essere senza casa

Se la casa è l’uomo. Su “Essere senza casa” di Gianluca Didino

di Stefano Trucco

Al livello più di base questo di Gianluca Didino è un libro utile. Utile non solo per i giovani più svegli che vogliono capirci qualcosa e che perciò, oltre a un basic training in uno sport da combattimento a scelta, hanno bisogno di una mappa intellettuale aggiornata su cosa leggere, guardare e ascoltare per affrontare al meglio ‘l’epoca in cui il potenziale della ragione, sguinzagliato, è ormai libero da ogni remora morale’, ma anche, e molto, per i vecchi novecenteschi (io, per dire) che da tempo avevano chiuso le persiane e, spaventati da ‘tempi massimalisti, in cui la posta in gioco è l’estinzione della specie’, si erano adagiati su antiche mezze verità e illusioni un tempo condivise, passando il tempo a riascoltare vecchie hit polverose, ma che di recente si sono detti ‘basta, non sono ancora morto’, e hanno quindi deciso di uscire cautamente dalla loro comfort zone, aprire le persiane e vedere veramente che tempo che fa.

Così Essere senza casa è un repertorio aggiornato di quelle idee, teorie, sentimenti, saggi, romanzi, serie, film, fumetti e musiche che fanno ancora una certa fatica a arrivare ai supplementi culturali dei grandi quotidiani, per non parlare della tivù, e che sarebbe bene conoscere. Il vecchio lettore di Urania e Cosmo Argento scopre con una certa commozione che Philip K. Dick e James G. Ballard sono i precursori e araldi dell’ipermodernità, anche se il vero nume tutelare del libro è lo sfortunato Mark Fisher, i cui testi brevi e spesso occasionali come Realismo capitalista e The Weird and the Eerie sono la vera porta d’ingresso alla discussione un minimo seria dei nostri tempi strani. Il weird e l’eerie, cioè le sensazioni gemelle che ci sia qualcosa quando non dovrebbe esserci nulla oppure che non vi sia qualcosa che avrebbe dovuto esserci. Una porta d’ingresso estetica a concetti ben concreti come la crisi abitativa, il cambiamento climatico, la crisi economica permanente e la disruption della modernità novecentesca provocata dalle tecnologie digitali. Senza alcuna  condiscendenza ma con tutta la chiarezza necessaria facciamo la conoscenza di trend intellettuali come l’Antropocene e l’Accelerazionismo, che con tutti i loro limiti sono un bel passo avanti dalla demoralizzante dicotomia mediatico-politica fra liberalismo e sovranismo o fra popolo e elites, e concetti ancora poco praticati come la demondizzazione e l’hauntology, che a guardarli un po’ da vicino sono molto meno astratti di quel che si poteva temere.

Quindi, un libro utile, chiaro e della giusta misura, né troppo lungo né troppo breve, e già questo basterebbe.

Ma ci sono alcuni fattori che rendono Essere senza casa una lettura più nutriente, specie per uno come me che tende a leggere i saggi con lo stesso spirito con cui legge i romanzi.

Intanto, la forma. Non so bene cos’è la ‘fiction theory’, che non mi pare un genere ancora ben assestato, ma negli esempi che mi vengono fatti mi pare di riconoscere il mio genere letterario preferito di sempre, l’essay, specie nella sua accezione britannica. L’essay nasce e prende il suo nome in Francia con Montaigne ma celebra la sua eccellenza in Gran Bretagna con una lunga serie di nomi che partono da Bacon e arrivano ai giorni nostri a Clive James e Geoff Dyer, passando per buona parte dei grandi scrittori britannici (fra cui Stevenson, D. H. Lawrence, Huxley, Orwell e Woolf) ma con una particolare eccellenza nel primo Ottocento, l’epoca di Charles Lamb, William Hazlitt e Thomas De Quincey.

L’essay è, appunto, saggistico, solitamente ha una tesi o un punto più o meno serio da sostenere, quindi non è un racconto, ma è relativamente breve, la struttura è libera e anche arbitraria ma soprattutto è sempre personale e l’autore dice tranquillamente ‘io’: la convenzione col lettore è che l”io’ che narra sia l’autore stesso as himself. Come gli argomenti, gli stili possono essere i più vari, anche se prevalgono la disinvoltura e il tocco leggero: prendendo per esempio i tre nomi classici, comico-commovente per Lamb, intellettuale-incazzoso per Hazlitt e confidenziale-sulfureo per De Quincey.

Didino, che vive a Londra da tempo, ha chiaramente assorbito questa forma letteraria e vi ricorre con discrezione ma anche con sicurezza: ‘Quando facevo l’università a Torino…’, ‘Osservavo tutti questi eventi come in sogno, continuando a ripetermi…’, ‘A volte perdo il conto di quante case ho cambiato nella vita…’. Se l’argomento è, come notavamo, mappare il meglio possibile i territori dell’ipermodernità e le citazioni sono numerose, non si perde mai il contatto con un ‘io’ che ci parla. (Per chi fosse interessato al genere, oltre a innumerevoli antologie britanniche e americane – Emerson, Thoreau, James, Fiedler, Sontag… – non dovrebbe essere impossibile recuperare la vecchia – 1995 – antologia pubblicata dal Melangolo a cura di Ottavio Fatica, Il palinsesto del cervello umano).

L’altro carattere stilistico predominante di Essere senza casa si lega al precedente, e cioè il tono, equilibrato e tranquillo. Troppo tranquillo, mi veniva da pensare a momenti: in fondo Didino sta descrivendo l’Apocalisse. La fine dei tempi siamo abituati a sentircela annunciare in altri toni: per citare giusto due contemporanei, c’è il saggio Nuova era oscura, di James Bridle (Nero edizioni), scrupolosamente documentato ma che si legge come un romanzo horror, e in Italia la recente produzione di Matteo Meschiari sull’Antropocene e la necessità di un pensiero e di una immaginazione che vi si adattino, dal tono teatralmente profetico (Scusate, un breve messaggio personale: Matteo, per me ‘teatrale’ ha sempre un’accezione positiva).

Il tono di Didino è molto diverso e a tratti vi sentivo una certa italo-britishness da giacca di tweed con le toppe ai gomiti. Ma poi ho deciso che era una cosa diversa: il tono non era di ‘leisure’ ma di rimpianto, di irrimediabile perdita, un tono elegiaco e l’elegia ha le sue norme ritmiche e melodiche che impediscono di parlare a voce troppo alta.

Non me ne ero accorto subito per una differenza generazionale. Io sono nato nel 1962 e il decennio felice, mio e della mia famiglia, furono gli anni Settanta, e ricordo distintamente l’11 settembre italiano, cioè il 16 marzo 1978, quando io e tutti gli studenti dell’Istituto Einaudi di Genova-Sampierdarena fummo mandati a casa alla notizia del rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse.

Così quando Didino ci dice che ricorda bene ‘il momento preciso in cui ho cominciato ad accorgermi che qualcosa non andava… Era il 2007, abitavo a Torino e stavo andando a una serata infrasettimanale ai Murazzi insieme al gruppo di amici che frequentavo tutti i giorni. Eravamo appassionati di quello che all’epoca si chiamava impropriamente “indie”…’, io ho un momento di esitazione prima di riconoscere che il suo senso di distacco dal passato è valido e pesante quanto il mio e che il suo ricordo di come ‘negli anni Zero ciò che solo poco più tardi sarebbe apparso platealmente sbagliato sembrava solo buffo’ vale quanto i miei ricordi della spensierata Italia degli Anni di Piombo. Se per i giovani il passato è un paese straniero, per noi quasi vecchi lo è il presente, ogni anno di più e più velocemente.

Il vero pregio di Essere senza casa è però nella scelta del tema intorno a cui sviluppare il libro, cioè la casa. Del resto, già nel 1963 Susan Sontag iniziava un suo saggio su Claude Lévy-Strauss notando come ‘most serious thought in our time struggles with the feeling of homelessness’, cioé il sentimento, oltre che la realtà, di essere senza casa.

La casa, questa esigenza primaria sempre più più minacciata dalla disruption permanente come modello economico; la crisi abitativa delle città, particolarmente drammatica nella Londra in cui vive l’autore; l’homelessness propriamente detta, che ha smesso di sembrarci una novità; la precarietà delle esperienze abitative contemporane, anche dopo il fallimento dei grandi progetti di edilizia popolare del dopoguerra; la fragilità fisica della casa moderna, esemplificata dalla tragedia di Grenfell Tower e dal letterale spostamento della piccola città svedese di Kiruna, causato dallo sfruttamento minerario indiscriminato; poi la casa come soglia, la soglia traversata la quale si vivono all’esterno avventure a contatto con l’Altro ma anche avventure diverse ma altrettanto eccitanti o inquietanti quando la si riattraversa verso l’interno perché la casa non funziona più molto bene come protezione e è diventato estremamente porosa; la casa come parte del paesaggio minacciato da eventi globali troppo vasti per essere compiutamente pensati ma che tanto ci colpiscono lo stesso, che li pensiamo o no; la casa come luogo per eccellenza infestato dai fantasmi (un capitolo che ho trovato eccezionale, specie per come mette in relazione l’evoluzione delle apparizioni spettrali e spiritiche con gli sviluppi della tecnologia delle comunicazioni); la casa come necessario ancoraggio del romanzo, il luogo in cui avvengono e si possono leggere con la necessaria calma i lunghi romanzi vittoriani, e di come nell’era della casa incerta il romanzo possa finire per perdere la sua centralità in favore di forme di racconto più rapide e provvisorie (non sono del tutto d’accordo ma capisco il punto) – insomma, ce n’è, se poi uno considera la relativamente scarsa attenzione che la filosofia ha da sempre (con notevoli eccezioni) dedicato al tema dell’abitare.

‘Oggi la casa è l’appartamento condiviso con il quale giovani professionisti a partita Iva mandano avanti le proprie aziende da un laptop, lavorando sul letto, o la tana-trappola in cui gli hikikomori giaponesi vivono una vita parallela in rete. Le pareti della casa, oggi, sono continuamente attraversato da entità che vengono dall’esterno: il capitalismo digitale che rende le nostre vite stancanti e frenetiche, il riscaldamento globale che minaccia di rendere inabitabili le nostre città, i fantasmi di internet che entrano e escono dalle nostre stanze da letto attraverso le onde invisibili di una connessione wifi’.

Ecco, se proprio devo fare una critica a Didino, è l’aver omesso, fra le entità che attraversano le nostre pareti, gli estranei che entrano senza essere invitati: in fondo poche esperienze di violazione sono potenti come il tornare a casa e scoprire che qualcuno è entrato e si è portato via qualcosa o ha anche solo frugato fra le nostre cose, dove la sofferenza è data non tanto da quel che è stato portato via ma dal fatto che non ci sentiremo mai più sicuri.

Questo sentimento è articolato in quello che è probabilmente il miglior racconto italiano del XXI secolo (e uno dei migliori di sempre): ‘Camere e stanze’, di Francesco Pecoraro, nella raccolta Dove credi di andare (2007, recentemente riedita come ebook). Pecoraro, il poeta epico degli spazi urbani contemporanei, qui articola a suo modo, con i modi del naturalismo e i risultati dell’horror, la precarietà della casa moderna di fronte ai cambiamenti incontrollabili di cui parla Didino. Silver, lo scazzatissimo professore universitario, ‘sociologo dello spazio’, che reagisce al fallimento personale e ideale con la gestione del suo micro-potere e la relazione con una giovane donna molto diversa da lui, si identifica totalmente con la sua casa e il suo arredamento minuziosamente descritto.

‘Negli ultimi vent’anni quella casa per lui era stata una specie di capsula temporale. Aveva significato l’internità, una sorte di carapace chiuso di fronte all’esternità inutile e minacciosa del mondo… “Tutto rientra nella dialettica spaziale esterno-interno” diceva. “In ogni istante e per tutta la nostra vita ci percepiamo dentro qualcosa e all’esterno di qualcos’altro, sempre”’

La casa e con essa l’identità di Silver saranno distrutte durante una festa compleanno da incubo, con la casa invasa da una folla di estranei, al termine della quale il professore siritroverà spezzato nel corpo come nello spirito in quella che dev’essere la scena di stupro (stupro formalmente non sessuale) più terrificante della letteratura recente.

Pecoraro è di una generazione precedente a quella di Didino, e ancora precedente è la generazione di Mario Praz, che con il giovane autore piemontese condivide l’italo-britishness ma poco altro. Suo è uno dei capolavori semi-dimenticati della prosa italiana del Novecento, La casa della vita (1958, 1978; Adelphi 1995), un memoir autobiografico nella forma di visita guidata alla sua mitica casa di Via Giulia a Roma e ai suoi tesori di arti minori (che si trovano oggi in Via Zanardelli nel Museo Praz), una casa che si identifica con il suo proprietario e lo identifica di fronte al mondo, una casa capace di resistere a tutto, gonfia di oggetti e ricordi. Una casa-museo-fortezza diversa sia dalle case-rifugio nomadiche e provvisorie di Didino che alla casa borghese apparentemente sicura ma in realtà fragilissima di Pecoraro. ‘Dimmi come abiti e ti dirò di chi sei’, è il tema dominante di Praz, anche se il suo caso è un po’ tanto particolare.

‘Gli altri mobili dell’ingresso sono due grandi armadi Impero, e alla parete di fondo, di faccia alla porta, un’ampia biblioteca Regency in legno di rosa, con la parte inferiore occupata da sportelli adorni di losanghe e palmette di bronzo dorato, af iancati da tre telamoni barbuti dipinti di verde cupo e d’oro’.

Una casa così sufficiente a se stessa da poter guardare senza troppa preoccupazione (o partecipazione: Praz non era precisamente un tipo socievole) la vita nella strada sottostante: ‘Ora nella piazzetta l’oste dispone di nuovo in fila i tavolini, e la sera, soprattutto la sera del sabato, i popolani s’attardano a bere e conversare sotto la luce viva di una forte lampada elettrica, e sovente c’è chi canta accompagnandosi sulla chitarra…’. Ovviamente si possono ricordare modelli di casa-ricordo meno esaltati, più abituali, case in cui le famiglie si succedevano generazione dopo generazione, magari non secoli ma abbastanza per creare una memoria condivisa.

Però vorrei aggiungere un altro modello abitativo e lo devo prendere dalla mia esperienza personale perché fra l’altro spiega perché Essere senza casa mi abbia fatto tanto effetto.

A un certo punto Didino visita Thamesmead, ‘l’enorme complesso residenziale dell’Est londinese diventato uno dei simboli del fallimento dei progetti di edilizia popolare degli anni Sessanta’. Il degrado fu rapido e irreversibile e ‘pochi luoghi come Thamesmead richiamano alla mente il collasso degli ideali degli anni Sessanta descritto in tanti romanzi e racconti di J.G. Ballard’.

Ecco, io vivo e ho vissuto la maggior parte della mia vita in uno di questi grandi progetti fallimentari, solo che nel mio caso non è veramente fallito. Sono stato fortunato.

A Genova il quartiere INA-Casa di Forte Quezzi è noto come Il Biscione e per Bruno Zevi, che ne dice meraviglie, è ‘il più organico complesso residenziale italiano’. Un ‘continuun di alloggi a schiera snodato lungo le curve di livello’ della collina che dominano a anfiteatro la città, garantendo agli inquilini enormi terrazzi e una vista fantastica sulla città e sul mare (nelle giornate particolarmente limpide si vede in lontananza la punta della Corsica).

L’inizio non fu del tutto liscio: l’immigrazione recente e massiccia dal Sud, la gran quantità di adolescenti turbolenti del baby boom, l’epidemia di eroina alle porte resero i primi vent’anni difficili: ricordo i branchi locali che di tanto in tanto partivano in massa su Vespe e motorini per spedizioni punitive giù a Marassi e la pessima fama del quartiere (aggravata da un crollo durante la terribile alluvione del 1970) non è del tutto scomparsa nemmeno oggi. Il degrado pareva dietro l’angolo.

Invece il complesso era stato pensato bene dall’equipe guidata da Luigi Carlo Daneri e perciò il Biscione ha retto bene alla prova del tempo (diversamente da altri complessi edilizi collinari qui a Genova pensati talmente male e vissuti pure peggio che si è cominciato a demolirli). Col tempo la demografia è cambiata e oggi, pur mantenendo un profilo sociale medio-basso, più impiegatizio che operaio, è considerato un bel posto dove vivere, specie per le famiglie con bambini, tranquillo e ben servito dai mezzi pubblici, con una scuola e un asilo e abbastanza posti macchina per tutti. Io stesso ci sono tornato a vivere di recente dopo alcuni anni di fuga dalla famiglia e posso confermare che ci si sta benissimo, specie per un vero figlio degli anni Sessanta come me, beneficiario dei suoi ultimi bagliori economici e sociali.

Un benissimo che è stato confermato questa primavera, quando il quartiere ha reagito bene al lockdown, con tolleranza e aiuto reciproco. Una specie di comunità, fragile come tutte le comunità d’oggi ma pur sempre esistente.

Il libro di Didino è uscito nel giugno del 2020. La prefazione è di marzo e fa appena in tempo a citare la pandemia di Covid, l’evento che ha portato la weirdness dei nostri tempi oltre i livelli di guardia e l’ha fatta definitivamente entrare nella coscienza di massa. Il Covid è stato anche l’evento che ci ha costretto a frequentare molto più di prima le nostre case, a conoscerle e sfruttarle meglio, perché erano diventate (e probabilmente saranno ancora per un bel po’) la nostra fortezza, come non erano più da tempo, e una cosa come l’avere o meno un balcone diventa una questione molto più grave e gravida di conseguenze di quanto fosse prima. Come questa diversa percezione si svilupperà in futuro è difficile dire ma intanto, come ricognizione del problema Essere senza casa funziona molto bene anche per il fatto di essere sulla soglia della narrativa e chissà che l’autore un giorno quella soglia non la oltrepassi.

 

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