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La cronaca è meglio della storia

Riprendiamo il commento di Annalisa Villa, rappresentante degli studenti del Liceo Mamiani di Roma, uscito su Gli Asini, sullo “sciopero generale transnazionale” del 14 novembre. Con un corsivo di Nicola Ruganti

C’è un’Italia che si allea con l’Europa della crisi e dell’esasperazione. Le grandi città si parlano e un gran numero di ragazzi che ci abitano sono in grado di rispondere alla domanda “cosa sta succedendo?”. Che il paese non fosse amalgamato e che le fratture fossero generazionali ce ne eravamo accorti. Quello che sta emergendo è anche una spaccatura trasversale interna ai blocchi generazionali, se si ripercorrono all’indietro i passaggi delle battaglie degli studenti da oggi fino al 2008 allontanandosi dalle grandi città si assiste a una diminuzione dei livelli di consapevolezza. Mentre le ragioni della rabbia giovane trovano ogni giorno un motivo in più per essere manifestate, l’Italia che non è cosmopolita, quella delle città-paesone, si sta perdendo e gli studenti perdono il contatto con il “centro”. Le cose stanno accadendo, ma non possono essere ripetute a macchinetta nelle grandi città e nelle piccole come iniziative clonate. Gli studenti oggi sono smaliziati e quindi non abboccano alle ricette precotte, ma se si aggiunge che spesso in provincia si è anche inconsapevoli allora il rischio è che non ci sia la massa critica necessaria a elaborare quella che attualmente è la terza via della protesta: quella che ha matrice culturale nel tentativo di vedere all’opera una visione anarchica al servizio di una prassi socialdemocratica. Dire “lotta” nelle grandi città, insieme a molti ragazzi, ha fortunatamente perso l’allure inquinante dei centri sociali e già da un po’ la retorica sessantottina (e seguenti) o dei sindacalisti più incazzati. Avere la possibilità per le assemblee studentesche della maggior parte delle città italiane di discutere e confrontarsi con un approccio cosmopolita è vitale per due motivi: sia perché non è un film già visto e sia perché non ci possiamo permettere di staccare il filo tra centro e periferia di un paese già vistosamente in pezzi.

La scuola pubblica ha funzionato da semenzaio per il lavoro culturale, ma questa situazione non è che la conferma di un esaurimento definitivo della capacità di tenere insieme le diverse realtà del paese, i canali dello scambio intellettuale devono essere e già sono altri, ed è un pensiero condiviso il fatto che non basta la rete da sola che deve essere rafforzata dallo scambio e dall’incontro fisico. Nessuna esaltazione della grande città solo una constatazione da non sottovalutare, crescere con la testa e il cuore in subbuglio dà oggi qualche strumento in più per capire qualcosa in un presente multitasking. Perdere il tempo della curiosità e della lotta oggi è un male grave, la ricostruzione storica di questo passato prossimo sarà sempre più difficile: meglio seguirle e sceglierle in diretta le mille voci mescolate. Le fonti dirette sono il modo per orientarsi in una prospettiva con troppe vie di fuga. La cronaca è meglio della storia… è meglio esserci. (Nicola Ruganti)

di Annalisa Villa

Ieri è stata una giornata di protesta transnazionale. La mobilitazione è dilagata in 87 città italiane e in numerosissime città spagnole, greche e portoghesi.

A Roma soltanto noi studenti dei licei eravamo 50mila. Abbiamo dimostrato la forza di una rabbia che nasce dal basso e che si concretizza in cortei del tutto autorganizzati, senza la ricerca di sponsor o fondi partitici per finanziarsi. Unendoci poi al corteo degli universitari, rifiutando invece l’adesione alla protesta di sindacati, che non ci rappresentano, abbiamo ribadito, oltre alla nostra pratica, la condivisione della protesta e tutti i suoi contenuti. Siamo arrabbiati per uno smantellamento della scuola statale sempre più concreto (attraverso l’imminente approvazione della DDL 953 ex Aprea), per un futuro che ci si preannuncia di precariato, per un governo fortemente politico (e non tecnico!) che continua a farci rimanere inascoltati. Ieri abbiamo urlato ai giornalisti di dire la verità su quello che stava succedendo. Ancora una volta il centro nella nostra città era blindato e di nuovo ci è stato impedito di andare a manifestare il nostro dissenso sotto quei palazzi che detengono le responsabilità del nostro malessere. Ci hanno fatto allungare il percorso, ci hanno arbitrariamente bloccati sul lungotevere e ci hanno caricato senza pietà. Non contenti tre blindati della polizia hanno letteralmente inseguito, per oltre 1 Km, i manifestanti che avevano attraversato il ponte e cercavano, ormai lontani dal proprio obbiettivo, di scappare. Ieri la risposta dello stato è stata la violenza.

Il dato politico forte, a mio parere, è stato ancora una volta il tentativo di isolamento fino allo sfinimento della protesta e l’obbiettivo di ridurre al minimo l’opposizione sociale con la repressione. Ieri noi eravamo determinati: con le nostre urla e con i nostri numeri, sapendo che possiamo davvero determinare passaggi sociali e politici, li abbiamo spaventati, per questo hanno deciso di far scoppiare il panico. I giornali parlano ancora di black bloc, di infiltrati, di violenza insensata di piazza oppure se cercano di difenderci ci dipingono come ragazzini allegri e indifesi che volevano solo sfilare per le vie di Roma, magari canticchiando canzoncine freak da un carretto. Noi non siamo niente di tutto questo. Gli infiltrati non c’erano, non siamo criminali non possiamo essere ridotti a un semplice “problema di ordine pubblico”. Inoltre non crediamo più che un corteo-sfilata possa risolvere la situazione, non siamo allegri e non siamo neanche così indifesi. Ci difendiamo perché è sempre più necessario farlo; perché senza un casco rischi di fartela spaccare a manganellate, la testa.

Alle dichiarazioni di ministri e pseudo-politici comici neanche è necessario rispondere. Non cerchiamo il loro appoggio, tanto meno la loro compassione.

È necessario invece portare la nostra solidarietà a tutti gli arrestati e le arrestate di ieri, capri espiatori di una violenza venuta dall’alto, non da noi.

I nostri cortei si introducono in un percorso di opposizione e conflitto sociale costante, di controcultura e riappropriazione diretta di spazi e saperi. Proprio per questo il corteo di ieri non sarà la fine di niente, sarà infatti solo l’inizio di un percorso di autogestione e occupazione di scuole e facoltà, di sensibilizzazione e di ribellione.

È fondamentale, quindi a mio parere, insistere sui contenuti e far capire a tutti che noi non siamo “un problema di ordine pubblico”, che il vero problema sono quelli che non alzano la testa e accettano i sacrifici della crisi, infiocchettati dalla decenza di un governo “di professori”, come “male minore”.

Commenti
4 Commenti a “La cronaca è meglio della storia”
  1. Enrico Marsili scrive:

    Sono senza parole. La studentessa Villa parla come un liderino degli anni `70 di quelli che gia` Rocco e Antonia sputtanavano 40 anni fa, il corsivo del Sig. Ruganti contiene le stesse banalita`, ma dete con un linguaggio da semenzaio culturale. In tutti e due i casi il valore informativo e` circa zero.

    Non sarebbe meglio se gli studenti pensassero a studiare, in vece di prestare il fianco (o qualcos`altro) a queste cavolate?

    Penso sia piu` rivoluzionario studiare e andare bene a scuola IN CIO` CHE PIACE, piuttosto che continuare in queste elaborazioni che non elaborano nulla, al massimo il lutto per la scomparsa della cultura in Italia.
    Piuttosto che consigliare ai miei figli il Mamiani (o il Tasso, il Virgilio, etc). gli consiglio di imbarcarsi come marinai a 16 anni, almeo imparano un mestiere e conoscono genti diverse.

    Un ex-Tasso ormai cresciuto.

  2. Marcello scrive:

    Caro Enrico,

    stavamo in classe assieme, al Tasso, e pensavi le stesse cose di oggi…

  3. Enrico Marsili scrive:

    Bella Marce`. All` epoca ero piu` facile da convincere. Poi si cresce. Ci si vede a Roma Natale, quando arriviamo tutti e 5?

  4. giuseppe scrive:

    Torniamo a studiare la storia per avere strumenti critici per capire meglio la cronaca. L’italia attuale è un paese immerso in un eterno presente, cioè tesa ad analizzare, vivisezionare, a volte troppo unilateralmente, la cronaca. Il che impedisce di analizzare ad ampio spettro la realtà per modificarla in meglio perché – come affermava il poeta astigiano Vittorio Alfieri – il pensiero è in parte azione, nel senso che l’atto del pensare non è uno sterile esercizio ma un formidabile mezzo per tradurre un’idea in fatti concreti. Ma, al di là delle enunciazioni teoriche e della voglia matta di salire sul cadreghino, quanti hanno effettivamente la consapevolezza e il coraggio di rinnovare l’aria putrida che vi alita in ogni ganglo della società?

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