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La cena degli scrittori

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Questo racconto è stato scritto nell’ambito della terza edizione del Festival Letterario “Gita al Faro” di Ventotene, dove Stefano Sgambati è stato “confinato” per cinque giorni insieme a Daria Bignardi, Giovanni Cocco, Marcello Fois, Antonella Lattanzi, Michele Mari, Elisabetta Rasy, Elisa Ruotolo e Mariolina Venezia proprio per produrre un testo ambientato nell’isola e che si ispirasse all’esperienza vissuta in loco e che è stato poi letto in una serata conclusiva davanti al pubblico. Tutti i racconti saranno raccolti in un’antologia dal titolo “L’isola delle storie” che sarà presentata a “Più libri, più liberi”, prossima fiera del libro di Roma in programma a dicembre. (Nella foto: una scena del film “Il pranzo di Babette”.)

La cena degli scrittori l’aspettavano tutti.

La piazza sembrava un pandoro: avete presente quelli più filologici del 24 dicembre, i pandori che hanno senso, senso davvero, tutti sbatacchiati nella busta di plastica, che da quel colorito marrone diventano bianchi, innevati di zucchero a velo, gnam gnam, ecco come sembrava la piazza, almeno agli occhi degli scrittori, che possedevano le metafore, le metafore e altre figure retoriche, ad esempio lo zeugma – lo zeugma era tra i più gettonati – e queste metafore e figure retoriche circolavano nel loro sangue, il sangue degli scrittori, come eritrociti e recavano ossigeno, perciò succedeva che all’improvviso una piazza poteva sembrare un pandoro o altre cose spiazzanti e molto entusiasmanti da un punto di vista del tropo, però, ecco, non è che tutti fossero dotati dello stesso sguardo e infatti i comuni mortali al posto dello zucchero a velo più che altro notavano i volantini e le cartacce e i nastrini e i cotillons e tutto quel traffico di auto a noleggio che una volta all’anno, da tre anni, arrivava a distoglierli dalla loro piccola normalità, perciò aspettavano con entusiasmo la cena, l’ultimo appuntamento del festival letterario dell’Isola di Ventotene.

Mangia con gli scrittori!”, recitava l’enorme banner orizzontale che dalla statua del santo patrono arrivava al balconcino del campanile proiettando un’ombra spaventosa a forma di drago: circa dieci metri di complicati concetti persuasivi sotto cui gli scrittori si erano soffermati più volte durante quella settimana di eventi e incontri sfidandosi a individuare il più alto numero di refusi o comunque di ineleganze lessicali o fonetiche, o anche semplicemente di forma: Michele Monti e Marcello Gras erano quasi venuti alle mani per una questione di “d” eufoniche, per esempio. La tensione vibrava come corna di cervo in corsa e questo aiutava i giornalisti presenti a confezionare i loro pezzi di cultura e costume: il famoso chef de cuisine e sex symbol nazionale Carlo Bracco era sbarcato sull’isola e – anche se gli scrittori non lo avrebbero ammesso mai e anzi già si era sviluppata un’atroce messa in scena di ignoranza reciproca, un balletto grottesco fatto di cambi di direzione improvvisi e/o struggenti mimiche facciali caricate a salve per cui “oh caspita, devo essermi dimenticato la borsa in hotel!” con grandi schiaffi sulla fronte e rovesciamenti d’occhi per non guardare o addirittura repentine modifiche di itinerario avendolo visto spuntare dall’altro lato della strada – era lui il più fotografato e inseguito e toccato dell’intera kermesse. L’invidia era enorme, apocalittica, una specie di lugubre nave spaziale fluttuante nel cielo: Giovanni Palamita e Camilla Brasile si erano rinchiusi in stanza per un incontro carbonaro cercando di stabilire con grafici cartesiani e stima della tendenza, secondo complessi parametri statistici, chi fosse realmente più famoso tra “loro” e “lui”, ma dovendo purtroppo convenire, alla fine, che i valori risultanti non andavano nella direzione auspicata.

Alle sei del pomeriggio dell’ultimo giorno di festival gli addetti dell’organizzazione stavano ancora imbandendo la tavola agli ordini dello chef Carlo Bracco: c’era un po’ di ritardo ma tutti erano ottimisti. Nessuno poteva vedere che cosa stava succedendo poiché una grande tensostruttura copriva l’area centrale della piazza dove sarebbe stato allestito il banchetto: sui quattro lati dell’edificio improvvisato c’erano i volti dei sei scrittori invitati, ognuno immortalato nella sua posa classica, Michele Monti con le dita sotto al mento, Marcello Gras con l’asta degli occhiali tra le labbra, Giovanni Palamita col suo cappello di paglia indossato di sbieco, Camilla Brasile con la mano destra davanti al viso e il pollice e l’indice nel gesto della pistola puntata, Lorenzo Di Lorenzo seduto con le mani intrecciate dietro alla nuca e Fabio Atterraggio ironicamente ritratto con le braccia aperte a mo’ di aeroplano.

In hotel, intanto, era l’ora della consueta merenda, la fase del pomeriggio più lenta: «Ho sognato che vendevo soltanto diciottomila copie», disse Michele Monti. Aveva in mano una brioche fritta da cui sgorgava una palata di panna.

Gli altri avevano finito e si sentiva un grande spostare di tavoli alle loro spalle.

«Che cosa volgare! Stai scherzando, spero!», gli rispose Marcello Gras spalmando una michetta con del burro citronato.

«Purtroppo no. Terribile. Un incubo terribile».

«Ti prego, dimmi cos’hai preso ieri a cena così eviterò di mangiarlo per sempre».

«Del fegato, mi pare. Qualcosa di grasso, comunque. Forse del lardo…».

«Qui è tutto grasso».

«Ma perché ci fanno mangiare in questo modo? Io non ne posso più».

«Guarda che pancia mi è venuta», si sovrappose Marcello mostrando una gravidanza al sesto mese.

Emisero un rutto digestivo quasi in sincrono: fu comico.

«Si può sapere che cosa stanno…»

Marcello Gras si voltò a guardare gli altri colleghi che spostavano cose, poi tornò a spazzolare il piatto con il rebbio esterno della forchetta, con fare annoiato: «La solita gara di velocità su tastiera…».

Michele Monti ingollò un bicchiere intero di Coca Cola, poi si alzò con le mani sui fianchi: «Che noia…», disse un po’ stiracchiandosi e un po’ ruttando ancora: anche lui mostrò forme da ritratto boteriano.

Un “tic-tic-tac” lisergico invase lo spazio, in un modo che non era solo sonoro ma anche spaziale: Michele e Marcello si spostarono con espressioni simili di disappunto. Qualcuno, forse Fabio Atterraggio, che era di sicuro il più competitivo, urlò: «Finito!», seguìto da una ridda di “vaffanculo” e “testa di cazzo” e “hai barato” e rutti, altri rutti, tantissimi rutti digestivi ovunque.

I due grandi scrittori distolsero gli occhi e l’uno accese una sigaretta all’altro: «Ma anche la tua stanza è piena di refusi?», domandò Michele Monti al collega.

«Uh, non me ne parlare…»

«Sono dappertutto. Forse dovremmo protestare in reception…»

«Domani sarà finita, chissenefrega»

«Stanotte vorrei dormire, però…»

«Non ti fanno dormire?»

«No! A te sì? Io ci provo a ignorarli ma proprio mentre sto per prendere sonno, tac!, ecco tornarmi in mente quel “La stanza và liberata entro le undici” sul cartello informativo appeso alla porta. Ho provato a staccarlo, a nasconderlo, a chiuderlo in un cassetto, ma niente da fare»

«Scusa, correggilo»

«Non posso continuare ad alzarmi, non ce la faccio più. Ieri alle cinque del mattino ho tolto un apostrofo incomprensibile dalle istruzioni della cassaforte»

«Terribile…», sospiro Marcello Gras.

Infine scossero entrambi la testa, prima di iniziare una discussione sul participio passato di “struggere”.

Alle ventuno tutta Ventotene era in piazza, anche se i posti disponibili per la Cena degli Scrittori erano soltanto quindici.

Il discorso introduttivo fu affidato al libraio dell’isola, Fabio Mai, una personalità del luogo, carismatico, gentile, che si rivelò perfettamente adatto alla cosa, infilando nella sua arringa ironia e un bel po’ di sarcasmo, parlando di “gusto della letteratura” e “sapore delle parole”, strappando infine un applauso gonfio quando si congedò presentando Carlo Bracco.

«Gli scrittori spesso si riempiono la bocca di parole», disse lo chef nella sua divisa di ordinanza bianca con le iniziali cucite sul petto: «Adesso tocca a noi riempirci di scrittori la bocca!».

Il boato trasformò la piccola piazza in uno stadio da concerto rock: l’addetto al mixer ruotò due manopole e l’ambiente si riempì della “Cavalcata delle Valchirie”: si abbassarono due riflettori che incrociarono i coni di luce sulla tensostruttura centrale che esattamente quando il tema musicale giunse al suo climax si afflosciò con una minuscola detonazione rivelando finalmente la tavola imbandita. Gli applausi salirono fino alla luna, strafottente nel cielo di Ventotene, e poi ridiscesero rapidi, come il perlage di un vino francese. Quindi fu il silenzio, chiamato dal gesto tipico che aveva reso famoso Carlo Bracco nelle sue trasmissioni televisive: «Bon appetit», disse semplicemente dopo aver caricato l’aria di attesa con le mani in avanti a mo’ di direttore d’orchestra.

Subito dopo i quindici fortunati sorteggiati tra coloro che avevano scritto il “tweet” più spiritoso furono fatti accomodare al grande tavolo da camerieri in guanti bianchi e cominciò il servizio.

«Non hanno lasciat’ niente eh…».

Ormai era notte fonda e le figure umane sul gommone erano in ombra, indistinguibili. A prua, ben legati, due sacchi della spazzatura di grandi dimensioni.

«E si vede che tenevano appetito…»

«Ma tu hai assaggiato qualche cosa?»

«Poca roba… Quel fegato là, a forma di pallini: non mi ricordo com’era fatto però era abbastanza buono…»

«Le pepite di fegato grasso di Michele Monti? Abbastanza buono!? Quello era una prelibatezza, il pezzo forte della serata! L’hai sentito il gruè di cacao sopra?»

«Il?»

«Maronn’ ma dove ti hanno pescato a te?»

«Sei tu che a forza di stare appresso a tutti questi scrittori ti sei messo a parlare complicato!»

«E la rotula? La rotula l’hai assaggiata?»

«Qual era?»

«Quella in guazzetto di provola affumicata»

«Ah era provola?»

«Uno spettacolo eh?»

«La tiella coi polipi: quella è uno spettacolo…»

«Ma tu stai pazziando! E l’emincé tiepido di Camilla Brasile l’hai assaggiato almeno?»

«Emiche?»

«Emincé! La fettina di polpaccio!»

«E parla facile, mammamia! L’agg’ assaggiato, ma a me questa carne tenera di femmina del sud non mi dice niente. Preferisco quella più fibrosa e grassa dello scrittore sardo, come si chiama lui…»

«Eh, ma quello era servito con la vinaigrette di carciofi e fave e io sono allergico: non ho potuto provare»

«E ti sei perso molto… Mo’ però stat’ zitt’ e accelera, ché tengo sonno e il lavoro da fare qua è ancora molto»

L’imbarcazione, vista dall’alto, aveva la forma di una gomma per cancellare ma il mare era un disegno indelebile e a parte un breve squarcio spumoso e bianco che il motore si lasciava alle spalle, altro non concedeva alla rottura dell’immaginazione che doveva accontentarsi di quell’intonso manto nero, globulare, come se milioni di pugni increspassero l’acqua dal fondo, per uscire, per spaccare la superficie e dire: noi ci siamo. Ma noi chi?

L’isola di Santo Stefano si avvicinava così con la lentezza di certi parroci salmodianti: un calcolo renale espulso dalla balena di Ventotene poco distante, sulla cui sommità si intravedeva con un certo sforzo di diottrie la corona massiccia e inquietante del carcere.

Tre lampi di luce, intervallati da cinque secondi esatti, furono il segnale che da terra li avevano individuati e avevano aperto il cancello.

«Facimm’ ampress’ jà, ché Gigi sta già pronto»

«Quello è romano, figurati che gliene fotte: domani se ne torna nella grande città: invece noi qua restiamo. E comunque questo coso più di tanto non va. Il prossimo anno dobbiamo farci dare un gommone un poco migliore»

A terra, riuscirono a fare un solo viaggio fino al cimitero: questo fu bene. Le volte precedenti erano serviti tre viaggi, il che significava tre salite, tre discese, tre salite e tre discese: i sacchi, perfino, sembravano leggeri, nonostante la via scoscesa e il buio e le piante affilate che tagliavano i polpacci passando; tutto sommato fu una passeggiata.

«Il sacco più pesante però a me l’hai dato eh?!»

«Ma se sono quasi vuoti tutti e due! Lo chef Bracco è stato un mago!»

«Ma perché non li buttiamo a mare? Tutte le volte ‘sto scorticamento…»

«Ma perché invece non ti stai zitto? Devi per forza dire qualcosa?! Non puoi stare in silenzio!?»

«Ma quale silenzio e silenzio! Scusa, quello, come si chiama, lo scrittore l’altro giorno ha detto ai bambini  che lo intervistavano che quando non si sa più bene come andare avanti bisogna infilarci un dialogo! Che i dialoghi stanno sparendo!»

«Ma stava parlando di romanzi, di letteratura, mica di vita reale! Cretino, tu qua devi solo fare il lavoro tuo e stare zitto! Questo si pensa di essere diventato un personaggio letterario: stiamo apposto…».

Il lavoro, allora, fu svolto in silenzio, perché il silenzio fecondava la terra e la faceva morbida, affrontabile. Le pale calavano a tratti in sincrono e il rumore diventava uno soltanto, altre volte invece alla rinfusa e allora era un concerto di schiocchi, come piccole deglutizioni ferrose, perché in effetti era questo che stavano facendo, nutrivano a forza il terreno, spingevano nella glottide l’indigeribile: tre scheletri che sotterravano altri scheletri nella notte.

Quando ebbero finito pisciarono tutti e tre, attenti a non esporsi controvento, e rifiatarono. L’alba non doveva più strillare per farsi notare: era lì, a ritinteggiare tutte le cose che lo meritavano.

«E pure ‘sto Festival se lo semo tolto dai coglioni»,  sentenziò Gigi, ancora con l’uccello in mano. Era una frase fatta, che non avrebbe aggiunto o tolto nulla, ma almeno era vero. Tutti gli anni a un certo punto avevano finito, e ogni anno era vero e questo era un dato di fatto, un punto fermo microscopico ma fermo in un mondo che atterriva e spaventava chiunque già sulla terra ferma, figurarsi su quella concrezione ridicola a mollo piena di silenzio e misteri.

«Marò: tutta questa fatica per mangiare e mo’ tengo un’altra volta fame punto e da capo»

«Ma state sempre a pensa’ a magnà voi due?»

«Gigi bello, questo è perché tu sei vegetariano e non hai idea di che cos’era quel risotto olio d’oliva e grana padano con le verdure e Giovanni Palamita in pinzimonio. Solo parti nobili eh!»

«Non so’ vegetariano, ma la carne voglio sape’ da dove arriva. Voglio esse’ sicuro di quello che magno».

Si fece scrocchiare le dita.

«Alla faccia, ma tu lo sai che Palamita è pubblicato dalla casa editrice Pomodori, no? Quelli trattano gli scrittori coi guanti bianchi, puoi stare sicuro di quello che ti metti sotto ai denti»

«No… nun me fido più. L’anno scorso ti ricordi Walter Luoghi? Dicevano che era er mejo, er più grande scrittore mai stato sull’Isola e poi? Per du’ giorni tutti a diarrea so’ stati»

«Ma non c’entrava niente la carne: è che Walter Luoghi lo servirono crudo, una tartarre, e ti ricordi che si era rotto l’abbattitore? Quest’anno stava tutto apposto, non ti dovevi fare pensieri…»

Il vento si alzò all’improvviso.

Una scarica forte, una soltanto, rumorosa come una finestra che all’improvviso andava in frantumi.

Gli uomini si guardarono per capire se davvero avessero finito o se c’era ancora qualcosa da dire o da fare: si assomigliavano. Forse erano fratelli o forse era la stanchezza.

«Ma poi ci mettemmo lui nella tomba dell’anarchico Bresci?»

«Chi?»

«Walter Luoghi! Ci mettemmo lui là dentro?»

«Non mi ricordo. Tu Gigi te lo ricordi chi ci mettemmo?»

Gigi scosse la testa mentre cercava di accendere una sigaretta girata a mano.

«Tanto ai turisti se pò di’ quarsiasi cosa. Quelli so’ contenti: basta che c’hanno da fotografa’…»

«Vabbuò ma era per curiosità».

In quel momento un gabbiano passò gridando. Il suo volo apparentemente casuale tracciò una perfetta diagonale bianca nel cielo mattutino, che forse era blu, blu elettrico o blu cobalto, blu fiordaliso, magari indaco o lavanda, o blu polvere, blu Tiffany; e se fosse stato semplicemente celeste? O carta da zucchero? Chissà.

Nessuno di loro tre avrebbe saputo deciderlo con certezza, perché, be’, non erano scrittori.

Stefano Sgambati è nato a Napoli nel 1980, ma ha sempre vissuto a Roma. Attualmente abita a Milano e si occupa di giornalismo e letteratura. Ha pubblicato un libro di racconti e due saggi narrativi. Gli eroi imperfetti (minimum fax) è il suo primo romanzo.
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  1. […] Questo racconto è stato scritto nell’ambito della terza edizione del Festival Letterario “Gita al Faro” di Ventotene ed è stato pubblicato sul blog Minima et Moralia, qui. […]



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