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La cecità dello spettacolo

“Al Policlinico milanese i reparti sono stati convertiti Covid e le persone fuori non intendono il dramma del fronte sanitario. Nessuno da fuori vede i corpi sulle barelle nelle corsie e il triage rivoluzionato, i polmoni smerigliati, il respiro da annegato, la terapia subintensiva che straborda. I morenti che stanno gorgogliando. I pazienti pronati e rimessi supini e di nuovo in pronazione. Le ventilazioni che fanno male. La gente fuori dall’ospedale è una forma vacua, sono larve e amebe, in giro per la città. La gente non capisce, non realizza – adesso arriva, spa per arrivare la tragedia in un silenzio irreale, una città irreale. Non sanno niente! Niente!”

Così scrive Giuseppe Genna all’interno del suo ultimo libro Reality – Cosa è successo, edito per Rizzoli. Ma cosa è effettivamente successo nei mesi che vanno da febbraio a maggio, in Italia? È attorno a questa domanda che vortica la costruzione del passato che Genna interpreta alla luce di quelli che sono stati gli avvenimenti, ma anche alla luce di quella che è l’esperienza inenarrabile.

Reality infatti è un libro che si pone, in questo senso, all’interno dell’indicibile. È un libro che non perde la domanda in favore di risposte certe, ma che struttura la comprensione alla luce della narrabilità di quello che è avvenuto in Italia a causa del Covid19. Ma questa narrabilità passa attraverso le parole che ognuno ha perso davanti ai singoli avvenimenti privati o pubblici, ma non ancora storici; questa narrabilità passa attraverso quello che ognuno di noi è stato in grado di comprendere nello spazio della narrazione televisiva e social, le uniche due bolle informative disponibili durante la quarantena.

Ed ecco che lo spazio interpretativo di quel periodo doveva passare attraverso una leggibilità che è letteraria, scritta, fondata sulla parola. Parola che, in Reality, passa da un io narrativo a un dialogo fondato sul confronto, al desiderio di un noi sociale che possa far da leva per scardinare i personalissimi pareri e immaginare/costruire futuri. Scrive Genna, attraverso le parole di Padre Steiner, uno dei personaggi di Reality:

“Ancora una volta l’antropologia bestiale di questa etnia involuta ha preso il sopravvento. Dico l’Italia. Non è una casualità che la pestilenza arrivi a decimare anzitutto qui. Non abbiamo ancora raggiunto il picco dei contagi e già dalle stanze dell’autorità, del tutto prive di sapere reale, viene deciso il destino nefasto di tutti. Un’altra volta il tentativo di infondere consapevolezza e dignità in questa popolazione viene vanificato, per dare alla gente ciò che la gente italica vuole prima di tutto: lo svago. Ancora una volta le possibili rivoluzioni e gli scarti evoluzionistici, che il naturale svolgersi degli avvenimenti ci mette a mano a mano davanti, non saranno sfruttati per il meglio. […] Unico ente superiore e regolatore: ciò che ci piace fare. Che sovrasta, da sempre, ciò che invece dobbiamo fare. Pane e circensi, da sempre, per sempre. Felici e involuti, svagati e incompiuti, divertenti come scimmie da circo, ammaestrati a obbedire in cambio di un piccolissimo tornaconto di irresponsabilità. Abbiamo inventato il pollice verso, il social network lo ha brevettato. Ogni scelta dettata dall’infantile, autoreferenziale, primordiale bisogno dei bisogni: mi piace, non mi piace. […] Il proprio cranio come centro di gravità permanente, impossibile da scalfire, basalto puro dove erigere la monumentale crisalide di un ego bambino, immaturo, fragile, parziale. Dove vorrebbe andare un umano siffatto? Dove si collocherà dentro al consesso della complessità contemporanea? Non si colloca e basta. Il nostro paese da molti mondi, di fatto, è già stato espulso. Siamo da tempo periferia, lontanissimi dai luoghi dove si tenta di immaginare il futuro. Un bellissimo luogo inutile a se stesso, contraddittorio, controproducente. Da una parte si combatte in trincea una pandemia, dall’altra, personalissimi pareri.”

Qui nel punto centrale del libro avviene quello che è uno dei tanti possibili passaggi interpretativi di questa non-fiction estremamente orientata alla letterarietà. Qui avviene il dialogo nel quale Genna mostra la fortissima inclinazione teorica su quella che è la percezione del tempo: l’immaginare un futuro, infatti, non è soltanto una capacità del soggetto o dello stato, dal punto di vista politico, di agire in un determinato modo, ma si potrebbe dire che è la struttura temporale stessa che viene messa in discussione, essenzialmente anche attraverso quella che è la dicibilità del dicibile, appunto è nell’indicibile il progettarsi del futuro.

È come se fosse la temporalità stessa, in Italia, a essersi fermata. Genna mette in mostra una cecità della scrittura, che non è la cecità dell’impossibilità di far vedere, dello spettacolo stesso con la quale comunque procede di pari passo (ed è qui che le vicende si intrecciano con il titolo di questo testo, Reality, lì dove si ferma l’invenzione dell’immagine nell’impossibilità di far vedere, ma soprattutto dell’immagine di immaginare) ma al contrario Genna qui mostra anche quelli che sono i limiti del testuale spettacolarizzato. Il testuale resta tale solo lì dove può dire l’indicibile, lì dove può collocarsi in un tempo che prevede il futuro.

L’intrattenimento si trova di fronte alla morte, non tanto con la possibilità di ribaltarla in spensieratezza, alleggerimento, ma con l’incapacità di qualcosa che è giunto a un punto di fine e deve ricostituirsi diverso.

Questo implica numerose conseguenze che Genna affronta non solo raccontando ciò che è rimasto di indicibile, ma anche e soprattutto mostrando il punto di svolta, che è anche economico, scrive Genna:

“La popolazione è casalinga e si sente minacciata nell’approvvigionamento. Ruota tutto intorno a quel perno, sconosciuto, del quale si è distrattamente sentito parlare negli anni: un’immane distesa di venditori  al dettaglio e grossisti pretenziosi, la merce è prepotenza, evoca la prepotenza. È come un luogo del sesso, un posto della morte, la conca della discarica, l’estensione del nosocomio dove si producono i cadaveri positivi di ora in ora in queste ore. Quanti cadaveri sono prodotti? Che merce è una salma, quanto costa? E un vivente quanto costa? Le merci deperibili che siamo… Possiamo venire accatastati come al mercato ortofrutticolo, casse di legno su casse di legno, in pile vertiginose? Chi ci mastica? Essendo la merce un’estensione del cibarsi, l’uomo merce, andando verso il polo logistico, questo mi sembra: l’uomo che è mangiato materialmente dall’uomo, l’uomo morto di cui si cibano, masticandone le carni, forse infette, carni dal sapore proibito, che chiunque ha immaginato di gustare: sono dolci? O sanno di rognone?”

La questione economica, l’uomo merce, tutto ciò che poi si è mostrato maggiormente dopo il periodo raccontato all’interno di questo libro, è una questione politica, è la questione di personaggi come Giorgio Gori, che diventa, all’interno del libro, una figura di cambiamento, di presa di coscienza da parte del potere, di una impossibilità della presa di coscienza stessa, dell’impossibilità come mezzo del possibile.

Questo costante muoversi dal possibile all’impossibile, dal percepito all’impercepibile, tra il detto e l’indicibile, è un movimento che è presente sin dalla radice dello stile stesso di Reality, che parte dal reale e affonda nella finzione, perché è attraverso il limite stesso del reale che ciò che è accaduto acquista una dimensione ulteriore di comprensione.

In definitiva è il tempo stesso che continua a mostrarsi nello scontro tra l’intrattenimento e la necessità, tra l’eterno presente che non è in grado di svilupparsi culturalmente e il futuro, che necessariamente arriva, anche se non lo immagini.

Reality è un testo che attraversa il periodo del lockdown estendendosi dalle strade, dalle case, dalle morti in casa, come in quelle in clinica, dal racconto di qualcosa che non si è visto, non si è potuto vedere, non si è riusciti a vedere, fino al sistema italiano all’interno del quale è avvenuta in maniera avanguardistica la diffusione del Covid19 in Occidente. Una estensione che porta nel letterario la scrittura di Genna da sempre orientata all’evento, inteso come rottura improvvisa della temporalità storica, di qualcosa che non si può vedere arrivare, che non arriva nel campo del visibile, ma che accade senza anticipazioni e modifica in maniera complessa le possibilità dell’avanzare del tempo.

Luca Romano è nato nel 1985 a Bari dove insegna filosofia ai bambini. Scrive di letteratura e filosofia per Huffington Post Italia, Finzioni Magazine e Logoi.ph.
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