tuttibambini_zucco

La carta da parati

tuttibambini_zucco

Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, un racconto contenuto nella raccolta tutti bambini (egg edizioni), di Giuseppe Zucco. Il libro verrà presentato questa sera presso la libreria Giufà, a Roma (ore 19): interverrà Christian Raimo.

di Giuseppe Zucco

Non è cosa da poco possedere un fagiano,
o anche solo riceverne la visita.
Sylvia Plath

Alle prime luci dell’alba, il bambino si svegliò. Aprì gli occhi. Li chiuse, li riaprì. Strofinò le palpebre con i pugni, si abituò alla luce.

Come piccole dita, la luce sbucava dalle feritoie della serranda di alluminio anodizzato e illuminava la carta da parati proprio sopra il letto. Il bambino tirò di lato lo strato del piumone, poi quello delle lenzuola. Si grattò la testa. Si alzò.

Solo con il pigiama addosso, sentì freddo, il freddo alla pancia, alle mani e ai piedi nudi sulle mattonelle, non per questo si lamentò o rinunciò al suo proposito. Il bambino si inginocchiò davanti al letto, giunse le mani. Il bambino guardò la carta da parati e vide che il motivo ricorrente degli animali su un fondo verde che ricopriva le pareti della stanza, in particolare quella illuminata, suddivisa nei due rettangoli neri della finestra, aveva un altro effetto sotto quella luce.

Le figurine stilizzate e ugualmente realistiche della lucertola, della volpe, del levriero, del fagiano, del cavallo, della tortora, sbiancate dalla luce, quasi pulsanti e aureolate di luce, una luce oscillante tra l’oro e il rosa, sembravano sorreggersi sulle loro zampe per la prima volta, come se si fossero appena staccate dalle mani del proprio creatore, scrollandosi di dosso gli ultimi residui di creta con cui erano state modellate.

Le maniche del pigiama scivolarono al gomito – e il bambino le rimboccò, ricongiunse le mani, le maniche tornarono al punto di partenza.

Tra quegli animali, forse il fagiano era stata la creatura più difficile da modellare nella creta. Già subito dopo la creazione doveva risultare insieme goffa, elegante, nervosa e gracile nelle piume e le zampette – e il bambino immaginò un’Entità Molto Buona Potente Antica, più antica della casa dove abitava e delle chiavi arrugginite della cantina, modellare nei giorni della creazione del mondo la creta in una lunga coda e rendere così liscia la piccola testa da farla apparire nuda e poi infonderle la vita soffiando l’aria dentro il becco.

L’ombra del bambino si allungò sul letto e annerì la carta da parati. Il bambino con le mani giunte ricordò che un pomeriggio, lui e suo padre, infilando in velocità una strada di campagna, abbagliati da quella luce e senza vederlo, presero un fagiano sotto la macchina. Il fagiano s’incastrò nella griglia del radiatore. Aveva le piume rosse e brune, lanciava grida a due a due intervallate dal silenzio. Il fagiano mosse il capo e riaprì gli occhietti. Provò addirittura a spiccare il volo, ma rimase fermo. E il padre, sebbene il bambino lo scongiurasse di non farlo, dovette finire l’animale e sezionarlo in parti di piccola e media taglia perché venisse via da lì.

Il padre aveva sempre un coltello con sé – il bambino implorò e scongiurò e si girò dall’altra parte con le mani strette sulle orecchie. Anche così non ci fu modo di evitare quelle grida forti e acute che traboccavano tutte insieme dal becco aperto.

La coppia dei talloni del bambino svettavano rossi nell’aria fredda. Il bambino si risistemò sulle ginocchia. La lucertola, la volpe, il levriero, il fagiano, il cavallo, la tortora lo seguirono con lo sguardo. Il bambino disgiunse le mani, aprì le braccia, impartì alle mani e alle braccia la forma della supplica e guardando la luce sulla carta da parati e rivolgendosi direttamente all’Entità Molto Buona Potente Antica, entità creatrice del mondo e degli animali, con tutta la devozione e la sottomissione possibile, disse che lui, Simone, crescendo, non voleva per nulla somigliare a suo padre.

Disse che non voleva le sue dita tozze. Disse che faceva a meno della barba con cui graffiava le guance. Disse che non avrebbe mai sopportato di condividere con suo padre l’abitudine di alzarsi da tavola senza sparecchiare. Disse chiaramente che non voleva essere intelligente. Disse che le divisioni a mente non erano per lui. Disse che non voleva rimanere muto o parzialmente muto o muto a seconda dei giorni e poi recuperare in un pomeriggio tutte le parole.

Disse che non voleva tutti i suoi capelli. Disse che non voleva andare in bagno lasciando la porta del bagno aperta. Disse che non ne voleva sapere di guidare. Disse che non voleva sapere la strada più corta per arrivare al lungomare. Disse che non voleva stringere la mano a nessuno e trasmettere quella specie di sicurezza alla persona a cui stringeva la mano mentre guardava dalla spiaggia le onde sciogliersi le une sulle altre. Disse che non voleva né cercava quella sicurezza. Disse che gli tenesse lontano la sua paura del buio e dei ragni. Disse che non desiderava su di sé e sulle sue mani la superiorità che permetteva a suo padre di sezionare un fagiano o passare il veleno su una fila di formiche. Disse che non la voleva. Disse se poteva fare qualcosa. Per favore.

Il padre, nel silenzio del mattino – silenzio distribuito con cura in ogni stanza e sulla strada intorno alla casa – si svegliò. Sentì quelle voci. Si alzò. Corse alla stanza di Simone. Aprì la porta.

Nella stanza di Simone c’erano il letto, le lenzuola e il piumone tirati di lato, i due pezzi del pigiama del bambino afflosciati uno sull’altro sulle mattonelle, un coleottero piccolo e nero che sbatteva le antenne sulla carta da parati proprio accanto alla lucertola, la volpe, il levriero, il fagiano, il cavallo, la tortora, tutti gli animali appena creati e illuminati.

Il padre spiaccicò con una mano il coleottero sulla carta da parati, e poi andò alla ricerca del bambino nelle altre stanze della casa.

Commenti
2 Commenti a “La carta da parati”
  1. Lalo Cura scrive:

    mi ricorda ana maría matute

Trackback
Leggi commenti...


Aggiungi un commento