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La casa del dolore altrui, il Messico di Julián Herbert

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“[Questo è un western]”, è questa la frase che Julián Herbert pone in esergo al primo capitolo del molto bello La casa del dolore altrui (Gran Via, 2018, trad. di Francesco Fava), la scelta la spiega l’autore alla penultima pagina, ciò che è certo che quel pensiero a un certo punto – stando perfettamente allineati, tenendo la ricostruzione storica a sinistra (oppure a destra) e la prosa poetica, acuta, ricca di suoni e slanci di Herbert a destra (oppure a sinistra, si capisce) – lo facciamo anche noi, o quantomeno potremmo avvicinarci.

Julián Herbert è nato ad Acapulco, è poeta, scrittore, musicista. È considerato uno degli autori più interessanti della sua generazione, è nato nel 1971.  Gran Via ha già pubblicato, nel 2014 Ballata per mia madre, romanzo intenso e importante, molto premiato. Herbert è noto per la raccolta di racconti Cocaina, uno solo di questi tradotto in italiano. Il suo lavoro più recente è la raccolta di racconti Tráiganme la cabeza de Quentin Tarantino del 2017, che attendo con grande curiosità.

Herbert ha il dono della bella scrittura, ma ne ha anche un altro che in questo libro è determinante: è curioso. Si muove alla ricerca del passato con la curiosità di un bambino e con il rigore dello storico. Lo scrittore messicano crede che non ci sia storia  che possa restare sommessa o taciuta, non esista verità che non meriti di essere portata a galla, non c’è vittima che non sia degna di giustizia.

“Gli chiedo: «Sa qualcosa sui cinesi che hanno ammazzato qui a Torreón?» Fa di no con la testa. Dopo una pausa, mi guarda dallo specchietto retrovisore. «E lei?» «Io cosa?» «Lei, cosa ne sa?»”

La premessa storica a La casa del dolore altrui è la seguente: Siamo nel 1911, in Messico, in una zona denominata La Laguna, tra gli stati di Durango e Coahuila, la città più importante. e teatro dei fatti ricostruiti da Herbert, è Torreón. Nel maggio del 1911 a Torreón, appunto, avviene un massacro di cittadini cinesi, comunità ben insediata nella zona. Nelle cronache di quegli anni il massacro, piccolo genocidio, e nelle ricostruzioni storiche di tutto il secolo a venire, viene quasi sempre ricondotto al trambusto di quel periodo storico. Pochi mesi prima è scoppiata la Rivoluzione messicana, Porfirio Diaz, a quel tempo  presidente, perderà il potere, sopraffatto dagli attacchi degli insorti, guidati da Pancho Villa, Francisco I. Madero e Emiliano Zapata. La rivoluzione è la comoda coperta sotto la quale si cela il più grande massacro di cittadini orientali mai avvenuto sul suolo americano. Herbert ha tolto la coperta.

“La strage di cinesi di Torreón è un episodio rivelatore e dimenticato della Rivoluzione messicana, e non si può dire che il suo mancato riconoscimento storico sia dovuto all’assenza di testimonianze. Tra il 1911 e il 1934 sono circolate distinte versioni orali e scritte. Sono stati vari – ma non direi molti – gli accademici che si sono occupati del tema tra il 1979 e il 2012. Leggendola in termini borgesiani, si direbbe che è una storia che vuole essere raccontata: ogni po’ di anni si rifiuta di morire. Questo libro non è altro che una versione di quel rifiuto.”

Il razzismo esiste da sempre, così come da sempre esistono i migranti. Quello che accadde a Torreón è un piccolo genocidio di matrice razziale, è chiarissimo. Risulta evidente dopo aver letto il lavoro di Herbert. I popoli si migrano e si spostano, arrivano in un altro posto e si insediano, molti si integrano. I cinesi a La Laguna erano una comunità grande e – apparentemente – integrata, ma da qualche parte si cela una forma d’odio, un desiderio di respingere e di attaccare il diverso da noi alla prima occasione. Il sangue che scorreva, la polvere alzata dalla Rivoluzione messicana offrì sia agli insorti sia agli abitanti di Torreón la sponda alla quale aggrapparsi per far fuorì, crudelmente, chiunque avesse gli occhi a mandorla, di questo si trattò.

È interessante ribadire come già dentro una rivoluzione che debba condurre a qualche tipo di libertà si nasconda una negazione di quel principio. Via il padrone e via lo schiavo, via lo straniero, via il contadino. Chi resta? Dal 1911 è passato più di un secolo, Herbert usa il passato per dirci che non è cambiato  nulla, siamo sempre qui : da una parte il razzismo e l’odio dall’altra la migrazione e la speranza. Bisogna tenere viva la memoria, raccontare la verità e imparare, già.

Herbert visita i luoghi del massacro, entra nelle case e negli archivi. Alcuni archivi saranno utili, altri saranno chiusi, a volte troverà del materiale altre no. In molti saranno quelli che avranno la propria versione da raccontare. Ci saranno i racconti dei tassisti, le conversazioni con chi in quei luoghi vive e lavora. Ci sarà la vita dello scrittore che durante questo viaggio di ricerca evolverà. Amici e altri studiosi con cui confrontarsi. Herbert usa tutta la sua bravura e la sua conoscenza della letteratura. Troveremo poesie, come quella splendida di Edgard Lee Masters che chiude il libro; racconti usati come metafora e come documento, Herbert ne adopera uno straordinario di Daniel Sada. Il passato è alle porte, non possiamo sfuggirgli.

“Il venerdì sera, o forse un giorno prima – Billee Jamieson non lo ricorda con precisione -, i maderisti di La Laguna organizzarono un grande ballo nei locali della Lavanderia de Vapor Oriental. Fu la loro versione di un simbolo più profondo: danzare sugli scheletri dei morti”.

L’omicidio, poi lo scherno, la festa sul cadavere, prima ancora il disprezzo, l’ignoranza e la paura. Forse dare a chi massacra dell’ignorante è fargli un complimento. L’odio nascosto che spazza tutto è più profondo, più cattivo, forse sta nel cuore di tutti noi, i migliori o più fortunati sono in grado di tenerlo a bada.

Herbert è uno scrittore straordinario, La casa del dolore altrui è un libro che sconvolge e appaga allo stesso tempo. Non diremo che si tratta di un saggio che si legge come un romanzo, o il contrario. Diremo che si tratta di un libro che ha un passo bello e deciso, scritto con una prosa che appassiona e che porta il lettore in un passato sconosciuto, facendogli vedere che quella parte così lontana del Messico, un secolo fa, somiglia al quartiere accanto più di quanto ci si possa aspettare.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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