive separata dal marito in una villa nella Brianza, annuncia pubblicamente che ha chiesto il divorzio e fa sapere che considera la politica del marito una specie di “ciarpame”, aggiungendo un appello chi gli sta vicino: “non vedete che non sta bene?”. Il leader degli italiani compare in televisione accusando la moglie, intimandole di chiedere scusa, difendendo la purezza della sua amicizia con la famiglia napoletana. Minaccia i giornali che si occupano della sua vita privata. I sondaggi gli danno ragione: lo scandalo Noemi non ha intaccato la sua popolarità, e lui sarà in Europa il simbolo di un’Italia allegra.
Bella storia, nevvero? Bella e antica, la solita vecchia parabola. Ci sono il vecchio e la bambina; la carne tremula e vizza del vecchio che non vuole essere tale e che si riempie di pozioni, capelli finti e cipria. Il potere alla sua ultima essenza: continuare ad esistere, far finta di non essere morti, con il nutrimento di carne giovane. Dall’altra parte una bambina costretta ad essere graziosa, profumata e pettinata per i suoi incontri con il capo. In mezzo una schiera di sensali, ruffiani, riviste, spettacoli televisivi. E tutto intorno, il popolo che tifa per il suo duce, che ce l’ha sempre duro, che lavora sodo e quindi ha il diritto di divertirsi, che guarda male la moglie che sputa nel piatto in cui ha mangiato, che invidia la straordinaria opportunità che la famiglia napoletana ha avuto, di “piazzarsi”, con il tutto sommato piccolo sacrificio della piccola Noemi.

Bella storia, in cui Berlusconi è convinto di uscire vincente. E solo a tratti, come brevi incubi, scaccia con un ventaglio il lezzo di morte che entra dalle finestre. No, si rassicura: io vivrò 120 anni.

Questa vicenda mi ha ricordato un’altra storia, che si svolse in Argentina a metà del secolo scorso, sollecitato da una serie di parole in voga in Italia da quando Silvio Berlusconi ha occupato la scena pubblica: “peronismo”, “giustizialismo”, “populismo”, “piduismo”. Sono tutte parole che abbiamo preso dall’Argentina, un lontano paese in cui quasi la metà degli abitanti è di origine italiana e si riferiscono alla tragica esperienza politica di Juan Domingo Peron, colonnello dell’esercito andato al potere nel 1946, deposto nel 1955, marito del più grande mito femminile del Novecento, Evita (da cui il musical e la struggente Don’t cry for me Argentina), tornato in patria dopo diciotto anni di esilio per una breve ultima tragica stagione, imbalsamato ed esposto al pubblico insieme alla moglie, amputato delle due mani, perché le impronte digitali era necessarie per accedere ai suoi conti segreti in Svizzera.

Peron era un colonnello dell’esercito argentino; di origini italiane, era stato anche ufficiale degli Alpini in Piemonte. Alberto Sordi gli assomiglia molto, per il fisico e per la chiostra di denti che si alargano in un sorriso che non finisce mai. Ammiratore del fascismo e del nazismo, nel 1946 Peron divenne presidente dell’Argentina; lo portò al successo la moglie, Eva Duarte, una ragazza figlia illegittima di uno sperduto delle pampas arrivata a Buenos Aires in cerca di fortuna. Febbrile, carismatica, grande odiatrice della borghesia, Eva Duarte insegnò a Peron come muoversi e qualcosa che non era congeniale ai militari: associarsi ai sindacati. Morì nel 1952 (carcinoma all’utero) ad appena 33 anni e il governo argentino chiese al Vaticano che per lei si avviasse una proceduta di beatificazione. Il Vaticano però respinse la proposta.

L’Argentina era allora il paese più ricco del mondo, la sua carne e il suo grano sfamavano l’Europa distrutta dalla guerra. I funerali di Evita a Buenos Aires furono i più grandi del Novecento, fiori vennero trasportati in aereo dal Cile perché quelli argentini non bastavano. Jorge Luis Borges, che aveva sempre odiato la volgarità del peronismo, scrisse un brevissimo racconto in cui un attore, vestito da generale, girava per le periferie accompagnato da una bara in cui era sepolta una bambola dai capelli biondi. La gente dei sobborghi, credula, gli si avvicinava, lasciava un obolo, gli stringeva la mano commossa e gli diceva “Condoglianze, generale”. Probabilmente lo scrittore si era ispirato a un fatto vero.

Il vero generale Peron, invece, fece letteralmente di tutto per la moglie morta. Stabilì che per lei venisse costruito il mausoleo più grande del mondo, tutto in marmo di Carrara, e quanto al suo corpo, ordinò che venisse imbalsamata. Un medico spagnolo, il dottor Pedro Ara, fu incaricato dell’impresa. Portò la salma nella sede centrale della CGT, il sindacato peronista, e lì cominciò a lavorare.

Spesso il presidente Peron andava a controllare lo stato di avanzamento dei lavori, ma intanto si era costruito un’altra consolazione. Nella residenza presidenziale di Olivos fece organizzare le attività sportive della Union de Estudiantes Secondarios; ogni giorno decine di ragazze eseguivano saggi ginnici, partite di pallavolo e di basket alla sua presenza. Peron, che si avviava verso i sessantanni, passava buona parte della giornata a guardare i giovani corpi, ad accompagnare le preferite a visitare il parco sul suo scooter e a prendere visione dell’enorme guardaroba appartenuto ad Evita: pellicce, vestiti da sera, cappelli piumati, guanti, scarpe, diademi, collane, spille. Le più fortunate non solo potevano toccare la merce, ma venivano premiate con un piccolo oggetto appartenuto al mito. Col tempo, il presidente scelse una preferita, la quattordicenne Nelli Rivas, brunetta dai capelli corti, giocatrice di pallacanestro, che si trasferì in villa e visse con lui, presenziando anche nelle occasioni ufficiali al suo fianco. La condotta del presidente venne dichiarata immorale dalla chiesa cattolica argentina e i preti cominciarono a denunciare dal pulpito lo scandalo di un’unione innaturale tra un vecchio e una bambina. Ma nulla fece recedere Peron, anzi.

Nel 1955 ordinò un attacco diretto contro la Chiesa e squadre di picchiatori armati presero d’assalto le chiese, distrussero conventi e picchiarono preti e suore. Gli eventi proseguirono per settimane, in un crescendo di violenze, fino a quando Pio XII, dal Vaticano, si risolse al passo fatale: Juan Domingo Peron venne ufficialmente scomunicato. Era il segnale che i circoli militari avversi al regime aspettavano: aerei si alzarono in volo e bombardarono la Casa Rosada, Peron venne accerchiato e i suoi fedeli non riuscirono neppure ad abbozzare una difesa; in breve presero il potere e annunciarono la revolucion libertadora che poneva fine a undici anni di “giustizialismo”.

Il cadavere di Evita Peron, da tre anni sottoposto ai processi di imbalsamazione, venne trafugato dalla sede del sindacato e per quindici anni non si seppe la sua fine. A Peron andò meglio perché riuscì a fuggire in Paraguay dal suo amico Stroessner, lasciando Nelli Rivas a terra, ma le mandò una lettera, firmandosi “papito”. La ragazza non venne punita e dopo alcuni anni scrisse un libro di memorie, La unica razon de mi vida, titolo simile al libro di Evita (La razon de mi vida), testo obbligatorio nelle scuole argentine. I militari trasformarono la residenza di Olivos in un museo del lusso e delle sperpero e folle di argentini vennero condotte a prendere visione dei vestiti e dei gioielli di Evita Peron. Peron, che da colonnello si era autopromosso a generale, venne degradato a soldato semplice per indegnità e tradimento della moralità dell’esercito argentino.

L’ultima parte della storia è ancora più drammatica. Nel 1973, dopo quasi vent’anni di dittatura militare accompagnata da crescenti ribellioni studentesche e operaie, il generale Alejandro Lanusse ordina di recuperare il cadavere di Evita e i suoi servizi segreti lo trovano nel cimitero milanese di Musocco, sepolto sotto il nome di una inesistente Maria De Magistris e perfettamente integro: una bambola dai lunghi capelli biondi. La salma viene consegnata a Peron in esilio nella Madrid di Francisco Franco e riti esoterici vengono compiuti affinché dalla morta arrivi al generale il fluido della famosa energia che aveva reso carismatica Evita. Poi, in un crescendo di follia, Peron, un ottantenne ormai con poche ore di lucidità al giorno, viene trasportato a Buenos Aires a riprendersi il potere; lo accompagnano, oltre alla moglie morta, il fior fiore del fascismo argentino e italiano: tra gli organizzatori del rientro il capo della P2 Licio Gelli. Il resto della storia è noto.

Curiose assonanze, nevvero? Ma non lasciatevi trasportare troppo dalla fantasia; la storia raccontata avvenne in un lontano paese più noto per la sua passionalità che per il suo raziocinio; qui da noi non esistono militari che cospirano, preti che lanciano anatemi, visite di ragazzine in villa, folle di descamisados nelle piazze, e chi ci governa conosce perfettamente i suoi limiti.

Commenti
3 Commenti a “La carne che trema (o le curiose assonanze con Peron)”
  1. salvogullotto scrive:

    bellissimo pezzo

  2. Antonio Colucci scrive:

    Enrico, sei veramente bravo! Un articolo illuminante.

  3. francesco trizio scrive:

    sono un ammiratore di Peron, pero’ e’ stato interessante conoscere anche i grossi “difetti” di quest’uomo …..
    non sono un ammiratore di Berlusconi, pero’ noto le cose in comune che ha con Peron…. il peggio di Peron
    ottimo articolo

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