CARTOLINA_16164_31892

La cura. Un estratto da “Tutta la colpa”

È uscito per l’Erudita, un marchio di Giulio Perrone, il romanzo Tutta la colpa. Qui c’è il sito dedicato al libro.

di Alessandro D’Andrea

Fuori la stazione era buio, cercò un taxi che lo lasciò davanti la clinica. «Cosa ti è saltato in mente?», gli disse l’infermiera aprendo il cancello «Vieni dentro: sta piovendo a dirotto». In camera Antonio si stava preparando per la notte e vedendolo gli sorrise domandando dov’era stato. Al mattino gli fu detto che era atteso per un colloquio con la dottoressa Brigida Ladimantu.

«Glie l’ho detto dottoressa, volevo solo respirare un po’».
«Dove sei stato?».
«A Roma, gli odori della città, volevo…».
«Hai incontrato qualcuno?».
«No, ho osservato: le persone, le strade, mi sono sentito libero, sa cosa significa?». «Ci siamo tutti allarmati, i tuoi genitori sono molto preoccupati».
«Lo so, ecco perché sono tornato».
«Bartolo non so se ti sono chiare le ragioni della tua permanenza in questa struttura: conducevi un’esistenza senza alcuna regola facendo abuso di sostanze nocive e illegali».
«Sì, lo so Dottoressa, ma avevo bisogno di una pausa».
«Tuo padre è un imprenditore molto stimato e tu sei il suo unico erede e dovrai prendere il suo posto, quando sarà il momento, come amministratore unico di una società che conta più di trecento dipendenti».
«Sono stato via soltanto qualche giorno…».
«Stammi un momento a sentire: tra qualche anno, come ho detto, avrai la responsabilità di molte famiglie e so che tuo padre ha in programma di aprire nuovi centri in diverse regioni. Per portare avanti un’impresa del genere occorre una persona seria che abbia delle regole, dedizione al lavoro, spirito di sacrificio…».
«Dottoressa: tutte queste cose le so. Ho preso economia all’università, volevo prendere lettere ma ho ascoltato i consigli di mio padre per affiancarlo, alla fine del corso di studi, a capo della società».
«Se avevi intenzione di fare questo non dovevi perdere tempo e intelletto assumendo tutte le sostanze illegali che assumevi come tu stesso hai ammesso. I tuoi genitori erano molto preoccupati per la tua condotta in vista del tuo futuro e ci hanno chiesto di occuparci di te per disintossicarti e fornirti indicazioni e regole che forse loro, negli ultimi anni, non sono stati in grado di offrirti per via degli impegni di lavoro».
«Adesso sono tornato».
«E che vuoi fare?».
«Sono qui per rimanere, mi sono preso una vacanza, ecco tutto, volevo ricaricarmi, ora mi sento pronto per completare il percorso terapeutico».
«Stasera devi chiamare i tuoi».
«Li chiamerò».
«Sai che non potrai più andare in permesso?».
«Naturalmente».
«E devi ricominciare a prendere la terapia indispensabile mentre disabitui il tuo organismo ancora assuefatto alle sostanze». «Va bene».

Andò a gettare via le pasticche che teneva sotto la lingua e si recò nella sala comune dove l’insegnante di danza stava dicendo a tutti di alzare le braccia e muovere le gambe a ritmo della musica di sottofondo. Bartolo si scusò del ritardo dicendo di essere stato impegnato nel colloquio; era pensieroso e talmente nauseato delle parole pronunciate poco prima dalla dottoressa Ladimantu che non si sentì neanche male a eseguire quei movimenti senza senso alcuno: «Adesso passiamo tutti sotto le sedie», stava dicendo l’insegnante e Bartolo si mise ventre a terra per passare sotto una sedia «yu-hu! Avanti con quelle mani! Così bravi!».

Dopo il pranzo, in giardino, Ivana gli disse che molte volte anche a lei era venuto in mente di fuggire ma non sapendo dove andare aveva sempre rinunciato a mettere in atto il piano di fuga, Bartolo era sempre molto cupo e preoccupato, pensava che tra pochi giorni i suoi genitori sarebbero stati assassinati e temeva di non essere in grado di reggere il peso di un omicidio. Il pomeriggio c’era la lezione di disegno poi la cena: «Bartolo devi chiamare a casa», e alle 20.00 Bartolo si mise in attesa per telefonare.

«Pronto mamma?».
«Bartolo come stai? Ci hai fatto preoccupare moltissimo, dove sei stato, perché sei fuggito? Pronto mi senti?».
«Sì mamma sono qui. Ho già avuto modo di spiegare mille volte che ho solo voluto staccare la spina per pochi giorni, non dovete preoccuparvi».
«Non vuoi proprio capire che è per il tuo futuro che sei lì dentro? Dimmi come stai. Papà voleva chiamare la polizia. Ero disperata».
«Adesso sto bene, davvero».
«Ho pianto, non sai quanto».
«Sono tornato in clinica, non piangere più per me e comunque non dirmelo!».
«Calmati, per favore, ho avuto il terrore che tu potessi metterti in qualche guaio, ma non ci pensi che ho un figlio soltanto? A volte mi capita di pensare che sei la mia unica ragione di vita, credimi; non mi devi far prendere queste paure».
Dopo poco si salutarono e gli fu detto di andare in camera per la notte: le parole della madre lo avevano ferito.
«Com’è andato il tuo nuovo primo giorno?», chiese Antonio.
«Mi devi scusare, Antonio, ma non ho voglia di parlare».

Si infilò nel letto in preda a pensieri nefasti seguendo con lo sguardo il perimetro dei quadrati sul soffitto; la luce della sera filtrava appena e Bartolo stava pensando di aver dato le chiavi di casa a una coppia di assassini, non riuscì a prendere sonno e cominciò a essere pervaso dai rimorsi…
Il giorno dopo rimase in silenzio quasi tutto il giorno, mi sento male, ripensò alla telefonata con sua madre, fece la lezione di decoupage, pranzò e sedette in disparte nel giardino a riflettere sul fatto che si era messo in un grosso guaio, aveva stabilito, da lì a poco, la morte dei suoi genitori; Ivana si avvicinò e gli chiese se andava tutto bene: «Senti, ho bisogno di stare solo, veramente…», quello era uno dei giorni in cui dopo pranzo si andava col pulmino in centro città, Bartolo non prese niente al bancone e rimase al fianco dell’infermiere che vedendolo abbattuto gli domandò come si sentisse: «Ho solo un po’ di stanchezza, è tutto a posto». Al ritorno c’era il cineforum con un film imbarazzante seguito dal dibattito a cui non partecipò: «Come stai?». Dopo la cena Bartolo gettò le compresse nel lavandino.

Per tutta la settimana Bartolo non dormì bene e ormai pensava sempre al fatto di aver combinato una cosa terribile e che un omicidio era una tragedia impossibile da sopportare: quale vita potrò mai fare avendo la responsabilità della morte dei miei genitori, di mia madre? Pensò di aver agito impulsivamente, pensava alla madre come a una persona da proteggere e cominciò a sentirsi ossessionato ogni minuto dall’idea di essere l’artefice della sua morte, che cosa terribile! Era preda di angosce che cercava in tutti i modi di dissimulare con gli ospiti della clinica ma soprattutto con la dottoressa Ladimantu finché un giorno evitò quasi di respirare fino a sera quando fu il primo a telefonare:

«Pronto Cesare?».
«Ciao! Dove sei?».
«Sono tornato in clinica, senti…».
«Ma non mi avevi detto…».
«Mi devi stare a sentire adesso, avevo le mie buone ragioni per tornare qui, ti devo dire…».
«Ma cos’hai? Ti sento agitato, mi avevi raccontato la storia di te che volevi fare il pusher, che ti è successo?».
«Un guaio, è successo un guaio. Cerca di non farmi domande: devi tornare il prima passibile a parlare con Pustola».
«Per dirgli cosa?».
«Avevo preso degli accordi con lui e con dei suoi amici, gli devi dire che non devono fare niente il prossimo 20 dicembre, capito?».
«Quando? Ma perché?».
«Il 20 dicembre, è importante, gli devi dire di non fare niente e digli anche che io pagherò la somma che gli devo appena ne avrò la possibilità; devi andarci il prima possibile per favore. E’ tutto chiaro? Ti chiamerò tra qualche giorno».
«Va bene, non ho capito in che casino ti sei messo ma andrò comunque a parlare con Pustola e gli riferirò di non fare niente».
«Cesare ti ripeto che è una cosa molto importante quella che ti sto chiedendo».
«D’accordo, ci andrò domani».

Poco tempo dopo Cesare lo rassicurò riferendogli che, come d’accordo, era passato alle case nere ma Pustola aveva detto che in ogni caso lui doveva pagare la somma pattuita al ché Bartolo riuscì finalmente a rasserenarsi e pensò che naturalmente avrebbe saldato il suo debito quando avesse cominciato a lavorare.

Un venerdì fu chiamato a colloquio con la dottoressa Ladimantu.
«Senti Bartolo dagli ultimi esami effettuati risulta che tu non prendi le medicine che ti prescrivo».
«Ma come è possibile?».
«Ormai, dopo cinque mesi, dovresti avere alcuni valori molto più alti di quelli rilevati».
«È inspiegabile, dottoressa le assicuro che io…».
«Comunque, per affrancarci da ogni ragionevole dubbio, da stasera invece delle pasticche prenderai le gocce dello stesso farmaco che l’infermiere si curerà di accertare che tu effettivamente assumerai».
«Faccia come crede».
«Bartolo, forse non sai che gli psicofarmaci ti aiutano a stare qui dentro, facilitano il tuo percorso terapeutico, è possibile che non capisci che ne hai bisogno? Se avessi preso la terapia probabilmente non saresti fuggito e adesso saresti sicuramente avanti nel tuo percorso di guarigione, di redenzione potremmo dire».
«Faccia come crede».
Solo tre giorni dopo le contromisure adottate dalla dottoressa Brigida Ladimantu stavano dando buoni risultati: le medicine servono in certi frangenti, in certi posti. Bartolo che fino a pochi giorni prima aveva lamentato l’assoluta perdita del concetto di dignità, ora non aveva più nulla di cui preoccuparsi: alzava senza alcun pensiero le mani secondo i movimenti imposti dall’insegnante di danza, disegnava con naturalezza i pupazzi durante la lezione di disegno, incollava ritagli di carta e faceva tutto quello che tutti, giovani uomini e donne dai 18 ai 36 anni, facevano senza pensieri, senza sentirsi minimamente umiliati.
Solo tre giorni prima Bartolo era arrivato a capire, e aveva impiegato del tempo a riflettere sulla questione, che luoghi come quello in cui si trovava erano dispensatori di benessere e tanta felicità per chi rimaneva al di fuori e a tal proposito era propenso a credere che ampi settori della società si reggevano sugli eccessi compiuti in posti come quella clinica e aveva addirittura fantasticato di recarsi, una volta finita la sua permanenza, fuori dal cancello di quella o di altre cliniche sparse nel territorio nazionale per intimare a coloro che si trovavano a passare di chinare la testa in segno del profondo rispetto e dell’immensa vergogna che avrebbero dovuto provare per il resto della loro vita di merda; ma tutti questi erano pensieri che esistevano fino al momento in cui mandò giù tante gocce di Halod e Zomilax davanti un infermiere nazista che obbedendo agli ordini si accertava diligentemente che lui mandasse giù tutte quante le gocce; adesso chi si sarebbe occupato della sua dignità? Sentiva di avere i movimenti rallentati, perdeva fili di bava, non riusciva a scandire le parole o a fare un discorso poco più che molto semplice: fai un disegno, muovi le braccia, percuoti un tamburello, come stai e se vuoi puoi anche scoparti quel cesso di Ivana Pironi di nascosto in bagno, soffia nel flauto, incolla la carta, niente caffè, fai la doccia, fai colloqui, come stai, dai… va bene, va tutto estremamente bene anche se vorrei morire adesso, davvero.

Il 21 dicembre Bartolo chiamò a casa:
«Oh, è bello sentirti!».
«Com’è andata la prima al Teatro Centrale ieri sera?».
«Tutto bene, poi siamo andati a cena, tutto a posto, senti: allora tra pochi giorni, subito dopo Natale ti veniamo a trovare, sei contento, come va?».
«Va bene, va tutto estremamente bene». La signora Beatrice Cimino andò biondissima incontro a Bartolo baciandolo calorosamente su entrambe le guance e abbracciando quasi a stritolare il suo figlio unico; anche il dottor Arturo Maurizi volle stringere Bartolo in un abbraccio comunque più composto di quello della moglie, che stai facendo, dimmi come stai, abbiamo saputo che hai cominciato a prendere le medicine e siamo molto contenti, io invece no. I coniugi Maurizi si trattennero un paio di giorni nella clinica alloggiando, come era consuetudine, in una delle camere messe a disposizione dei parenti; fu accordato a Bartolo il permesso di recarsi in loro compagnia presso un ristorante stellato che aveva le tovaglie in carta di riso dove mangiò tre enormi ravioli al bacon speziato e topinambur seguiti da un trionfo di castagne vallesi su una mousse di barbabietole e maialino selvatico, secondo i più rigidi dettami della cucina molecolare, concludendo il tutto con un gelato luminescente senza quasi mai alzare lo sguardo sui suoi genitori che quando andarono via lo lasciarono a fare la sua vita ottusa, ovattata e sempre maledettamente uguale per i successivi sette mesi in cui preferì oppure si trovò a sospendere il pensiero in una sorta di limbo esistenziale tra le lezioni giornaliere e i momenti liberi passati a parlare dell’assoluto nulla con gli ospiti della struttura fino al completamento del percorso terapeutico, una mattina, quando proprio tutti i pazienti della clinica fecero un grande disegno su cartoncino per lui e scrissero i nomi con le penne profumate e il dottor Arturo Maurizi accompagnato dalla signora Beatrice, dopo aver firmato le carte, attese che Bartolo, che negli ultimi tempi era ingrassato trenta chili, si presentasse nel cortile della struttura per aiutarlo a caricare il bagaglio sulla monovolume con la scritta Cammino della Luce che li condusse alla stazione di Locarno dove presero posto in classe business sul treno delle 15.30 per Roma e quando finalmente giunsero in casa Bartolo stentò a riconoscere quella che era la sua camera dalle pareti immacolate.

Commenti
3 Commenti a “La cura. Un estratto da “Tutta la colpa””
  1. Antonio Soncina scrive:

    “Fuori la stazione era buio, cercò un taxi che lo lasciò davanti la clinica. «Cosa ti è saltato in mente?», gli disse l’infermiera aprendo il cancello «Vieni dentro: sta piovendo a dirotto».”

    Basta leggere queste poche righe per chiudere l’articolo, se questo è l’estratto migliore.

  2. G scrive:

    Che risate.

  3. Se vi interessa ‘Tutta la colpa’ potete leggere il libro, se prima desiderate avere un’idea più esaustiva potete anche guardare un video che trovate sul sito indicato (oppure su: https://www.youtube.com/watch?v=KliHhrEXsnc), se poi vi interessa parlare bene o male di ‘Tutta la colpa’ fatelo dove vi pare: sarò lieto di rispondervi – comunque i miei recapiti si trovano on line.

    (senza contare il fatto che un brano totalmente distinto dal contesto di ‘Tutta la colpa’ potrebbe non restituire – non restituisce – appieno parametri, eventuali significati e scelte stilistiche proprie del libro in questione)
    ciao!

Aggiungi un commento