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La critica musicale oggi: intervista a Rossano Lo Mele

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Photo by Annie Theby on Unsplash

Non se ne può più di sentir dire che scrivere di musica equivale a ballare di architettura. La celebre massima, che il popolo attribuisce a Frank Zappa mentre i più informati fanno risalire all’attore-musicista Martin Mull, è spesso la formula magica per chiudere un discorso teso a screditare chi, nonostante la crisi irreversibile della carta stampata e gli altri innumerevoli ostacoli, si ostina a praticare un’arte forse minore, magari anacronistica, ma pur sempre un’arte, la critica musicale. Non è il solo luogo comune: un altro molto abusato è quello per cui i critici musicali sono tutti musicisti falliti (anche se c’è chi, come Colapesce, un po’ ironicamente e un po’ no dice di essere un critico musicale fallito e di essere, per questo, diventato musicista).

Sono invece pochi – ed è un discorso soprattutto italiano – quelli che rispettano il ruolo che i critici musicali hanno (avuto) nell’educazione degli appassionati di pop e rock, forse immemori di quando loro stessi coccolavano la propria collezione di dischi con una tenerezza riservata a poche altre cose o quando attendevano con trepidazione che all’edicola in fondo alla strada arrivasse il nuovo numero della propria rivista di riferimento.

Rossano Lo Mele, una vita spesa tra musica scritta (attualmente dirige il mensile “Rumore”) e suonata (è il batterista dei Perturbazione), è l’interlocutore ideale per approfondire i vari aspetti che riguardano la critica musicale di oggi, specialmente alla luce del libro che ha appena pubblicato per minimum fax, Scrivere di musica, un po’ romanzo di formazione (musicale) e un po’ guida pratica per chi l’ardire di cimentarsi con il mestiere meno pagato del mondo.

Il libro parla della tua educazione sentimentale alla musica e alla scrittura, due passioni che, insieme, possono creare un messaggio di ineguagliabile potenza. Lester Bangs nella sua recensione di Horses scriveva: “Patti Smith ha semplicemente capito che per la letteratura era ora di darsi una mossa e per la musica era ora di cominciare ad avere un po’ di letterarietà e anche un po’ di influenza politica che non fossero finte”. Quando si percorre il confine tra musica suonata e musica scritta, tra letteratura e rock’n’roll, alla propria vita viene impressa una velocità nuova e alla propria visione del mondo un’impensabile apertura. In questo senso, il tuo libro può essere letto come una testimonianza della forza che la musica può trarre dalla scrittura e viceversa?

Per rispondere a questa domanda non posso che partire dalla mia formazione, che è umanistica. Io ho studiato e mi sono laureato in lettere moderne, ahimè vecchio ordinamento, specializzandomi in letteratura nordamericana. Dalla tarda adolescenza ricordo di aver avuto due sole passioni, che mi hanno accompagnato fino a oggi, senza interruzioni: la letteratura e la musica. Sono sempre andate di pari passo, avendo io trascorso gran parte della mia vita a leggere, scrivere, ascoltare e creare musica. Sono completamente d’accordo con il bel passo che segnali di Lester Bangs.

Tranne rari casi, il music writing mi è sempre sembrato uno spogliatoio maschile, quando ero ragazzo. Nozionismo, gergo, gara a chi ne sapeva di più. Senza che la forza della parola potesse risuonare nella scrittura, elevando la ‘scrittura musicale’. I pochi che lo facevano – penso su tutti al mio amato Marco De Dominicis, che oggi si dedica però ad altro – stavano all’incrocio di una serie di linguaggi che riuscivano a sprigionare tutta la potenza della musica di cui parlavano. Ecco, citando Roberto Cotroneo direi che – limitatamente a quest’ambito, ma non solo – ho sempre preferito la conoscenza alla competenza.

C’è una frase nel tuo libro che dice: “scrivere di musica senza passione è cosa senza senso”. È una frase che racchiude tutto lo stoicismo di quelli che ancora si ostinano a fare un mestiere che altrimenti sarebbe già scomparso?

Tutte le discipline artistiche costano una fatica immane. Pensa a cosa significa imparare a suonare uno strumento da zero. Farlo per tanto tempo, per bene, maneggiarlo con maestria. Si tratta di percorsi talmente difficili che se li attui senza passione che senso ha? In questo mestiere non esiste il concetto di scalata sociale o privilegio. O almeno non più. Non si guadagna. Non che non si guadagni molto, non si guadagna proprio. Quindi una dose inconcepibile di passione è obbligatoria. Poi certo, bisogna stare attenti a non scambiare la passione con la capacità, sono due cose diverse. La marea di persone che sono appassionate di musica e quindi pensano di. Di freak è pieno il mondo, e tanti abitano nel condominio del music writing. Quelli meno freak alla fine, secondo me, sono anche quelli che ci hanno lasciato i testi fondamentali. Eccezion fatta per Lester Bangs, Nick Kent e pochi altri.

Il critico musicale così come l’abbiamo sempre conosciuto, un po’ nerd, un po’ entomologo, ma per qualche strana ragione affascinante come poche altre figure giornalistiche, è oggi in discussione perché quella che stiamo vivendo è un’epoca di approssimazione, di imprecisione e di dilettantismo. Al lettore di oggi interessa ancora avere un giornalista di cui fidarsi? Ha ancora una qualche utilità la figura dell’esperto?

Al lettore di una certa età, diciamo over 50, interessa eccome avere la sua firma di riferimento. Nel libro parlo di Fred Dellar, leggendaria firma di “Mojo”, esperto di cose musicali se ne esiste uno. Chi altri sa oggi le cose che sa lui? Cose che non necessariamente stanno su google? E che quindi rappresentano un patrimonio perso. L’esperto può essere ammorbante, certo, però io credo che più che mai abbia una sua centralità oggi. Nel sapere mettere in relazione epoche, linguaggi, generi che vanno e ritornano.

Il fatto che l’opinione venga confusa con la recensione ormai – vedi il tripadvisor per prodotti culturali rappresentato da Amazon – non mi porta a dire che ormai si tratti di azioni a portata di tutti. Di recente Filippo La Porta ha scritto cose bellissime sulla persistenza del critico letterario su “La Repubblica”: lo cito nel libro e sono totalmente d’accordo con lui. Si tratta di figure magari pedanti, ma che illuminano un cammino che altrimenti nessuno vedrebbe, presi dal flusso del presente continuo, del qui e ora, di quello che funziona e dei like, della tirannia dei numeri.

Mi ha fatto molto sorridere un aneddoto che risale agli inizi della tua attività di recensore: dopo aver parlato in termini non lusinghieri di un disco degli Statuto, ti sei ritrovato tutta la band, in vespa, ad aspettarti sotto la radio per cui lavoravi per ‘chiarire’ di persona. E’ un episodio che rende l’idea del peso specifico che avevano le recensioni della carta stampata sulle sorti di un disco.

Le recensioni di un periodico di peso potevano distruggere o portare un disco al successo. Compromettere carriere. Oggi non è più così, almeno sulla carta. Perché poi invece un disco come Funeral degli Arcade Fire deve il suo successo a una testata on line come Pitchfork. Non so a quanti sia capitato qualcosa del genere. Io ho cominciato quando ero molto piccolo e avevo una certa intemperanza che poi inevitabilmente si è placata col passare degli anni.

All’epoca parlare male di un disco significava subire l’embargo delle case discografiche, cosa che a me personalmente è capitata con quasi tutte le multinazionali: gli insulti della Virgin dell’epoca, dove mi chiamavano Lo Meno, per dire. Parlando d’altro, Emmanuel Carrère ha detto: “Se uno dice cose che sa lo danneggeranno, vuol dire che ci crede, è sincero, e questo almeno va rispettato”. Per questo la maggior parte delle persone parla o parlava bene di tutto: così hai la sedia in conferenza stampa assicurata, oltre a ricevere automaticamente dischi, gadget, inviti, viaggi organizzati e flirtare con le ragazze degli uffici stampa. Residui di un passato, va detto, oggi quasi scomparso, vista la crisi del sistema.

Forse una critica che si può muovere al giornalismo musicale contemporaneo è la sua disillusione. Se pensiamo all’idealismo e all’esuberanza non solo del giornalismo rock degli anni Sessanta, ma anche a quello dell’epoca pre-internet, il giornalismo di oggi appare molto più triste. Se la critica musicale si intristisce vuol dire che è sul viale del tramonto?

La tua considerazione è sensata, ma non è forse oggi disillusa gran parte della musica giovanile? Prendi le ultime pagine di Retromania di Simon Reynolds, dove si parla proprio di quello, ormai già molti anni fa. Il futuro è scomparso dall’orizzonte delle nuove generazioni. L’esuberanza di quel giornalismo era una esuberanza anche musicale: Lester Bangs aveva di fronte Lou Reed e Iggy Pop. Il rap di oggi parla solo del presente, di un tempo che dura quanto le stories su Instagram, come dice la canzone di Annalisa. In quel mondo c’era un’idea di edificazione del futuro, della prospettiva, del cambiamento. La musica di oggi, bella o brutta che sia, parla perlopiù di mantenimento di uno status. Del resto tutte le star musicali oggi vanno in palestra, ieri meno. La critica si è forse immalinconita, ma avrebbe così tanti spunti per svolgere il suo ruolo anche oggi, invece di surfare sulla superficie dell’ovvio.

Un altro dei problemi della stampa specializzata di oggi è che, essendo acquistata soprattutto da 40-50enni, è portata a parlare della musica che piace ai 40-50enni, con il rischio di trascurare i nuovi fenomeni o, cosa ancora peggiore, di non accorgersene neanche. Come si esce da questo cortocircuito?

Problema evidentissimo, anche perché se non si sta attenti non si fa che stare appresso appunto ai gusti di quel pubblico. Qui mi sento però di fornirti due risposte: la prima riguarda il fatto che – nella mia esperienza – i migliori radar musicali che conosco sono persone che vanno oggi verso i 55-60 anni. Hanno immagazzinato così tanto e sono così tanto curiosi che sono davvero in grado di apprezzare e far emergere quanto di nuovo arriva dal mondo della musica. Hanno una esperienza tale, una storia, che sanno mettere tutto in prospettiva.

Sarò fortunato io, non lo so, ma poter collaborare con professionisti del genere fa sì che il rischio di sottovalutare materiale potenzialmente esplosivo e nuovo sia molto, molto basso. Ripeto, chi ha 50 anni e passa oggi non si eccita facilmente per un fenomeno fresco o presunto tale, ma è in grado di metterlo in scala come si deve. Cosa che naturalmente una persona molto più giovane non sa fare perché spesso non ne ha gli strumenti. L’altra parte della risposta è, concedimi, un po’ più amara: davvero per paura di blandirli dobbiamo bastonare coloro che reggono l’economia dello spettacolo e della cultura? Coloro che comprano libri, dischi, giornali, biglietti per il teatro, il cinema, festival, concerti e via dicendo? L’economia di settore è retta da gente di 20 anni che vive di Spotify, social media, voli, cibo e abbigliamento low cost? Se dipendessimo da questa generazione, saremmo morti: non per cattiveria, ma per potere di acquisto e abitudini di vita consolidate. Questa è una verità spiacevole e se vuoi iperbolica, ma è così.

Qualche mese fa abbiamo presentato in un cinema di Roma il libro che con “Rumore” abbiamo dedicato a Ennio Morricone e ai suoi lavori per così dire minori. A fine serata una donna dell’età della mia mamma – io ho 48 anni – è andata dall’autore per complimentarsi. E per dirgli che da 30 anni compra e legge la rivista. Questa è la gente, il ceto sociale, che regge gran parte del nostro settore. E come risposta noi dobbiamo punirli perché ascoltano i Joy Division ed Ennio Morricone?

Dal tuo privilegiato punto di vista di musicista, critico musicale e direttore di una rivista rock, come vedi oggi la cultura giovanile?

Io non posso minimamente dire di conoscere la cultura giovanile. Né voglio commettere l’errore di chi ha figli e quindi interpreta il mondo dei ragazzi secondo quella forma domestica di presunto sapere. Quello che vedo con i miei studenti – che perlopiù arrivano a me a 20 anni spaccati, primo o secondo anno di università – è che nel 90% dei casi tendono ad assorbire quello che gli gira intorno. Senza troppi filtri. Rap e trap, soprattutto di area milanese. Il vicinato dei social media ha contribuito al successo della musica locale. Roba cha ascoltano tutti e che quindi ascoltano anche loro, in un percorso di emulazione che però non mi sembra sostanzialmente diverso da quello di chi in giovane età ascoltava i Duran Duran prima, i Take That poi e i One Direction in seguito.

Tutto è ormai a disposizione, sempre, gratuitamente, lo sappiamo bene. La galassia del rap si è mangiata tutto, incluso quello spazio giovanile del rock che dai ’60 in poi si sarebbe immaginato immortale. Ma che comunque tornerà, appena ci sarà un minimo di ricambio generazionale in chi imbraccia una chitarra. Quindi la curiosità oggi si è ridotta, quella forma di ricerca clandestina che animava molti ragazzi un tempo. Ma eravamo una minoranza, e quelle minoranze resistono ancora oggi, sebbene in modo diverso. La proliferazione delle nicchie ha fatto sì che nascessero tanti fenomeni inimmaginabili fino a qualche anno fa: chi avrebbe mai ipotizzato che uno come il povero, giovanissimo Lil Peep avrebbe annodato musiche così diverse e antitetiche come il rap e l’emo?

Pierluigi Lucadei, marchigiano, è nato a San Benedetto del Tronto nel 1976. Giornalista, critico musicale e scrittore, collabora con «Il Mucchio Selvaggio», ilmascalzone.it e «Rivista Undici». Suoi racconti sono apparsi sulle riviste «Cadillac» e «Achab». Ha pubblicato «Ascolti d’autore» (Galaad, 2014) e «Letture d’autore» (Galaad, 2016).
Commenti
Un commento a “La critica musicale oggi: intervista a Rossano Lo Mele”
  1. Sobieski scrive:

    Che la critica musicale sia un’arte è piuttosto opinabile. Punto uno: l’arte per essere tale deve sucitare delle emozioni, e la critica musicale personalmente non ne crea e mi piacerebbe sapere quanti potrebbero sostenere il contrario. Punto due: la critica musicale senza la musica non esisterebbe, la musica potrebbe fare tranquillamente a meno della critica musicale. Punto tre: dubito che qualsiasi musicista degno di questo nome scambierebbe la propria carriera con quella di un critico musicale… ma quanti critici farebbero carte false per diventare musicisti di successo?

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