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La città dei bambini nella mente degli adulti: sognando insieme città senza violenza

da Zeroviolenza

di Geni Valle

“Vivere senza confini”, recitava lo spot pubblicitario di una azienda di telefonia, evocando libertà, superamento dei limiti spaziali e, naturalmente,  la possibilità di raggiungere tutti ed essere raggiunti. Divertita ed appena inquieta, mi domandavo se il successo del messaggio potesse derivare dalla soddisfazione del desiderio, inconscio e universale, di eludere le angosce che accompagnano la dimensione della separatezza. Sono angosce che frequento nella quotidianità della pratica clinica, quando aiuto i miei pazienti a tracciare i confini tra sé e l’altro, nella faticosa costruzione dell’identità e dell’identità di genere, rinunciando alle infantili illusioni di onnipotenza, nella consapevolezza dei propri limiti e della propria incompletezza.

L’essere umano ha una naturale tendenza alla crescita psicofisica, insieme alla speranza di divenire se stesso all’interno di relazioni primarie e significative che possono facilitare, sostenere, ostacolare il processo di separazione-individuazione lungo il quale si va costruendo l’identità.

La fatica di crescere è più lieve quando la coppia genitoriale è in grado di riconoscere l’individualità dei propri figli.

I cosiddetti conflitti evolutivi, nella dialettica tra spinte maturative e regressive, si giuocano nella dimensione intrapsichica e in quella relazionale.  Allora, il sostegno alla crescita  si esprime anche nella capacità di accogliere nel rapporto, senza paura, quella quota di sana aggressività che si pone al servizio della separazione e della differenziazione psicologica.

La madre di tutte le violenze è non riconoscere l’altro come separato e diverso da sé.

Questa incapacità genera le più deprecabili forme di violenza sui più deboli, bambini e donne, emarginati o “diversi”, ma anche le violenze psicologiche, poco appariscenti o del tutto  occulte, che si consumano inconsapevolmente nella quotidianità della vita familiare: la latitanza affettiva e normativa, le forme narcisistiche del “troppo amore” e della visione sacrificale della genitorialità, ipoteche sull’autonomia psicologica dei figli, caricati di debiti inestinguibili.  In questo senso, la violenza non ha sesso ed in qualunque forma si manifesti è sopraffazione agita da una persona debole su chi si trova in una condizione di debolezza.

La violenza sembra accompagnarci da sempre, come fosse il male incurabile di ogni società, rispetto al quale si producono vaccini o terapie più o meno efficaci, spesso sintomatiche e ricche di effetti collaterali mentre, soprattutto nei periodi di decadenza, se ne diffondono i germi e si approntano i terreni di coltura.

Accanto all’aiuto e alla comprensione delle vittime, non ci si può esimere dal compito di continuare a cercare le radici più profonde della violenza: grandi traumi o piccoli traumi cumulativi, ma soprattutto una rappresentazione di sé e dell’altro, nella relazione violenta, che riconduce a una crescita infelice e disarmonica.  Gli episodi di violenza, agita in qualunque forma, sul genere femminile ci indignano e ci inquietano, mentre ci obbligano a riflettere sul fatto che non bastano le leggi, le battaglie ideologiche e politiche a garantire una buona e rispettosa relazione tra uomini e donne.

I pregiudizi che preludono ai comportamenti più deplorevoli sono una difesa dalle angosce profonde di persone dalle fragili identità, quando l’appartenenza ad un genere immaginato come “forte” diventa il tentativo di una pseudo-definizione di sé o di precarie compensazioni alla propria inconsistenza.  La prevenzione della violenza consiste soprattutto nel creare le condizioni per una buona crescita, che consenta di divenire persone capaci di riconoscere la diversità come ricchezza nello scambio con l’altro. Se le tendenze naturali dei bambini, le loro curiosità e iniziative, vengono costrette in schemi di genere sessuale, molte inclinazioni andranno perdute.

La scuola è da sempre osservatorio privilegiato di bisogni emergenti, di rischi e disagi;  insieme alla famiglia è luogo di promozione della crescita in salute e benessere.  La formazione degli educatori non può che essere pensata come un aiuto a svolgere queste funzioni, almeno altrettanto importanti di quelle didattiche. Il fine dell’intervento formativo diviene, allora, un contributo alla costruzione di un ambiente educativo “sufficientemente buono”, per coltivare la ricchezza rappresentata dall’infanzia.  A questo scopo non è sufficiente che gli educatori siano resi più eruditi sulle teorie dello sviluppo normale o patologico del bambino.  L’offerta di un sapere psicologico  “scisso” non è soltanto inutile, ma spesso dannosa. Il rischio più frequente di tale tipo di informazione è il disorientamento che si produce in insegnanti e genitori circa il proprio ruolo. Tale disorientamento si intreccia  talvolta ad un senso di inadeguatezza che genera, a sua volta, improprie domande di intervento: richieste al sapere psicologico di ricette buone per tutte le occasioni o di interventi specialistici su qualunque inciampo nello sviluppo di un bambino, patologizzando ogni normale difficoltà della crescita e deresponsabilizzando tutti: adulti e bambini.  E’ fondamentale, allora, individuare il reale bisogno degli educatori di essere aiutati a ridefinire e consolidare la loro identità professionale. Quando la “formazione” viene proposta agli educatori considerandoli, quasi per definizione, asserviti ai bisogni del bambino, si perde di vista che l’identità professionale, proprio come l’identità di genere,  è solo un aspetto dell’identità di un essere umano e che ciascuno svolge le proprie funzioni in ragione della persona che è, del proprio bagaglio umano che contiene anche i disagi personali, oltre a quelli prodotti dall’ambiente in cui si trova ad operare.   Per un malinteso “puerocentrismo” i bambini, paradossalmente, rischierebbero di perdere i vantaggi che, grazie alla centralità, si vorrebbero loro accordare. Come si potrebbe, infatti, promuovere, esigere per il bambino lo sviluppo armonioso del suo potenziale innato, se l’ambiente in cui questo processo deve evolvere è costituito da adulti offesi nella loro individualità, non riconosciuti nella loro identità ed identità professionale, ma assimilati a strumenti al servizio dell’infanzia da un uso improprio del sapere psicologico? Se lavoriamo per costruire intorno al bambino un ambiente che faciliti o aiuti il suo sviluppo armonioso, dobbiamo ricordarci che soltanto adulti “interi” forse possono aiutare lo sviluppo di bambini “interi”. Per questo, se la formazione degli educatori non vuole perdere di vista il suo obiettivo di servizio a favore dell’infanzia deve operare riconoscendone la loro indipendenza dal bambino.

Se lo strumento psicoanalitico viene posto al servizio del sociale, si può avviare il passaggio dall’informazione alla formazione, aiutando gli adulti che si occupano di bambini a divenire più consapevoli non solo delle necessità dell’infanzia, ma anche dei propri bisogni, problemi e soprattutto delle loro funzioni educative, per rimanere fedeli al loro ruolo, e sostenere la crescita nel modo migliore. La funzione dello psicoanalista, nei corsi di formazione con genitori ed educatori, riflette infatti la specificità della psicoanalisi rispetto alle altre discipline psicologiche. Il nostro compito, anche fuori dalla stanza dell’analisi, non è quello di fornire risposte, ma di utilizzare i nostri strumenti di  ascolto per restituire senso a dubbi e domande, stimolando  consapevolezza e pensieri, perché ciascuno trovi le proprie soluzioni ai problemi che accompagnano il compito educativo.

Per queste considerazioni, lo scorso anno ho accolto con entusiasmo il progetto “Gli adulti imparano, gli adulti insegnano la relazione tra uomini e donne”, organizzato in alcune scuole romane dalla giornalista Monica Pepe, responsabile di Zeroviolenza.  Occupandosi degli adulti che si occupano di bambini, si può tentare di edificare una città degli adulti in grado di contenere  la città dei bambini.

 

Geni Valle

Medico Neuropsichiatra Infantile

Psicoanalista Didatta dell’Associazione Italiana di Psicoanalisi.

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