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La città come destino. Riflessioni a partire da Il campo di battaglia urbano (a cura del Laboratorio Crash, RedStarPress 2019)

di Alessandro Barile

L’esperienza insegna che la “globalizzazione” – con tutto ciò che di generico rientra in questo termine abusato – può darsi senza “Stati guida” o drivers politici (vedasi i casi di Singapore, Taiwan, per certi versi Hong Kong, la Silicon Valley, ecc), ma non c’è globalizzazione senza città globali, luoghi particolari che ne riproducono l’essenza e in cui trovano collocazione le ricadute materiali di tali processi. La metropoli del XXI secolo – talune metropoli, non ogni “grande città” – è risultato e motore delle relazioni produttive globali. È qui dunque che si gioca la partita del mondo di domani.

A cogliere tale nesso sono ormai gran parte delle scienze sociali, a partire dai pioneristici lavori di Saskia Sassen, Manuel Castells, Kenichi Ohmae o Mike Davis (e prima di loro Lefebvre e Harvey), e giù a valanga in questi ultimi anni anche in Italia, dove attorno ai temi dello sprawl urbano e della gentrificazione si è ridefinita una vera e propria “scienza urbana” di segno critico e multidisciplinare. Proprio nel momento in cui questo processo – la globalizzazione – sembra incepparsi, vittima delle sue potenzialità e contraddizioni, e oggi messa in discussione dal virus, ecco fare breccia nella sinistra una critica della città come “fatto sociale totale”, non solo territoriale o sociale dunque, ma complesso e preminente.

L’occasione di ragionare su questo binomio, città e politica, ci è dato da un recente libro curato dal Laboratorio Crash di Bologna, Il campo di battaglia urbano (RedStarPress 2019, pp. 297, 20 euro). Un libro che ha sicuramente un merito: individuare un campo, la metropoli; e di definirlo in termini conflittuali, come luogo di scontro. Andando oltre i tecnicismi e gli specialismi, utili alla comprensione ma castranti per quel tanto di relativismo che i saperi specifici si portano sempre dietro. L’approccio utilizzato, coerente nei vari contributi presenti nel libro, è quello “tipico” di una certa ipotesi politica: si studia un fenomeno sociale alla ricerca del soggetto in grado di trasformarlo. Un procedimento capovolto rispetto allo studio del capitalismo di matrice marxiana, termine con il quale pure questa sinistra insiste giustamente a richiamarsi. Eppure il tentativo proposto nel libro va salvaguardato, quantomeno per il coraggio di proporre interpretazioni rischiose, azzardare ipotesi che istituiscano immediatamente una proposta di lavoro. Di questo c’è bisogno, più che di ulteriori focus su gentrificazione o periferizzazione.

In particolare, e proprio in base a ciò che abbiamo velocemente detto in apertura, la metropoli globale si configura come risultato di un certo tipo (e di un certo livello) di relazioni produttive. La “città-piattaforma” – termine indicato nell’introduzione – altro non è che il disvelamento di un’economia delle piattaforme che istituisce relazioni produttive just in time, “smart”, fondate sull’incessante pervasività dei flussi, siano essi finanziari, commerciali, migranti, turistici. Il risultato è quell’urbanesimo just in time che modella le città in funzione dei bisogni della produzione (e della produttività) globale.

Tutto fila liscio nella narrazione immateriale dei corifei delle magnifiche possibilità dell’e-commerce e del delivery. Eppure una città organizzata in questo modo ha sempre più esigenza di un enorme back office composto di lavoro povero, ripetitivo, a basso contenuto di sapere e di competenza. È la verità celata dietro le retoriche del software. Come incide questo aspetto nella morfologia della città del XXI secolo? Letteralmente, la stravolge.

La città si frantuma e si “dualizza”. Da una parte il centro, non più “storico” ma – sulla scorta della felice intuizione di Lefebvre – direzionale. Un territorio in cui si esercitano le funzioni logistiche di gestione, ritagliato su misura di city users (per usare il canonico lessico martinottiano) che non risiedono, non vivono “una” metropoli, ma si muovono “tra” metropoli dello stesso segno. È il core business urbano, irrilevante in termini spaziali e demografici, ma in cui trovano propulsione e ricaduta tutti i processi di valorizzazione di capitali che circolano disancorati da qualsivoglia potere fisico. Dall’altra la “periferia”, che si configura come condizione umana di imprigionamento: quella di perifericità. Una periferia che ha tracimato i confini amministrativi per estendersi a tutto quel territorio che esiste in quanto asservito alle esigenze riproduttive del centro. Una metropoli ancor di più monocentrica ma sempre meno compatta, che spezza ogni possibile riconoscimento tra popolazioni di diversa posizione sociale. Una periferia sterminata, che abolisce i confini tra “città” e “campagna”, che estende il concetto di urbanizzazione senza soluzione di continuità nel momento stesso in cui dilegua l’idea stessa di città, e in cui trova dimora quella mano d’opera organizzata in funzione degli interessi di un core business connesso agli altri sparsi per il mondo, ma disconnesso con la sua popolazione residente e, sempre di più, con lo Stato che casualmente la ospita. Una relazione, dunque, di tipo coloniale, in cui centri e periferie – per dirla sempre con Lefebvre – «si presuppongono e si oppongono».

La “scala” della città, cioè il “locale”, semplicemente slitta di significato, disattivandosi nei suoi termini storici per ritradursi nelle sue forme fittizie e artificiali ad usum turistico. La turistificazione appare così come trasposizione urbana di quella vocazione all’export che sublima l’attuale fase di crisi di valorizzazione reale dei capitali privati investiti in giro per il mondo (fenomeno che eccede ovviamente l’epidemia in corso, ma anche la crisi dei mutui subprime del 2007/08). Il turismo di massa è “l’altrove” da cui estrarre valore, il soggetto esterno alle capacità produttive locali su cui scaricare margini di produttività, e di competitività, oramai sterminati.

Non a caso, e opportunamente, il volume si conclude con otto tesi sulla turistificazione. Svelare la congerie di significati insiti nella turistificazione vuol dire cogliere l’essenza del presente delle città globali e della globalizzazione nel suo complesso. Non è “il turista” il problema, si premette giustamente, ma il turismo di massa. Non va combattuta la possibilità di viaggiare, ma l’obbligo di farlo, che genera economie urbane adattate alla ricettività di popolazioni aliene a quelle cittadine-locali, che nel loro riprodursi quotidiano spezzano il legame tra territorio, popolazione e politica. Ricostruire questo legame è un obiettivo che può darsi solo in presenza di una battaglia contro la torsione liberistica dei flussi umani.

 

 

 

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