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La casa sul fiume

foto di Roberto Beani

La casetta a due piani si trova sopra la sponda di un fiume. Una ventina di metri più in alto si snodano i tornanti asfaltati di una strada di montagna. Ogni tanto arriva una donna, stringe le mani attorno al guardrail, dove una scala di ferro posticcia scende verso il fiume, e grida il nome di sua figlia:

“Sara! Saraaaa… Mi senti? Dove sei?”.

Sara − nome di fantasia − è una delle tante ragazze e ragazzi che ogni giorno, scesa la scala e un sentiero dirupato, tornano alla casa sul fiume. Non è raro che Sara, dopo aver cenato in veranda, si fermi a dormire su di una delle tre, quattro brandine attrezzate nella zona notte. Così come altri passano la notte in altre capanne, cannicci e baracche edificati negli ultimi anni lungo le due sponde del fiume. La zona si trova a pochi chilometri da un celebre tratto di costa italiana e si anima della presenza di decine di persone, tra i 12 e i 40 anni, nel periodo tra giugno e settembre. Trattandosi di costruzioni abusive, mi è stato chiesto di non aggiungere altre indicazioni. Al di là della definizione di abusivo, che getta una luce parziale ed iniqua sul lavoro creativo di questa piccola comunità, si può comunque affermare che la casa appartiene al genere delle architetture spontanee. Come gli igloo, i trulli, le tende mongole o le edicole religiose costruite, in Sud America, con le lattine di coca cola.

La definizione di ‘architettura spontanea’, che ha avuto il merito concettuale di confrontarsi con una dimensione marginale e negletta del fare umano, nasce da una mostra allestita a New York nel 1964, da Bernard Rudofsky, un teorico dell’architettura che aveva all’epoca visitato la Puglia. La nozione investe quelle costruzioni nate dal bisogno di un singolo o di una piccola comunità, in genere sprovvisti non solo di specifiche competenze tecniche, progettuali, ma di aspirazioni estetiche o ideologiche programmatiche. Un’architettura senza pedigree.

Mi fa strada Alessandro − altro nome di fantasia − che mi mostra prima la veranda − un paio di tavoli, sedie di plastica in quantità, una cucina a gas, una piccola consolle da dj, un’amaca, pentole, piatti e una moka con cui mi offre un caffè − e poi il secondo piano, la zona notte, dove ci accomodiamo su dei divanetti neri gonfiabili, che poggiano su un puzzle di tasselli di legno. L’ambiente è fresco, confortevole, accarezzato dalle fronde degli alberi che spazzolano le onduline del tetto. “Abbiamo fatto un muro di sassi presi dal fiume, un riempimento, e poi tirato su la casa esclusivamente con materiali di risulta, roba trovata, scarti di cantiere. Il legno, i tubi Innocenti, le onduline, i pannelli, i pancali, tutto recuperato come potevamo e in grande economia”. Poi la scorsa estate è stato montato uno scivolo di cinque metri, ricavato da un tubo di plastica tagliato a metà, che si tuffa in una pozza artificiale − creata mediante l’innalzamento di una diga con pietre e sacchi di ghiaia − collocata proprio sotto la casa. Lo scivolo, che crea la suggestione di un acquapark rurale, è uno degli elementi che si sono aggiunti nel corso di più estati, “grazie alla collaborazione e alle competenze artigianali, meccaniche, manuali, di chi passava, ci conosceva e decideva di associarsi al progetto”. Il fabbricato si è sviluppato nel tempo, per accumulazione d’idee, proposte, come nelle stalagmiti, senza un progetto ultimo o una finalità, attraverso la volontaria donazione di tempo e competenze, e a volte riarrestato, nel suo processo, dai piccoli furti di materiale che si verificano durante l’inverno.

“Come passate il tempo?”, chiedo, e mi viene da completare: “come passate il tempo senza il mondo e senza un collegamento internet?”. Risponde la fidanzata di Alessandro, una ragazza con un viso sincero, da staffetta partigiana, che fa sapere di avere scelto questo posto, di aver scelto di vivere qui, concretamente e sostanzialmente, per almeno due mesi l’anno, di notte e di giorno, anche per prendere le distanze dalla vita che sta a valle, sulla costa e al mare, da quella frenesia, da quella certa ritmaticità, precisa, con una sorta d’involontaria e plastica, efficace alterazione del vocabolo. Qua il ritmo, invece, oltre che dalla preparazione del pranzo, dalla pulitura del bosco, dai tuffi, sembra sillabato da una circolare, infinita discussione sul più e il meno, che è forse la forma più elementare e feconda del ritmo, del bit, del beat, del dialogo umano e della filosofia. Si scioglie così il classico bivio: mare o montagna? “Inoltre il mare ha un costo”, aggiunge Alessandro, “essendo quasi interamente diviso in lotti e stabilimenti privati”, ed è spesso invaso da una socialità che, al contrario della socialità fluviale, è promiscua, deconcentrante e frammentata. Al fiume, invece, oltre a vivere bene pare si viva di pochissimo, e non è forse del tutto una coincidenza, è forse piuttosto un frutto dei tempi, il fatto che i primi lavori della casa siano iniziati qualche anno fa, in corrispondenza con la prima crisi dei subprime.

Lungo le pareti al secondo piano, come a ricreare un modulo domestico, sono state dipinte una tv, con il logo di Italia Uno in evidenza − “questa è un po’ una provocazione”, dice Alessandro, “la tv non dice la verità”− uno stereo e delle finte prese per la corrente. Infine, sulla parete verso mare, sono state dipinte una barca a vela e un’isola: la Giamaica. Le dominanti cromatiche, lungo tutte le pareti, sono quelle oro, verde e rosso della bandiera rastafari. “Qualche anno fa”, racconta Alessandro, “passarono da qui dei giamaicani, che ci dissero quanto questo posto gli ricordasse certe atmosfere di Negril”. Ecco perché tra le pieghe del breve apologo della fidanzata sul mare, sulla città giù a valle, su quel mondo così vicino e così lontano in cui il patto tra gli uomini e la natura, tra uomo e uomo, si sarebbe infranto, sembra riecheggiare proprio la mitologia rastafariana su Babylon, la metropoli maledetta. “Ci sono persone che lavorano in città o al mare, bagnini, meccanici, operai, che la notte vengono qua a dormire e la mattina poi si alzano per tornare al lavoro”. Ogni tanto, infatti, anche per gli umani, come nel caso dei cellulari e dei computer, è necessario riattaccare la presa a una corrente. Spesso la sera, grazie a un generatore, viene messo in attività un sound system, con un microfono, proprio come per i toaster a Kingstown. A volte il microfono è stato utilizzato per comunicazioni pratiche tra una baracca e l’altra tra le sponde del fiume. “Oh, ce l’avete un paio di pomodori? E il sale?”. La notte del 17 agosto c’era anche una macchina del fumo.

Agli inizi del secolo, non lontano da qui, sulla costa, con una intuizione non diversa da quella di Alessandro e degli altri ragazzi della casa, quando ancora esisteva una ricchissima vegetazione spontanea di tipo mediterraneo, identiche relazioni sociali ed economie di tipo informale, qualcuno pensò di portare un grammofono dentro una capanna di pescatori, che poi divenne, nel tempo, uno spazio privato e, nel dopoguerra, uno dei più famosi e internazionali locali notturni italiani.

Chiacchierando con gente della zona, gente senz’altro di sinistra, di sensibilità senz’altro ambientalista, mi è stato detto che questa casa, le baracche che stanno intorno, rappresentano una forma di privatizzazione e appropriazione dolosa del territorio, nonché uno scempio del medesimo. Sul primo punto, Alessandro ci tiene a sottolineare che quella casa appartiene a tutti, che il fiume, così come del resto il mare, appartiene a tutti. E il modo con cui sono stato accolto non mi fa dubitare delle sue parole, nonché della sintonia etica con il rastafarianesimo che in parte lo ispira. Sul secondo punto, invece, ricorda quanto svolto in origine, cioè la completa ripulitura dai cespugli e dai rovi che avevano invaso e reso indisponibile il luogo, e inoltre l’opera di quotidiana pulizia dell’area, il fatto che a fine stagione le dighe vengano smontate, pietra per pietra. È curioso notare come proprio chi predichi un ritorno alla natura ponga per la persona di sinistra e ambientalista, prima citata, una questione di violazione e sfregio del paesaggio. È curioso e strano, inoltre, notare come questa persona, nella difesa pura dell’ambiente così com’è, dimentichi di considerare i meriti e le qualità di un gruppo di persone che ha deciso, in autonomia, di costruire una comunità estiva, in esodo da tutto ciò che a valle, secondo un diffuso parere, ha reso complicata e infelice, votata ad un’economia turistica priva di slanci ed immaginazione, la vita degli uomini e dell’ambiente.

Per avviare il sound system fino ad oggi è stato utilizzato un generatore di corrente, ma Alessandro, che è una specie d’ingegnere autodidatta, che legge e studia molto su internet, ha già verificato, sperimentalmente, la possibilità di costruire una turbina idroelettrica, utilizzando le sorgenti e, sembra di capire, il motore di una lavatrice. Sarà pronta il prossimo anno, dice, mentre ragiona sull’ipotesi del biogas, sull’acqua potabile da una fontanella e sullo stafilococco, citando all’improvviso lo scienziato Nikola Tesla, ed altro, fino ad indurmi nel sospetto che sulla casa, oltre al tetto ad onduline, aleggi un materiale teorico che si potrebbe troppo facilmente definire evocando semplicemente un nome, nel bene o nel male troppo abusato, che mi rifiuto di menzionare, limitandomi ad accennare al fatto di aver incontrato un grillo, tra i cespugli che circondano il sentiero che porta al fiume. Le istituzioni locali, sulla questione dell’abusivismo, latitano. Ma qualcosa fa credere non si tratti di semplice inerzia, ma dell’essere scesi a più miti consigli − sarò ingenuo? − dell’aver compreso che questo accampamento interroga in profondità la loro coscienza di nativi, la loro immersa pasta genetica, l’interna, antica e complessa vibrazione che li accomuna ai loro amministrati, dato che le baracche sembrano parlare con lo zufolo di un ethnos locale, profondo e perduto, variamente mercanteggiato, sulla costa, inevitabilmente, a volte anche felicemente e positivamente, con gli altri riti e topoi della contemporaneità (gli aperitivi sòla da 8 euro, i bar finto orientali, le sfilate di brutta moda e le brutte feste in spiaggia ecc.).

 

Lavora a La 7. Ha scritto per diversi quotidiani e periodici. È autore di Macao, un ebook sulla vicenda della torre occupata a Milano. È autore di un reportage narrativo sul romanziere Michel Houellebecq e il movimento raeliano. Dal settembre 2012 tiene un tumblr sul quindicennio 1970-1985.
Commenti
7 Commenti a “La casa sul fiume”
  1. francesca scrive:

    conosco questi luoghi e apprezzo la sensibilità, il senso, la comprensione e il grande stile con cui Ivan ha saputo raccontarli e restituirceli. grazie!

  2. Giovanna scrive:

    tono lieve e garbato, sensibile, per raccontare una realtà che vedo da anni e non avevo mai avuto la curiosità di incontrare. Forse un caffè in quella casa sul fiume …

  3. sara scrive:

    Bello Ivan grazie mi riporti indietro a….quel tempo….passato lassu….grazie..

  4. pietro scrive:

    Sublime esempio di fiction-giornalismo populista di sinistra post-santoro. Il sig.Carozzi ci parla di sue per niente disinteressate suggestioni intellettuali pescando in un trito repertoro che va dall’anarchismo comunitario della domenica all’antifascismo de noiartri per presentarci un quadretto romantico-libertario in cui un manipolo di post indiani metropolitani nauseati dalla società dello spettacolo si appropria di un territorio degradato riqualificandolo tramite pratiche sostenibili condivise dalla comunità. Sarebbe una roba da scompisciarsi dalle risate questa sorta di remake revisionista di Brutti Sporchi e Cattivi, se almeno fra le righe si percepisse una chiave di lettura demenziale di cui ovviamente non v’è traccia. Conosco quei luoghi, li frequento e li amo. Essi sono situati nell’alta valle del frigido e iniziano al biforcarsi del bivio Forno-Resceto. Chiunque voglia sincerarsi dello scempio perpetrato deve scendere nell’alveo del fiume e percorrerlo fino a località Renara. Si imbatterà in baracche e capanne d’ogni tipo, dighe costruite utlizzando sacchi di ghiaia e teloni di naylon, sacchetti della spazzatura accatastati ovunque, recinzioni di fortuna che delimitano le barcche stesse con annessi cartelli di proprità privata, scritte a spray sulle rocce in un idioma che tanto sarebbe piaciuto a Pasolini tipo ”Stetevene a cà vostra”, bottiglie che galleggiano ovunque, carte, cicche, residui di rosticciana, angurie in decomposizione. Consiglio al sig.Carozzi di visitare un luogo speculare all’alta valle del frigido, la valle della Restonica nei pressi Corte in Corsica. Forse mà forse capirà cosa significa amare un territorio, salvaguardarlo per immergersi in esso e vivere lasciando da parte la sociolologia da due palanche..

    P.S
    Il sindaco di Massa, Tal roberto Pucci originario di Casette ben sà i costi in termini elettorali
    che sosterrebbe nel ripulire le varie case della libertà autodterminatesi in quei luoghi, frutto della transumanza dei suoi antichi concittadini….
    piuuu peloo pe tutti…

  5. sassi scrive:

    una meraviglia, il tempo passato con voi Maryan e Elysio.
    Questo posto è stupendo et molto divertente et accogliente grazie a voi.

    Baci

  6. angela scrive:

    Sono luoghi incantevoli ma spesso e erroneamente “privatizzati”. Ero all’scuro di queste forme di proprietà e tanti anni fa andai a Renara con le mie bambine, mia sorella e i suoi due bambini. Scendemmo presso un “pozzo” tipo diga (come quello della foto e protetto con tanto di telone plastificato verde). I bambini scesero in acqua e si misero a giocare. Avevo notato l ostrano atteggiamento dei proprietari della “casa sul fiume e dell’annessa piscina” ma pensai: il fiume è di tutti. Ma successe una cosa gravissima: due dei padroni del fiume scesero e improvvisamente tolsero il telone verde, liberando l’acqua. Rotolarono le pietre che costituivano il muretto aprotezione del pozzo e la corrente trascinò via tutto. Spaventate per la corrente che si era verificata, afferrammo i bambini facendoli uscire immediatamente dall’acqua. Quello fu il modo di dirci “smammate” questa è casa nostra……. Se questo è vivere il fiume……

  7. Paolo scrive:

    Le tante baracche presenti sul fiume non sono di tutti, anzi tolgono a molti la possibilità di godere del fiume poiché chi le ha erette le ha difatto elevate a posti riservati. A fine stagione immense quantità di rifiuti vengono abbandonate, materassi, sedie, teli, che vanno poi ….vanno a rimanere nel fiume, o arrivano al mare.

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