collina

“La collina” di Delogu e Cedrola

di Mimmo Cangiano

Molto si è parlato (e si parlerà ancora) del romanzo La Collina, pubblicato circa un mese fa da Andrea Delogu e Andrea Cedrola. La materia trattata (la comunità di San Patrignano e le ‘tecniche’ in essa in atto) hanno convogliato l’attenzione dei media verso un materiale che, inevitabilmente, si presenta ancora infuocato (fra feroci detrattori e strenui difensori) e vivo nel quadro di un problema che, dentro e fuori i tribunali, è ben lungi dall’essere chiuso.

Qui, invece, anche stimolato dall’epigrafe che apre il romanzo (tratta dal bellissimoAd avere occhi per vedere di Leonardo Pica Ciamarra), vorrei riflettere un attimo su quest’opera proprio in quanto romanzo, vale a dire sulle strategie narrative e tematiche che i due autori hanno messo in atto per raccontare questa storia che, a mio giudizio, è anzitutto una disanima di ciò che ha permesso ‘San Patrignano’, e, di conseguenza, un’analisi storica dei rapporti di potere e persuasione che hanno caratterizzato, almeno, uno scorcio del secolo scorso.

È proprio il rapporto interno/esterno che determina la storia, e il plot con essa. La dinamica foucaultiana (quella diGli anormali e di Sorvegliare e punire) che gli autori riscontrano nella ‘comunità’ (l’interno) è costantemente diretta e modulata (praticamente: il denaro) e ideologicamente (il rispecchiamento) da quanto avviene, a livello sociale, al di fuori della comunità; al di fuori, voglio dire, dello stesso concetto di comunità che, filosoficamente e sociologicamente (da Tönnies in poi), dovrebbe opporsi al decadimento di ciò che sta all’esterno, alla finta libertà (spesso citata da Mannoni/Muccioli) che la società determina.

La comunità (e si notino le origini pauperistico/romantiche su cui San Patrignano fu fondata) vuole essere l’altro, ed è solo lo stesso, la società è ovunque! Nessuna comunità è possibile.Il sogno dell’alterità che Mannoni (santone e padre gigantesco) provò a esprimere, decade già al primo contatto con l’esterno, decade, vale a dire, al primo contatto col denaro – i primi malati “comuni” che lasciano i propri soldi alla comunità – per instaurare con quello che viene definito “il mondo di fuori” un rapporto che si presenta distorto solamente in apparenza. San Patrignano (difeso dai tribunali dello Stato, da alcuni politici, membri ecclesiastici, genitori dei “ragazzi”) passa in realtà a funzionare come una sorta di spazio coloniale dove la funzione ideologica del Potere (e i meccanismi che questa determina) dell’esterno presenta i medesimi caratteri (li si possono vedere nel romanzo in alcune scene “di polizia” e in alcune dinamiche familiari), solo estremizzati: situati in un luogo dell’eccezione dove essi possono esprimersi come non più vincolati dalla ‘finta universalità’ dello stato giuridico dei cittadini, ma nella ‘particolare’ violenza che l’ideologia ad essi sottesa permette.

Credo che il centro del romanzo possa essere significato proprio in questo rapporto, stavolta sì distorto, fra Universale e Particolare; voglio dire fra l’universalità che, all’esterno, dalla Legge è garantita e la realtà materiale che sotto questa preme e nella comunità si rivela (relazione nel romanzo esemplificata dalla condizione schizofrenica determinata fra la totale assenza di denaro all’interno della comunità e la sua massiva presenza nel rapporto di questa con l’esterno, dove le operazioni finanziarie sempre più spericolate che Mannoni mette in atto – vendita dei ‘prodotti’ della comunità, e poi corruzioni, investimenti, ecc. –diventano, proprio mediando con l’esterno, la base stessa del suo potere: dove il giro di soldi aumenta continuamente il suo potere). La Collina addirittura avrà a un certo punto un vero e proprio indotto, che gli permetterà di controllare, tramite la pressione economica, le stesse attività commerciali (e i comportamenti dei vari proprietari) della zona in cui sorge.

Non si tratta, naturalmente, di un mero potere materiale (incatenamenti, violenze, torture, ecc.), gli autori – lettori di Erving Goffman – coinvolgono nella loro analisi delle dinamiche interne la stessa capacità gnoseologica dei protagonisti. A risultare menomata da tali meccanismi è anzitutto l’attitudine conoscitiva delle ‘vittime’ (fino allo sviluppo di reazioni eminentemente pavloviane), la loro capacità di sviluppare un discorso totale, per l’appunto, su quella relazione interno/esterno che la ‘costruzione’, materiale e ideologica, di Mannoni vuole occultare. L’edificazione diun “micromondo” in sé completo (e che è poi il progetto ‘finale’ del suo capo: fare di San Patrignano uno Stato a sé) determina lo sviluppo di prospettive conoscitive che riescono a darsi come ‘totalizzanti’ solo all’interno dello spazio della comunità (incapaci a oltrepassare la ‘recinzione’ di questo), sviluppandosi stilisticamente nella paratassi insistita e ‘imprigionante’ (e si potrebbe citare Mathias Enard) che diventa la ‘forma’ stessa di una dipendenza che è, anzitutto, perdita della capacità di lettura globale dei ‘fatti’ e, come tale, erosione di un processo identitario (i documenti vengono sottratti a chi entra in Collina, ma sono ‘salvati’ dal modo in cui i narratori presentano alcuni personaggi) che conduce alla totale aderenza con le nuove generalità che la struttura offre (“non vogliamo che qui dentro restino su di voi tracce del mondo esterno, quello che vi ha quasi disintegrati”).

Ma, ovviamente, in atto è in realtà lo stesso meccanismo che abbiamo in precedenza provato a descrivere: l’uomo nuovo che Mannoni (e che con lui giornali e tv) promettono, l’uomo nuovo dopo lo zombie tossicodipendente, continua a mantenere in sé i tratti identitari che lo caratterizzavano all’esterno; tratti di cui Mannoni si serve per l’organizzazione della comunità. Quelli con un passato delinquenziale saranno affidati al reparto Macelleria (preservando il capo dal dover esprimere personalmente la violenza), contemporaneamente, però, la Collina crea i proprio ‘tecnici’ (un medico, un contabile, ecc.), i depositari di certi ‘saperi’ di cui ha bisogno per sussistere come unità separata, in un progressivo aumento di scientificità e di ‘organizzazione’ (una dialettica dell’Illuminismo) che sempre più è mirato ad occultare la realtà concreta dei fatti, così reiterando, anche all’interno, quella stessa irrazionale combinazione di universale e particolare che il rapporto con l’esterno determina e garantisce.

Il meccanismo deve, continuamente, essere dunque giocato su un doppio binario: agli scoppi pinteriani di violenza deve far seguito un meccanismo regolamentatodi premi e punizioni (cioè di castighi e privilegi) – dove si registrano alcune affinità con La città e i cani di VargasLlosa – che i ragazzi hanno il ‘compito’ di interiorizzare come parte integrante del loro comportamento, fino all’esempio estremo della protagonista Valentina (la stessa Delogu bambina) che, nata in Collina, assume su di sé i portati ultimi di tale meccanismo (fino a vedere un Dio nello stesso Mannoni), fino ad introiettare, e vale per tutti, un meccanismo “auto-colpevolizzante” che fa pensare, fra le altre cose, a certi romanzi di Roth.

La promessa di “iniziare tutto daccapo”, in una situazione di partenza in cui, fuori dal ‘reale’ meccanismo sociale, si è finalmente “tutti uguali”, nasconde, allo stesso modo (proprio come all’esterno), la realtà di solidissime gerarchie – edificate sulla violenza – costruite proprio a partire dalle reazioni psicologiche al meccanismo di controllo e ordine. Le reazioni contestatarie al sistema (spesso marcusianamente legate alla sfera del sesso e, in un caso particolarissimo, al desiderio di ricevere un salario per il proprio lavoro), svelano un controllo sulla sessualità ovviamente esteso e serratissimo (per gli addetti diretti al controllo è prevista l’astinenza), ma, contemporaneamente, rivelano lo sviluppo di una sfera sessuale distorta e legata così al filo doppio allo stesso meccanismo del potere (numerose le violenze sessuali), ancora reiterando il consueto funzionamento della struttura e, pure, sottolineando un sistema di corruzione interna che, al denaro assente, sostituisce elementi merceologici come sigarette o altri generi di questo tipo.

È naturalmente, in tale situazione, la stessa situazione della ‘vittima’ che passa ad esulare dai suoi consueti confini per farsi parte di una struttura piramidale che finisce per consegnare tutti, “sommersi e salvati”, al ruolo di carnefici, proprio mentre determina la progressiva apparizione dell’unità concettuale “Lager” con elementi (il rapare le teste) che richiamano direttamente tale contesto. Atti di ferocia brutale però, chiaramente, sempre affiancati alla loro controparte ‘ordinativa’ e ‘sterilizzata’ fatta di ‘turni’ (mangiare, dormire, lavoro) ben disciplinati o di letti bianchi sempre perfettamente rifatti. Il microcosmo ‘altro’ si rivela, insomma, sempre più contente tutti i principi regolativi di un ‘esterno’ ben organizzato dove non mancano neppure i dati più ‘banalmente’ – weberianamente –  burocratici, come la regolarizzazione degli orari.

Gli elementi ‘comunitari’ originali sopravvivono, anch’essi in modo distorto, come forma dell’universalità anti-societaria che La Collina voleva rappresentare. Chi è investito del compito più brutalmente materiale (riportare con ogni mezzo nella struttura i ragazzi scappati), e si tratta naturalmente di ex-delinquenti, viene chiamato “Angelo”, rivelando così un’estensione della dinamica alla stessa sfera linguistica, come si evince chiaramente in un dialogo fra Valentina e la madre dove la bambina pretende di definire il cibo esclusivamente nei termini asettici di “porzione”.

Nell’avanzare della narrazione, proprio mentre sempre più la struttura si trasforma in un’unità a se stante (assumendo i tratti di un Comune a sé), sempre più si infittiscono i rapporti fra Mannoni e l’esterno (in Collina viene ad esempio allestito, tramite un sottosegretario compiacente, un seggio elettorale: una dinamica che ricorda da vicino quella del Cottolengo nel romanzo calviniano). Tale contatto giunge poi ad elementi parossistici, finalizzati ad evidenziare il legame fra la struttura e il periodo storico allora in corso, quando i ragazzi (rivelando un orientamento nazionale) sono ad esempio portati in piazza a manifestare contro il momentaneo oscuramento della Fininvest, o quando i bambini in Collina, assistendo a Bim Bum Bam, scoprono inconsciamente un parallelo fra Mannoni e la Voce-dall’alto che, nel programma, scherzosamente rimprovera il presentatore.

Ma forse l’elemento di maggior contatto, quasi una mise en abyme del romanzo, si verifica allorché una delle protagoniste più contestatarie scopre quanto sia più facile farsi aprire un portone dicendo “Polizia!” che non attraverso sistemi più amichevoli: un rapporto relazionale, del resto, a lungo preparato dalla narrazione mediante riferimenti pressoché continui a quel “bisogno d’ordine” (e in Collina ci sono anche dei non tossicodipendenti) che emerge in ogni dinamica sociale (dai genitori dei ragazzi che difendono i metodi della struttura al collaborazionismo di comuni cittadini), così sottolineando come sia proprio l’esterno a determinare l’interno come necessità, al contempo, di una propria zona “coloniale” (in senso marxiano) e anche di struttura egemonizzante che necessita, impedendo alternative, che ogni elemento a sé estraneo sia in realtà a sé contiguo e di sé riverberi il funzionamento (pratico e ideologico!)

Davvero significativo in tal senso che uno dei protagonisti, una volta uscito dalla struttura (rapporto chiaramente simile alla disintossicazione), non solo registrerà come il proprio stesso inconscio sia massicciamente colonizzato dalla figura di Mannoni, ma si ritroverà addirittura a fare lo stesso lavoro svolto in Collina (l’autista: e vi è in questa scelta un riferimento – Cedrola lavora come sceneggiatore per il cinema – a Le tre scimmie di NuriBilgeCeylan), così sottolineando dell’efficacia stessa del metodo biopolitico messo in atto, il quale, a questo punto, entrato dall’esterno verso l’interno, ora verso l’esterno ritorna e si diffonde, rafforzando quello stesso metodo. E non a caso, in un riferimento diretto al finale di Quei bravi ragazzi, il personaggio scoprirà per prima cosa che la sua nuova condizione comporta anzitutto la perdita di quei privilegi che in Collina aveva acquisito (così come perdeva i privilegi chi provava a fuggire)e che lo avevano condotto, lui proveniente dagli ambienti della vita neo-fascista di San Babila, ai confini di un’esistenza, proprio per il lavoro ‘violento’ da lui svolto per Mannoni, perfettamente integrata e, diremo, borghese.

Nel continuo alternarsi, spaziale a temporale, dei piani narrativi (che può far pensare a Scene di una battaglia sotterranea di Fogwill), gli anni ’70 trapassano negli ’80 e, chiaramente, vengono a riguardarci molto da vicino. È il “mondo di fuori” che fa la Collina: “Non so come spiegare, succedeva quello che succede pure fuori ma in un altro modo. Lo stesso sport ma con regole leggermente diverse”.

Commenti
3 Commenti a ““La collina” di Delogu e Cedrola”
  1. daniele scrive:

    E ora che la gente smetta di usare fatti di cronaca per essere ingaggiata a fare programmi. Se non hai un punto forte datti all ippica, che e meglio.
    Guardate, prima si fa scrivere un libro e guarda ora dove sta, la grande letterata.
    Non sei che il simbolo di una nazione bigotta e che da solo spazio all apparenza.

  2. paolo scrive:

    caro Daniele, la tua risposta non è originale.
    non è l’autore che conta, è quello che scrive. e quello che scrive è tutto vero.
    se lo avesse scritto una vigilessa, una ferroviera, un’avvocata che cosa cambiava? la Delogu ha da anni contratti con Mondadori, Rai e tant’altro. non lo sapevi?
    l’unica domanda che si è fatta prima di pubblicarlo è stato quanto rischiava, perché una acrriera ed un lavoro li aveva, ha studiato, lottato per averli e non ha avuto niente in regalo.
    leggi il libro e fai una critica se ti riesce, son finiti i tempi in cui muccioli aveva stampa politici ed avvocati per mettere a tacere tutto

  3. daniele scrive:

    Conosco bene Andrea e per questo mi permetto di dirlo.
    Conosco la disperata ricerca di emergere ed anche la sua storia.
    Anzi, se ti è utile potrei aggiungere che l ultima trovata per spogliarsi è quella della prevenzione al seno.
    La Delogu si è ricostruita il seno ai suoi 20 anni, chissà quanta carne genuina sotto quel silicone!!!!!!!

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