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La crisi della crisi dell’editoria

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Photo by Cristina Gottardi on Unsplash

di Emanuele Giammarco

C’è una cosa che, fra tutte, è senza dubbio più in crisi di ogni altra: il concetto stesso di crisi. Basterebbe guardare la definizione sul dizionario per farsi due domande. Quale che sia la sfera semantica in cui ci muoviamo si parla di «rapida caduta», «breve durata», «insorgenza improvvisa», «breve e violento accesso di uno stato emotivo», eppure non mi pare di aver vissuto un solo momento nella mia vita da «adulto» che non abbia contemplato uno scenario a-critico. Nel 2013, quando mi sono affacciato al mondo editoriale per la prima volta, l’allora tutor del Master che mi accingevo a frequentare mi aveva ripetuto talmente tante volte la parola «crisi» che a un certo punto si era dovuta fermare, ricordandosi che in teoria il suo lavoro consisteva nel convincermi a entrare nel settore dei libri. «Il settore è in crisi» è un mantra, un ritornello che da allora mi ripeto continuamente, anzi, che ho quasi bisogno di sentire per stare più tranquillo. In questi giorni la fenomenologia della crisi ha assunto il suo stadio contemporaneo, la sua ultima incarnazione a forma di corona. Che io sappia però, che mi abbiano raccontato fin qui, la crisi c’era anche a febbraio, e pure un anno fa, e già nel 2013, quando in quel Master alla fine ho deciso di entrarci, ammaliato da quella sponsorizzazione così eloquente della tutor. Una crisi che era, per l’appunto, crisi della crisi.

Oggi, a sette anni e una casa editrice di distanza, mi trovo dunque disarmato e allo stesso tempo a mio agio nel constatare l’imminente crollo dell’editoria; certi toni apocalittici mi agitano e coccolano, rimettono le cose in disordine, com’erano e come sono abituato a vedere. Davanti a me ho un estratto conto che piange, e sono di nuovo sconfortato, vale a dire come al solito. So che se non faccio uscire i libri sarò costretto o potrei essere costretto a fare (altri) debiti, di nuovo ed esattamente come prima. Che molti librai indipendenti, da cui fondamentalmente dipendo, non saranno in grado o si troveranno in difficoltà nel pagare gli affitti, una sensazione per me e per loro abbastanza familiare. Che come me anche loro rischiano di non avere liquidità per pagare collaboratori e venire incontro ai costi fissi, e che tutti potremmo realmente chiudere, se questa liquidità non arriva da qualche parte. Meno male, sospiro di sollievo, pensavo che tutto a un tratto la crisi potesse finire. E come faremmo senza? Chi ha mai vissuto senza debiti? Se non si tratta di un mutuo è un prestito, se non sono interessi effettivi c’è un pegno morale da pagare ai nostri genitori o ai nostri nonni. Chi ha una casa di proprietà ha adibito lo sgabuzzino ad altare votivo per ringraziare ogni giorno la lungimiranza dei suoi dèi mani. Da «disagiati» quali siamo, la classe creativa del paese, il debito è la nostra cifra, il nostro vero «capitale simbolico», la nostra passione. Se volete proteggerci come farebbe Concita De Gregorio lasciateci intatto il nostro debito. Giusto?

Uscire dalla crisi

Che da ogni crisi nasca un’opportunità lo sapevamo anche prima che ci spiegassero gli ideogrammi cinesi. Quello che non ci siamo detti abbastanza, però, è che se a essere in crisi è la crisi stessa allora l’opportunità diventa opportunità di un’opportunità, un cattivo infinito che mai si realizza. Anche in macroeconomia sappiamo che le crisi sono cicliche e che esistono dei fattori «toppa» per continuare a far finta di vivere il sogno. Ma se non ho alcuna voglia di risolvere i problemi macroeconomici, cosa che non sarei in grado di fare, cercherei almeno di indicare di cosa stiamo parlando quando parliamo di crisi dell’editoria. Perché le soluzioni, ma anche solo il dibattito che sta venendo fuori, non mi pare affrontino il tema tenendo conto di quello che è successo negli ultimi decenni, o meglio di quello che ci siamo ritrovati per le mani noialtri, che fuori dalla crisi non abbiamo mai vissuto.

Ora, potrei anche sbagliarmi e ci spero, ma fra le soluzioni ipotizzate, sperato o auspicate fin qui, assisto inerme a un generale ripiegamento sullo Stato – che io sappia, indebitato peggio di prima – per iniettare quel famoso denaro che mi raccontano esistere da qualche parte. Riempio dunque il questionario della combattiva Adei (l’Associazione degli editori indipendenti) e riconosco alla perfezione le cifre inerenti alle difficoltà che mi troverò davanti, ma subito mi scopro smarrito di fronte alle possibili soluzioni da individuare, le richieste per «uscire dalla crisi» che, mi piace ricordarlo ancora una volta, in teoria già c’era prima.

Quantomeno perché non ho tanto altro da fare, forse proverei a pormi una domanda più profonda: È davvero utile «uscire dalla crisi» affrontando solo questa sua manifestazione finale, con una toppa, e senza affrontarne i capisaldi? Davvero ci conviene insistere su un sistema incapace di assorbire due mesi di stop se non attraverso aiuti estemporanei e una tantum dello Stato? Un sistema che in questa fase, ma anche in generale, da sempre, rischia seriamente di inibire, attraverso lo sfruttamento di molte persone, le migliori energie creative che abbiamo? Se la riposta è sì, evitiamoci la puttanata della crisi come opportunità. Se la risposta è no, il problema da affrontare non può che essere il ripensamento stesso del sistema editoriale, la ridiscussione delle norme che ne regolano il funzionamento interno; vale a dire, detto per esteso, la natura inadatta del suo sistema distributivo. Se quelli che rischiano di più nell’attuale situazione sono la forza lavoro e la forza creativa del settorenon credo si possa con troppa facilità incolpare il cigno nero. Quelli di noi che cadranno nel baratro spaventati dal suo starnazzo non si trovavano per caso lì sul ciglio. E forse è ingeneroso biasimare una folata d’aria quando per anni si è continuato ad andar dritti verso il canyon con gli occhi fissi su un gps rotto mentre a pochi metri c’era il vuoto.

Il problema distributivo

Nei pochi anni in cui ho avuto il privilegio e il piacere di far parte di una nicchia di questo settore il «problema distributivo» non ha mai smesso di saltare fuori fra colleghi, e specialmente attraverso toni «morali» che mai una volta, che io sappia, hanno indebolito le gambe del tanto odiato Golia. Forse gli strumenti retorici del peccato e della colpa non sono molto efficaci, tanto più che la stragrande maggioranza di noi (non tutti, certo, anzi) riconosce nella distribuzione un elemento fondante della filiera editoriale così com’è stata pensata in senso moderno. Sia chiaro, alcune derive tragiche nella rappresentanza degli operai di Ceva Logistic, solo per fare un esempio, devono farci inorridire e basta. Il punto però è che l’insufficienza e la precarietà del sistema attuale hanno perso di senso anche a partire da ragioni di puro interesse economico, seguendo le stesse «logiche di mercato», e questo è un argomento a mio avviso del tutto inaggirabile per chi dovrà e potrà decidere del futuro del settore. Perché basterebbero alcuni semplici ragionamenti, se confermati dai dati e dalle proiezioni, per dar luogo ad alcune proposte reali in direzione di un miglioramento; per provare a uscire non da questa crisi, ma almeno da un paio di crisi fa, per tornare più vicini a quella originaria, qualunque sia.

Articoli molto ben descrittivi,come questo, hanno già argomentato su quali basi si installino problemi e vizi del mercato editoriale in merito al nodo distributivo. Provando a sintetizzare è secondo me utile mettere in chiaro che l’editoria, quella cosa che ha a che fare con i libri, si basa essenzialmente sul debito. Anche in questo mercato c’è movimento di capitale finanziario, con un naturale accentramento del denaro nelle mani della distribuzione – in particolare Messaggerie libri, per quella che è la mia esperienza personale – il cui core business per molti aspetti ha più cose in comune con una banca piuttosto che con una società di smistamento e immagazzinamento della merce.

La cosa, come spiega Tombolini, funziona così: L’editore non prende propriamente i soldi dal libraio che vende il libro. L’editore prende i soldi dalla distribuzione (il famoso estratto conto di cui parlavo all’inizio) che a sua volta li ha ricavati dalla vendita al libraio (sell-in) trattenendo per sé, come sappiamo tutti, una percentuale del prezzo di copertina. Questo perché il libro venduto al libraio rischia di essere invenduto al compratore (sell-out) e quindi reso indietro all’editore attraverso la mediazione ancora una volta del distributore e della sua macchina logistica. Cosa significa? Significa che nell’estratto conto di ogni editore esiste una voce in negativo – soldi che vengono scalati dal fatturato o espressamente richiesti in caso di saldo in passivo – riferita a quella merce che è rimasta invenduta dal libraio che pure aveva all’inizio anticipato i soldi. Prima di mettere in risalto gli aspetti negativi di questo sistema mi pare intanto utile partire da una semplice constatazione. È indubbio che qualcuno abbia pensato a un certo punto – mi immagino negli anni ’80, ma non ne sarei così sicuro – che questo fosse il miglior modo possibile per ampliare il mercato editoriale e la percentuale dei lettori. Ora mi sembra inutile partire dai massimi sistemi e dare la colpa a internet, agli smart-phone, agli ebook, a Netflix, quando l’obiettivo degli editori è, mi pare giusto ricordarlo, vendere libri.

Proviamo allora a dire intanto una cosa semplice: questo micro-sistema economico ha fallito. Non ha ampliato la fetta dei compratori, anzi l’ha ristretta. Non ha ingrossato il fatturato, anzi l’ha ridotto. Probabilmente non ha aiutato la letteratura, anzi l’ha inibita. Non oggi, ma da decenni. Molti hanno idee sul perché:io provo a delinearne alcune, per individuare di conseguenza possibili soluzioni, sperando al contempo di sbagliare pure cifre e modi, pur di alimentare una discussione che punti finalmente dritta al nodo principale.

Perché non stampate di meno?

Partiamo da un’altra constatazione, questa volta di un autorevole giornalista. Qualche mesata fa (ve lo ricordate, il mondo com’era prima?) Bruno Ventavoli in un accesso à la Jerry McGuire non dissimile dal mio si lamentava dell’iper-produzione editoriale e di come gli uffici stampa lo tartassassero di novità senza che lui, materialmente, potesse dare spazio e attenzione a tutti. E chi potrebbe dargli torto? Esiste una persona – con una vita, s’intende, quella cosa che in teoria sarebbe al fondo di ogni letteratura – che può dirsi in grado di seguire le uscite editoriali nel loro complesso? Esiste qualcuno pronto a identificare un dibattito approfondito su quello che esce, in grado di individuare un movimento letterario che abbia a latere una critica letteraria perfettamente sul pezzo?

La verità è che anche chi legge tanto, nella stragrande maggioranza dei casi, non sta leggendo la stessa cosa che sta leggendo qualcun altro. Non è in grado di parlarne agli altri con i tempi che richiederebbero i libri. Non è in grado di assorbirne le conseguenze letterarie perché, per usare un’espressione fastidiosa, c’è già sempre una novità che ancora non ha letto.

Ora, non mi pare un caso che quell’articolo non riuscisse a toccare il punto nodale, se penso a quale dibattito sembra doversi delineare, o meglio non delineare, anche in questo momento. Il suo titolo del resto era tanto fuori fuoco quanto inoffensivo: «Editori stampate di meno». Eppure la questione fondamentale era proprio lì a portata di mano, bastava trasformare tutto in forma di domanda. Perché non stampate di meno? E perché, se il mercato è subissato di titoli che in grandissima percentuale non arrivano a 150 copie vendute, gli editori – quei player del tutto razionali che perseguono i loro interessi, ce lo spiega Hayek – continuano a invadere così il mercato?

Ancora una volta vi invito a rispulciare l’articolo di Tombolini. In una visione statica del mercato editoriale l’editore x pubblica una serie di libri: se ne vende abbastanza continua a fare il suo lavoro, mentre se smette di venderne chiude bottega. Peccato che non funzioni così; peccato che il mercato editoriale sia del tutto dinamico. Se un editore non vende libri il peggio che può accadere è che accumula debito; un debito però che gli è concesso ripagare attraverso la pubblicazione di altri libri che a loro volta potrebbero accumulare altro debito e via discorrendo. Anche gli editori indipendenti, quindi, che programmaticamente non vorrebbero pubblicare più libri di quelli che gli interessa fare, sono costretti ad assoggettarsi al mantra della sovrapproduzione, assumendo la stessa logica dei grandi gruppi.

Fare più libri ha aiutato a leggere tutti di più? No. Ha aumentato la percentuale di lettori? No. Ha semplicemente sbilanciato l’equilibrio sociale della lettura: oggi leggono in pochi e quelli che leggono, i cosiddetti lettori forti, tengono in piedi la fetta più grande del mercato. A leggere è chi ha più soldi e più tempo. Per metterla in modo ancor più brutale, a leggere sono quelle stesse persone che oggi possono permettersi di essere meno preoccupate dal corona virus perché hanno le loro riserve di liquidità, una casa di proprietà, meno costi fissi eccetera eccetera. Anzi, per essere più precisi di quanto lo si è di solito: queste persone non «leggono», ma «comprano» più libri. Che poi è la cosa che ci interessa davvero, quando sui giornali leggiamo la percentuale dei cosiddetti «lettori».

Ecco lo sapevamo, la colpa è degli editori

Ed eccoci finalmente arrivati alla nuda verità: la colpa è degli editori, o al massimo del fatto che ci sono troppi editori ad affollare le librerie, incapaci di sostenere un mercato che non può funzionare a condizioni diverse da quelle imposte dal mass-market. Il tardo-capitalismo, moltiplicando le aspettative della classe media, come dice bene Raffaele Alberto Ventura, produce allo stesso tempo un esercito di umanisti in competizione fra loro, abbassando inevitabilmente le loro pretese contrattuali e salariali, portandoci tutti sul ciglio del baratro. Il debito allora altro non è che la nostra stessa cifra. Ognuno di noi reclama un capitale simbolico impossibile da ottenere, tutti editor e redattori e traduttori, mentre il mercato, semplicemente, non è in grado di soddisfare il nostro modello di vita: il debito su cui si basa l’editoria è in fondo il riflesso dei nostri desideri. Può darsi, per carità, anzi. Ma prima di arrivare a questo punto un paio di questioni rimangono, mi pare, ancora irrisolte.

Se non altro a partire dal fatto che esiste anche un esercito di non lettori, le cui fila sembrano ingrossarsi ogni anno di nuovi arruolati, e non solo giovani, ma persone che semplicemente smettono di leggere, o di acquistare. Ma poi, questo mercato, non dovrebbe in teoria selezionare i più bravi, almeno sulla lunga distanza?

Nella situazione attuale però, da editore, mi è per esempio del tutto impossibile capire se abbia fatto un buon lavoro o meno, se meriti di lavorare nell’industria culturale o no – e che il mercato possa fungere da metro non è solo irrealistico, ma anche tecnicamente impossibile. Per un editore infatti la resa non è una possibilità, ma una conseguenza. Nel gergo della distribuzione viene usato un termine splendido ed estremamente eloquente: resa fisiologica; rendendo alla perfezione il suo nucleo scatologico. Se parlate con un addetto vi dirà che si attesta attorno al 30%. Il che significa che circa un terzo dei libri che vengono acquistati in sell-in è già di per sé debito, denaro virtuale, movimento finanziario. Adesso immaginatevi un libro con una tiratura di 1000 copie, uno dei meravigliosi libri che vengono pubblicati da una qualsiasi delle case editrici indipendenti che ben conosciamo e apprezziamo, e pensate a un lancio in libreria di circa la metà delle copie. Di quella metà un terzo è già debito, molti di quei libri tornano indietro all’editore nei primi tre mesi, alcuni dopo due settimane, fisiologicamente. Il resto è in libreria, compresso dall’accumulo di altre migliaia di titoli vecchi e nuovi, in uno scaffale giù in basso ammassato fra i libri di quegli editori che possono invadere il mercato di merce, anche solo per il fatto di invaderlo al fine di indebolire l’esposizione degli altri.

Che destino può avere quel titolo meraviglioso? Mi sembra assolutamente impensabile poter parlare di concorrenza. Si parte dal presupposto che tutti i libri abbiano la stessa possibilità di essere venduti, cosa fantasiosa, e soprattutto dal presupposto – assurdo persino per il mondo «virtuale» di Amazon – che lo spazio sia divisibile all’infinito. Solo che lo spazio è limitato, così in libreria come sui giornali, come ci ricorda Ventavoli, e anche il tempo di lettura e di attenzione. Se lo si riempie fino all’orlo il rischio è di non capirci più nulla o giù di lì. Qualche lettore imprevedibilmente attento verrà da te al Salone e ti dirà che il libro da te pubblicato è meraviglioso, mentre i dati di vendita ti diranno il contrario. Qualche giornalista lungimirante ti farà i complimenti per la splendida scoperta sul più autorevole degli inserti culturali, mentre le casse continueranno a brontolare fame. A chi dovresti credere?

Non lo dico io, è la stessa distribuzione a comunicarcelo

Che quello appena abbozzato non sia semplicemente un ragionamento, quanto piuttosto un dato di fatto, è possibile dimostrarlo attraverso un paio di segnali. A ogni problema del mercato il maggiore azionista delle sue quote prenderà dei provvedimenti per evitare problemi di ordine maggiore, e questo, non a caso, è esattamente quello che accade con la distribuzione editoriale. Esistono una serie di cuscinetti attraverso cui Messaggerie, per esempio, si mette a riparo da problemi di insolvenza troppo concentrata.

La questione principale, però, è che questi cuscinetti mettono in luce quanto il modello distributivo indebolisca tutti gli «estremi» della filiera: editori, librai e in modo indiretto ma non meno sostanziale, partite Iva, magazzinieri, corrieri e tutti gli strati più deboli della «società» editoriale. Per una banale questione di logica economica tenderei come prima cosa a intervenire su questi fattori, per allentare la pressione su chi materialmente sposta, vende e crea i libri, e quindi ribilanciarla su chi ne gestisce i flussi commerciali, ovvero su chi detiene il controllo del denaro e della liquidità.

Franchigia rese

Qualche editore ce l’ha più alta, qualcun altro ce l’ha più bassa, non conoscendo i contratti non posso sapere se esiste qualcuno che non ce l’abbia. Ma Messaggerie imposta una soglia percentuale di resa oltre la quale un editore è obbligato a pagare una «mora» ulteriore: si chiama «franchigia rese». Il senso della precauzione è fin troppo evidente. Il distributore, ovvero il player che impone strutturalmente la possibilità di una resa e che anzi come vedremo guadagna dalla sua esistenza, non può ovviamente permettersi che un libro vada troppo male, poiché è lui ad anticipare i soldi, come una banca. In pratica, pur assumendosi concettualmente il rischio di impresa, firmando cioè un contratto che gli garantisce una percentuale sulla vendita, fa comunque ricadere questo rischio un po’ di più sull’editore. Per la cronaca, su questa spesa non si paga l’Iva agevolata al 4%, ma una normale Iva da servizio.

Una delle possibili soluzioni per «uscire dalla crisi» potrebbe essere, per esempio, la sua abolizione. Non possiamo permetterci una distribuzione al riparo dalla resa, soprattutto se i movimenti stessi dei libri le permettono un ulteriore guadagno. È il segnale che una certa percentuale di resa per il distributore deve esserci, perché è conveniente che ci sia. È allora assolutamente centrale che la soglia di resa debba scendere per ogni editore, ogni sforzo deve essere concentrato affinché accada, e alleggerire la franchigia a intervalli regolari fino alla sua ideale soppressione aiuterebbe senza dubbio la parte creativa e quindi produttiva della filiera. Con ricaschi positivi, si spera, anche per la mano d’opera, per magazzinieri e corrieri.

Il ricircolo delle rese

Questo punto è estremamente eloquente perché mette bene in evidenza l’irrazionalità del mercato così com’è costituito. Quando si parla di magazzini della distribuzione non si sta in realtà parlando di una sola entità. Esistono magazzini per le scorte editoriali, magazzini per i lanci, magazzini per il rifornimento e magazzini per le rese. Questo significa che l’editore dovrà pagare per ogni spostamento che abbia a che fare con ognuno dei suddetti magazzini. Quando il libro dal magazzino rese deve andare al magazzino dell’editore è l’editore stesso che dovrà pagare per il servizio. E, cosa ancora più inconcepibile, quando un libro viene reso da una libreria ma viene contemporaneamente ordinato da un’altra sarà ancora l’editore che dovrà farsi spedire quel libro per poi rispedirlo di nuovo al magazzino rifornimenti – cioè pagando, ovviamente, dei costi aggiuntivi.

Quest’ultima operazione tuttavia è possibile richiederla in automatico, attraverso un servizio che si chiama «ricircolo delle rese», il quale, manco a dirlo, ha anch’esso un costo fisso a copia movimentata. Se il libro viene distribuito in modo errato a un libraio, a pagarne lo scotto è sempre l’editore anche se, di fatto, non ha ancora sbagliato nulla. Anzi, in quanto capitale da «scalare» per il possibile acquisto di una novità in arrivo è molto possibile che un libraio sia costretto a ridare quel libro indietro senza particolari motivi «commerciali» o «culturali», addirittura senza che abbia visto lo scaffale, pagandoci anche lui una percentuale in più per il costo di spedizione. Sia al libraio che all’editore quel libro invenduto peserà in negativo non solo come capitale finanziario da scambiare, ma proprio come costo fisso. Inutile dire che una delle possibili iniziative potrebbe essere obbligare la distribuzione a garantire questo servizio gratuitamente, quantomeno per editori a cui questo circolo infernale non convenga, con un fatturato minore a una certa soglia. In questo modo i libri tenderebbero ad andare realmente dove dovrebbero. Perché mi pare abbastanza assurdo che una distribuzione possa guadagnare da un errore, un bug, che riguarda la sua parte di filiera.

Senza parlare di come questi spostamenti, che ovviamente possono essere reiterati, incidano sulla tenuta fisica dei libri, alcuni dei quali dovranno andare a macero per essersi spostati troppo e troppo a lungo.

Sulla responsabilità di editori e librai e la «cattiveria» del distributore

Il ciglio su cui ci siamo ritrovati ha una caratteristica fondamentale: la mancanza di liquidità. Il mercato è stagnante e si assottiglia sempre più mentre nello stesso tempo accentra il capitale svilendone, devitalizzandone le possibilità produttive. Il debito, che su tutto regna sovrano, non è insomma ben investito, come invece il sistema distributivo dovrebbe naturalmente consigliare, al netto dei cuscinetti e delle difficoltà che ogni editore è pronto a elencare. Anche qui stiamo seguendo una logica di puro mercato e nient’altro: il debito c’è, solo che non produce.

Già perché, in linea di principio, riflettendo sul sistema della resa e del sell-in, verrebbe naturale tessere anche le lodi del suddetto sistema. In fondo se hai una buona idea la distribuzione è pronta subito a fornirti denaro ancor prima che i libri vengano venduti: potremmo aspettarci che alla lunga vengano favoriti quelli bravi. Eppure non è così. Questo perché nella dinamica del mercato l’affollamento dei libri e dei marchi, a mio parere, inibisce ognuna delle parti in gioco. Il non-lettore che entra in una libreria Feltrinelli, se privo dell’aiuto di un bravo libraio, non ci entra con lo stesso spirito di chi entra al supermercato con l’idea di comprare una marmellata – dove può dirigersi direttamente allo scaffale dedicato, scegliere e filarsela alla cassa.

Il disorientamento di fronte a due prodotti simili non è minimamente paragonabile. Inoltre, per riprendere il filo del discorso delineato poco sopra, non è assolutamente detto che il sistema distributivo, che il mercato, premi chi merita davvero. Come affermato poco sopra il continuo ricambio di nuovi titoli non permette di comprendere la veridicità di un buon lavoro. Inoltre quei «cattivoni» della distribuzione non hanno in realtà alcun interesse a far morire una casa editrice; il punto non è squisitamente esprimibile con quel tipo di linguaggio, con l’arma del senso di colpa, dell’immoralità – il bug è di natura diversa, con esiti che successivamente portano a problemi di entità maggiore. In realtà, poiché ti ha prestato i soldi e accumula denaro attraverso quello che è in realtà un prestito, la distribuzione ha tutti gli interessi a mantenere in vita quanti più editori possibile. Ti verrà incontro se il progetto è concettualmente, teoricamente valido. Manterrà intatte le tue chances attraverso dilazioni dei pagamenti, aiuti, e con l’utilizzo di alcuni strumenti che molti editori hanno già imparato a conoscere. Uno di questi è il confirming. Si tratta di un ulteriore anticipo di liquidità che sfrutta un istituto di credito terzo per farsi anticipare tutto il credito dell’annualità in una sola botta; ovviamente pagando un servizio pari al 2% dell’importo totale. Si tratta di un altro segnale di come la cosa non funzioni, un cerotto che svela la presenza della ferita.

È chiaro che c’è bisogno di liquidità, il modo si trova, l’importante è che la stretta sia mantenuta attraverso il costo del servizio (che, va detto, è di gran lunga più vantaggiosa rispetto a un fido bancario). Abbiamo oggi un gran bisogno di liquidità? Gli strumenti già ci sono, perché il problema era già presente molto prima del corona virus. Le soluzioni finiscono per alimentare i problemi.

Al netto di tutto ciò mi sembra allora piuttosto chiara la direzione da perseguire nei prossimi anni. Il mercato dei libri si poggia su una forbice fra denaro virtuale e denaro reale che è troppo alta per il tipo di prodotto e di «consumo» su cui si basa. Per ridurre la forbice gli strumenti ci sono. In cambio della promessa di denaro liquido gli editori devono essere pronti, almeno per un periodo di tempo, a garantire percentuali maggiori ai librai vendendo almeno una quota dei libri in conto assoluto. Niente resa, niente anticipo, niente debiti, almeno per una percentuale del movimentato. Vendere i libri al libraio direttamente in sell-out, che responsabilmente, ma a fronte di un guadagno maggiore, si carica per intero il rischio della vendita al cliente. Quelli bravi, già oggi – se solo gli è concesso un po’ più di respiro – non si fanno troppi problemi a usufruire di questa modalità. Serve più denaro liquido (e pagamenti meno dilazionati);e può essere ottenuto sia tramite la mediazione del distributore sia direttamente fra editore e libraio. Ma qui entriamo in questioni che hanno a che fare con la liberalizzazione definitiva del mercato librario.

Un altro mercato

Qualche tempo fa la mia promozione mi rigirava una mail di protesta di un libraio a cui avevano appena aperto un’altra libreria nello stesso quartiere. Questi si lamentava del fatto che la nuova libreria, al contrario della sua, non aveva il conto con Messaggerie e ordinava i libri direttamente dagli editori, con molta probabilità a percentuali per sé maggiori. Il suo messaggio e soprattutto il fatto che fosse stata rigirata a me è molto eloquente. Il libraio poneva espressamente la domanda: «Che vantaggio ho nell’avere il conto con Messaggerie se un’altra libreria può richiedere direttamente i libri?». Ed è abbastanza evidente che quella domanda, assolutamente legittima, il libraio la dovesse porre innanzitutto a se stesso, così com’è chiaro il messaggio implicito che la promozione mi stava mandando rigirandomi la mail, evitando al contempo di porsi la domanda che aveva proprio lì sotto al naso. Quella domanda in realtà scoperchiava un problema semplice che, come tutti sanno, ha già avuto delle conseguenze.

Molti librai, soprattutto di nuova apertura, hanno pensato che avere il conto con la distribuzione – anche per la crescita esponenziale di un grossista come Fastbook – non gli convenisse più, e mi pare importante che anche questo processo non venga e non debba essere contestato con le sole ragioni del cuore. Se lo fanno, insomma, un motivo ci sarà: si tratta pur sempre dei soldi necessari per continuare a fare il nostro lavoro. Si vede che da qualche tempo gli svantaggi di avere un conto con la distribuzione stanno superando i vantaggi, soprattutto se si parla di librerie indipendenti, in posti magari isolati, dove aprire una libreria significa sacrificare molto del proprio tempo in nome della passione.

Da quello che so, qualche tempo fa, per un editore avere un contratto di distribuzione comportava l’assoluta impossibilità di inviare i propri titoli nelle librerie prive di conto con Messaggerie; mentre ultimamente le maglie si sono inevitabilmente allargate, soprattutto se attorno non c’è nulla. Come molti di voi sapranno sono nate case editrici, come Atlantide, che hanno scelto per statuto di distribuire in modo autonomo i propri libri, lanciando un segnale importante al di fuori di astratte implicazioni morali, per ragioni anche squisitamente economiche e culturali che dovrebbero far riflettere a fondo. Se i librai sono andati in difficoltà e se alcuni editori hanno pensato che sarebbero andati in difficoltà, e da entrambi gli arti principali del sistema editoriale si stanno cercando in tutti i modi delle alternative, è segno che l’editoria indipendente, quella in assoluto più creativa, ha bisogno di poggiarsi su basi diverse.

La scelta di operare in conto deposito, o in conto assoluto, senza mediazioni creditizie, viene esattamente incontro ai problemi di cui sopra: la necessità di avere spazio e attenzione da parte dei librai, la necessità di avere più denaro liquido, l’uscita da un estratto conto a debito e dalle sue limitazioni e costrizioni, come la franchigia e il ricircolo, l’uscita da quella frenesia per la pubblicazione che impedisce di lavorare meglio e con più calma sui libri in lavorazione. Di fronte a tutto ciò non è più pensabile che gli editori siano costretti a scegliere fra librerie distribuite fra Messaggerie e altre librerie: devono essere assolutamente liberi di spedire i propri libri e gestire conti diretti con quelle librerie che scelgono di non operare con la distribuzione. E anzi, se si riuscisse, sarebbe il caso di organizzarsi ancora più a fondo, provando in tutti i modi a investire su una piattaforma digitale alternativa che aiuti gli editori e i librai indipendenti a gestire i propri conti, rendiconti, giacenze, fatture e pagamenti, in tutta autonomia: tutti servizi che la distribuzione garantisce ancora oggi in modo «logisticamente» ineccepibile.

Sì, perché va detto anche questo. La domanda di quel libraio di cui sopra oggi sta ancora in piedi perché la distribuzione offre un servizio telematico e una puntualità nei pagamenti che non ha ancora convinto la maggior parte degli editori ad abbandonare il contratto distributivo per dedicarsi a forme alternative come il conto diretto. Aprire un conto con Messaggerie, o con Ali, ha tuttora senso per i servizi che offre, perché la loro forza contrattuale permette di pagare puntualmente gli editori, ovviamente facendo leva su meccanismi che mettono in crisi in primo luogo i librai, poi gli altri, e infine, a ragionarci approfonditamente, persino loro stessi.

Ma se un mercato deve essere libero allora dovremmo poterci augurare anche una concorrenza battagliera. Alcuni strumenti, come il vecchio conto assoluto, cominciano a essere più convincenti ed è inevitabile che vengano ripresi e approfonditi. Altri strumenti non esistono ancora, come un portale di successo che aiuti a gestire i conti diretti, ma non credo che si potrà farne a meno a lungo. E se il libero mercato ha ancora un valore per chi lavora nel settore, allora non posso non chiedermi se la domanda di quel libraio non faccia riferimento a un mercato non esattamente liberalizzato, dove la libertà di distribuire dove voglio non dipende dall’efficienza del distributore, ma dalla sua forza in qualità di monopolio. Se avere una distribuzione proprio non conviene non c’è alcuna ragione per cui qualcuno dovrebbe usufruirne – un concetto che dovrebbe trovare d’accordo molte persone, qualunque siano le loro posizioni politiche.

Ora, alla luce di questo sistema, di queste storture, di questi interessi in conflitto, di queste tensioni, quanto è importante affidarsi allo Stato? O almeno quanto è importante affidarsi allo Stato non come regolatore, ma come erogatore di soldi e di altro debito? Certo, è chiaro, lampante, che lo Stato debba e possa fare di più in questo momento per venire incontro ai solchi creati da questi mesi di stop. È giustissimo fare delle richieste ed è persino ovvio che in un periodo di così forte recessione ci sia bisogno di investimenti dall’alto. Ma per far ripartire cosa, esattamente? Iniziative come lo sconto sui libri, un serio anti-trust, o tassare Amazon, o che so, per esempio mutui agevolati per permettere ai librai di acquistare le proprie mura, sono tutte cose molto importanti e che farebbero bene – così come centinaia di altre iniziative che ogni segmento della filiera riterrà importanti e che un piccolo editore come me non può riconoscere per sua ignoranza.

Ma che efficacia potrebbero avere in un sistema che impone già la direzione e la natura finanziaria del denaro? Perché per usare una metafora chiara a tutti – oggi che fra anti-europeisti ed europeisti sembra quasi si stia trovando una sintesi –il sistema distributivo altro non è che la nostra Europa, quella che non ha più senso portare avanti con le regole di ieri. Dove c’è debito e accentramento di capitale c’è sempre qualcuno, nella dinamica del mercato, che deve sacrificarsi, che si metterà nella posizione del debitore, mettendo in piedi una macchina che alla fine farà scontenti quasi tutti. La fatica, il portafogli vuoto, i contratti stiracchiati, le prestazioni occasionali, la schiena dei magazzinieri sottopagati e fra poco anche la voglia stessa di fare libri sono l’equivalente di uno stato sociale sacrificato in nome di logiche che di fatto non hanno funzionato per nessuno se non per pochissimi. Possiamo almeno iniziare a discuterne per bene?

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Emanuele Giammarco ha fondato nel 2015 Racconti edizioni, assieme a Stefano Friani.

Commenti
13 Commenti a “La crisi della crisi dell’editoria”
  1. Paola Ivaldi scrive:

    Interessante analisi della crisi della crisi. Ma non sarà che uno dei grossi problemi del settore sono le montagne di libri pubblicati a pagamento…?

  2. Giacomo scrive:

    Analisi interessante, oltre ad aumentare i margini sui libri venduti, sia per gli editori che per i librai, sarebbe ora di aumentare la platea di lettori con politiche culturali serie. Sarebbe in questo senso bello, che editori e librai costruissero insieme programmazioni valide ed entusiasmanti.

  3. Francesco scrive:

    W LA CRISI
    Che consente a lei di scrivere questa interessante riflessione e a me di leggerla.
    In più, la immagino giovane e quindi posso nutrire qualche speranza per il futuro!
    In genere, per l’esperienza di altri settori, il mercato libero fa morire i piccoli ma chissà non possa essere diverso.
    Mi sembra che in Francia e Germania esistano regole ferree riguardo la distribuzione: mi chiedo se lì il mercato funziona anche perché ci sono più lettori.

  4. Paolo Zardi scrive:

    Articolo di una chiarezza esemplare. Se fossi un editore, ripartirei da queste considerazioni.

  5. Da grande lettore e da persona attenta alle questioni editoriali, penso che una parte della colpa sia anche dei cosiddetti inserti culturali. Parlo di La lettura, Robinson, Tuttolibri, ma anche de Il Venerdì, Sette, Rivista Studio e via discorrendo, che recensiscono, criticano e citano sempre sempre sempre gli stessi nomi. Mai o quasi mai un po’ di coraggio, la voglia di recensire qualcosa di diverso e che magari afferisca ad una piccola casa editrice.

  6. Luciano Clerico scrive:

    La ringrazio per questa sua riflessione, di cui percepisco tutta la sincerità. E, aggiungerei, la competenza. Non sono un esperto di mercato, meno che mai di mercato editoriale. Mi ritengo però un lettore. E come tale mi piace pensare che, in tempi di crisi profonda, si possa (anzi, si debba) ripartire dalla qualità. La parola “qualità” è di per sé indefinibile, tuttavia sono convinto che un editore degno di questo nome sappia distinguere un libro di qualità da un libro/merce. Se ora di fronte alla crisi della crisi si deve trovare una ragione per continuare a operare (nel senso dell’editore), ecco, io ingenuamente credo che la qualità potrebbe essere il criterio da seguire. Perché un libro di qualità dovrebbe vendere meno di un libro/merce? Per questo credo che stiamo per entrare in un tempo in cui la competenza (a tutti i livelli) non sia solo auspicabile, ma necessaria. Grazie per la sua competente riflessione.

  7. Rosemary Liedl scrive:

    e se si correggesse la parola colpa con responsabilità? Cambia qualcosa?

  8. Gianmichele scrive:

    Ho letto l’articolo sbalordito da tanta precisone e comprensione del problema. Non posso che ringraziare l’autore e sperare che, appunto, in una sorta di nemesi felice, l’emergenza che stiamo affrontando possa veramente essere un’occasione per ripensare il nostro intero sistema socio economico cogliendo l’occasione per cambiare.

  9. Argo scrive:

    In Italia continuiamo a girarci attorno, ma il problema centrale è la mancanza di unità del settore (della classe) in una vertenza comune e forte. Avevamo fatto il punto traducendo la vertenza più avanzata dei francesi, ma invano: https://www.argonline.it/i-francesi-chiedono-un-massiccio-sostegno-al-settore-del-libro-e-noi/

  10. Argo scrive:

    Notata la mancanza di unità, l’analisi è tanto puntuale da risultare un breve saggio di formazione che vale (tanto, perciò è comunque prezioso) per i neofiti. In realtà sulla storia che ricostruisce, articolandola in modo diremmo esistenziale e diventando perciò stesso un exemplum che invera “Il debito del vivente” (Elettra Stimilli, Quodlibet, 2011), si è già scritto molto (il monopolio della distribuzione), si è già tentato molto (le varie imprese dei piccoli e medi) ma pone la questione come se si debba ripartire da zero.

  11. Claudio Coletta scrive:

    Grazie, mi ha aiutato molto a capire la via crucis delle rese e dei passaggi-volume fra librerie. Il nocciolo della questione sta nella “fisicità” del prodotto libro e nella difficoltà di conciliare vecchie regole di mercato – distribuzione con le nuove esigenze di velocità. Difficilmente un oggetto dotato di massa sfugge alla legge del distributore (un libro, così come una cassetta di arance) , ma forse si può fare di più, accoppiando le logiche del digitale a quelle del classico mercato e agevolando un rapporto diretto fra editore e venditore, riducendo l’IVA sui passaggi (stato intervieni!) e, laddove del distributore non si può fare a meno, agevolando i due estremi della catena, editori e librai indipendenti, in tutti i modi possibili. Ultimo pensiero: basta con gli sconti. Se compro un libro, voglio farlo con la tranquillità di non aver sbagliato posto, se mi rivolgo alla libreria indipendente sotto casa mia, o dove trovo chi mi sa consigliare. Grazie.

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  1. […] Questa crisi ha ragioni profonde e di difficilissima comprensione. Invito quindi a leggere l’articolo di Emanuele Giammarco di Racconti edizioni che spiega in modo puntuale, fra le altre cose, il funzionamento e […]

  2. […] La crisi della crisi dell’editoria (Emanuele Giammarco, Minima & Moralia, 04.04.2020) […]



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