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La crisi della taranta

ataranta1Questo articolo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo.

Fanno discutere le dimissioni di Sergio Blasi dalla «Notte della Taranta», cioè dal Consiglio di amministrazione dell’omonima Fondazione che ne governa le attività al culmine nel grande concerto del 22 agosto. Blasi rappresentava nel CdA la Regione Puglia, socio «di riferimento» in virtù dei cospicui fondi che essa impegna attingendo a risorse europee (quest’anno un milione di euro). Blasi, oggi consigliere regionale del Pd, è stato due volte sindaco di Melpignano, il piccolo comune della Grecìa salentina divenuto l’epicentro della tellurica e sonora estate pugliese.

Della Grecìa, dove ancora si parla il «Griko» che mescola neo-ellenico e leccese, fa parte anche Sternatia di cui è sindaco Massimo Manera, presidente della Fondazione. Da giovane e lungimirante amministratore, Blasi nel 1998 fu tra coloro – con gli studiosi Maurizio Agamennone, Gianfranco Salvatore e pochi altri – che dettero il la al recupero, alla valorizzazione e all’«aggiornamento» post-moderno dell’arcaico fenomeno popolare del tarantismo. In sintesi estrema, era il complesso rituale ovvero l’esorcismo femminile attraverso la danza ossessiva, analizzato nel dopoguerra dall’antropologo Ernesto De Martino in La terra del rimorso e altri saggi o inchieste sul campo del Sud «magico».

Insomma, la «Notte della Taranta» è una creatura di Blasi. Allora perché se ne va? «Backstage politicamente affollato» e oblio del cinquantenario della morte di De Martino, sono due dei motivi addotti. Il secondo appare più grave del primo (i politici si sono sempre pavoneggiati con la Taranta), considerando che lo spirito originario dell’iniziativa contemplava gli studi al fianco dei concerti. D’altronde a fine agosto il primo a dimettersi è stato l’antropologo Eugenio Imbriani, membro del comitato scientifico della Fondazione, denunciando il tradimento di quella genuina e feconda matrice culturale da parte della «Notte» divenuta sì una kermesse affollata da 200.000 spettatori, ma indifferente o insofferente alle critiche. I numeri trionfali non autorizzerebbero i distinguo, stando a una logica televisiva – e politica – che giudica solo in base all’«auditel».

Ecco il punto, di là dal polemico addio di Blasi. La Puglia negli ultimi anni ha cercato di diventare un brand, un marchio turistico servendosi in parte dell’impatto mediatico della Notte della Taranta. Al tempo stesso, questamission affidata ai comunicatori non lasciava spazio alle riflessioni sul passato, alle ricognizioni del presente e, da un certo punto in avanti, alle aspettative di cambiamento. Persino la Puglia degli intellettuali di sinistra, tradizionalmente «eretici» dall’école barisienne al «pensiero meridiano», ha smesso di esprimersi in preda a improvvisa afasia o, forse, per non disturbare il manovratore/governatore (Vendola). Il dissenso, incluso quello relativo all’enfasi posta sulla Taranta, ha assunto via via le forme innocue della parodia o dello ius murmurandi, il mugugno magari su Facebook.  Non ricordiamo, invece, un autentico dibattito sulle politiche culturali e tanto meno sulle culture politiche nella Macondo rossa e dionisiaca, nella Puglia dove la Taranta un paio di anni fa venne esportata persino a Taranto, con la speranza – fallace – che il ritmo potesse stemperare il dramma della città.

Ma la reticenza alla lunga non giova. Per esempio, l’eco internazionale della Notte della Taranta è innegabile, tuttavia i suoi benefici territoriali sollevano dubbi nel Salento che mostra sintomi di snaturamento, somigliando qua e là a una Ibiza tardiva. Mentre resta incredibile l’assenza di pubblico confronto sulla Puglia dei milioni di euro del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) affidati alle Fondazioni culturali, trasformate di fatto in «agenzie» e quindi ben poco indipendenti.

Perciò la crisi in atto nella Notte della Taranta è simbolicamente un frutto di «fine stagione», il portato di un capitolo politico che si chiude. Per il prossimo che dovesse aprirsi, facciamo gli esorcismi: «ballare coi ragni» non basta a cambiare davvero le cose.

Oscar Iarussi (Foggia, 1959) vive e lavora a Bari. Giornalista professionista, saggista, critico cinematografico e letterario, è nell’Ufficio del Caporedattore Centrale della “Gazzetta del Mezzogiorno”, di cui a lungo ha curato le pagine culturali e per cui tiene anche il blog “Tu non conosci il Sud”.
È nel comitato esperti della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Ha collaborato con festival a Montréal e a Edimburgo, è stato presidente della Apulia Film Commission, e ha ideato varie iniziative tra cui le rassegne multidisciplinari “Frontiere – La prima volta” e “Tu non conosci il Sud”.
Tra i suoi libri: “Andare per i luoghi del cinema” (il Mulino, 2017), “Ciak si Puglia, cinema di frontiera 1989-2012” (Laterza, 2013),  “Visioni americane. Il cinema “on the road” da John Ford a Spike Lee” (Adda, 2013), “C’era una volta il futuro. L’Italia della Dolce Vita” (il Mulino, 2011), “Psychoanalysis and Management: The Transformation” (con David Gutmann, Karnac Books, 2003). A lungo fra gli autori di “Belfagor”, scrive per le riviste “il Mulino”, “Lettera Internazionale”, “La Rivista del Cinematografo” e “Reset”.
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