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La dannosa fuffa delle competenze

di Christian Raimo

Quando si parla del mondo del lavoro e del mondo della scuola sembra sempre che si parli di due questioni totalmente distinte. E invece, nell’Italia con il Pil che crolla, nel mare magnum delle fugacissime questioni estive, ci sono un paio di notizie che si accoppiano per farci capire come dobbiamo immaginarci il futuro prossimo.

La prima è la disfida modello western tra Fiom e Fiat, simboleggiata al meglio dal duello in pieno sole tra Marchionne e Landini: il contenzioso nello specifico è la sentenza della Cassazione che obbligherebbe la Fiat a dare spazio ai delegati della Fiom, mobbizzati e licenziati senza nemmeno quegli ultimi scrupoli che sono gli articoli della Costituzione. Dalla parte di Marchionne stanno quelli che invocano un modello d’industria nuovo, senza i laccioli di un sindacato-reliquia. Dalla parte di Landini i difensori di diritti lesi da una globalizzazione che è tale solo nella deregulation.

La seconda è che il concorso per docenti che ha coinvolto milioni di persone in Italia sta volgendo al termine: entro l’estate ci saranno i vincitori. Da una parte, anche qui, c’erano gli oppositori del concorso pensato ancora una volta una tantum, dall’altra – ex ministro Francesco Profumo in testa – coloro che hanno millantato questo concorso come l’inizio di un rinnovamento della scuola, con l’assoldamento di nuovi insegnanti 2.0 armati di tablet e di una cultura didattica à la page.

Ma cos’hanno in comune la Fiom e il concorsone? C’è uno strano spettro che aleggia su entrambi. Quello di un concetto-mondo che fluttua nel linguaggio aziendale e nel linguaggio della scuola. Chi per esempio ha preparato l’orale del concorso in questa mezza estate l’ha dovuto ruminare fino all’assorbimento osmotico: stiamo parlando delle famigerate “competenze”. Una parola stravincente di una neo-lingua ibrida. Le competenze: la scuola del futuro sarà una scuola delle competenze; questa scuola del futuro preparerà una società del futuro basata anche questa sulle competenze. I tre operai della Fiat sospesi forse non lo sapevano, voi: sappiatelo.

Non si tratta di un restyling meramente linguistico, ma di un concetto che evoca un progetto di formazione abbastanza nuovo. La sua elaborazione compiuta per la scuola può essere datata al 2010 quando le Indicazioni Nazionali (che sarebbero il modo in cui sono stati riorganizzati i programmi scolastici) si sono adattate a una poco visibile rivoluzione teorica partita dagli anni Novanta che ripensava il mondo in cui viviamo alla luce di una fantomatica “società della conoscenza”.

Chi è stato a voler ripensare il mondo? Beh, parliamo soprattutto dell’Unione europea e altri organismi internazionali tipo l’Ocse, secondo i quali esiste un presupposto che dovremmo dare per scontato nell’educazione del futuro: se si migliora la qualità del servizio d’istruzione, si offrono ai cittadini le condizioni per “la costruzione di una vita realizzata” e per “il buon funzionamento della società”.

Il punto di partenza è stato il progetto DeSeCo (“Definition and Selection of Competencies”), da cui sono man mano scaturiti fior di documenti fino ad arrivare alla Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio, datata 2006, dove si definiscono quali sono le competenze di base che servirebbero in questa nuova società. Sono nello specifico otto: 1) comunicazione nella madrelingua, 2) comunicazione nelle lingue straniere, 3) competenza matematica e competenze di base in scienza e tecnologia, 4) competenza digitale, 5) imparare ad imparare, 6) competenze sociali e civiche, 7) spirito di iniziativa e imprenditorialità, 8) consapevolezza ed espressione culturale.

Ecco qui, i requisiti che un bel cittadino europeo 2020 – per esempio i vostri figli, oppure voi (dato che siamo tutti coinvolti in processi di life-long learning come si dice) – dovrebbe possedere (Se ne volete sapere di più, la loro formulazione più precisa la potete trovare in libro-menhir, una specie di manuale di un nuovo ordine mondiale della “conoscenza” del 2003, edito da FrancoAngeli a firma di questi due grandi teorici delle competenze, D.S. Ryken e L.H. Salganik, che s’intitola Agire le competenze chiave. Scenari e strategie per il benessere consapevole. Sì, il titolo echeggia un po’ Scientology, ma che volete che sia). Prima di provare a capire cosa sono queste benedette competenze, possiamo già concordare a naso su una sensazione: la mancanza in questo microelenco di qualsiasi traccia di – come lo vogliamo chiamare? – sapere critico, né da un punto di vista della conoscenza, né da un punto di vista politico…

Il buon funzionamento della società non deve educare cittadini che mettano in crisi la società stessa? Questa potrebbe essere un’ingenua domanda.  A cosa serve la scuola? A adattarsi al mondo così com’è, o a ripensarlo da capo a piedi?

E simili questioni se le pone un saggio illuminante di Edoardo Greblo – contenuto nel numero appena uscito (un numero monografico sulla scuola) di Aut aut – intitolato La fabbrica delle competenze. Per Greblo la conclusione è semplice: si educa alle competenze per avere lavoratori flessibili, adattabili a un mercato del lavoro sregolato e precario. Si educa l’individuo perché sia capace di sopravvivere nella giungla di un mercato feroce e deregolato, facendo di lui un possessore di competenze frammentarie e intercambiabili, più che una persona (come era pensato nella pedagogia deweyana che ha informato il Novecento e la nostra Costituzione, compromesso di cattolicesimo e socialismo).

Leggi il resto qui.
Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
12 Commenti a “La dannosa fuffa delle competenze”
  1. luca scrive:

    Io ho la sensazione che mettere davanti o troppo in mezzo l’esigenza di educare cittadini ‘politici’ e non una politica educativa mirata a rendere gli individui esseri pensanti indipendenti, sia un po’ il classico contrasto tra marxismo (e teorie affini) e ‘sviluppo dell’individuo’. Se per te sapere critico è sinonimo di messa in crisi della società, ripensandola, e comunque alimentando conflittualità, per chi lavora (nel territorio e nell’educazione in toto) sulla cittadinanza attiva, l’obiettivo è la libertà di pensiero e non l’accordo; anche partendo da un adattamento allo status quo, che per un giovane significa conoscere la propria società, accettarla e partire da lì. Insomma, significa il diritto a tentare di realizzare se stesso in qualunque contesto ci si trovi. Il diritto a mettere i piedi sul terreno e non su una pila di teorizzazioni rivoluzionarie.
    Anche se sono d’accordo sui limiti di una classificazione rigida delle competenze (in inglese, skills, suona meno tecnicistico), è vero che la scuola e l’educazione in genere hanno bisogno e sempre ce l’avranno di misurare il loro grado di efficienza nel raggiungere gli obiettivi. Non si può prescindere da questo. Anche tu, se cambiassi la scuola a tua immagine e somiglianza, vorresti che raggiungesse gli obiettivi sperati e in caso negativo vorresti operare i cambiamenti opportuni in senso migliorativo bla bla bla. Che poi la società di mercato tenda a educare cittadini che reiterino la società di mercato mi sembra lapalissiano. Qualche società non difende e alimenta se stessa? come si può pensare che la sua scuola sia la ‘nostra’ (tua) scuola?
    Sono anni che lavoro come volontario in un’associazione di educazione alla pace e nessuno si è mai spaventato della necessità di misurare e categorizzare, perché quello che conta è l’obiettivo e il modo pratico, day by day, che si mette in atto per raggiungerlo. Nella fattispecie a me sembra che gli obiettivi di questi studiosi siano per grandi linee condivisibili e nella introduzione all’ediuzione italiana del libro da te citato, Andrea Ceriani (fondatore e amministratore della Kkien, megasocietà di consulenza e formazione integrata… cioè, spesso fuffa con qualche utilità) scrive tra le altre cose:
    “È chiaro che il riferirsi ad alcune e non altre competenze chiave richiede una condivisione e un appoggio ai principi fondamentali dei diritti della persona, dei valori democratici e degli obiettivi associati allo sviluppo durevole, che vengono a costituire una base normativa comune, riconoscendo che la definizione e la selezione delle competenze chiave dipende da ciò cui la società attribuisce valore. Inoltre, si riconosce che per fronteggiare le sfide e rispondere alle esigenze complesse e multiple della vita moderna che le persone e la società nel suo insieme devono affrontare, è necessario lo sviluppo di un pensiero critico e di un approccio riflessivo ed olistico di fronte alla vita, aiutati dalla definizione tripartita di gruppi di competenze chiave: interagire in gruppi eterogenei; agire autonomamente; utilizzare gli strumenti in modo interattivo.”
    Anche lui parla di pensiero critico. Probabilmente immagina un cittadino che fa funzionare la società e che la difende dalle storture, da chi la minaccia, da chi non ha senso civico…
    Ma tu sai che l’educazione nn è un fatto automatico. Dipende molto dalla relazione alunno-insegnante. Io penso che se si facesse meno politica e si pensasse di più a far sviluppare il senso critico indipendente, autonomo e libero dei bambini-ragazzi/alunni si farebbe un passo in avanti. E’ molto più politica la libertà di prendere una propria strada per quanto sbagliata e confrontarsi con un ambiente tollerante e accogliente (quello sì capace di stimolare insight fecondi) che l’insegnamento schierato e politico di un insegnante che ‘guida’ con la sua sapienza gli alunni a un pensiero critico militante in modo preconfezionato. Ci sono passato. Mi è sembrata una fabbrica di marionette. Io dico che questo è un passo in avanti. Ha molte rigidità, molte semplificazioni, va riempito del come… Sì, qui c’è solo una teorizzazione e una dichiarazione di intenti; come agire e mettere in pratica un sistema che vuole essere misurabile e efficiente in senso anche di massimizzazione delle risorse pubbliche, per il bene di tutti gli attori (insomma, per non perdere tempo a fare cose senza obiettivi e senza metodo) è tutto da fare ed è lì che ci sarà bisogno di creatività e di applicare metologie quanto più variate possibile, il meno ideologiche possibili, che possano insegnare agli alunni la potenza della diversità e della possibilità. Se da una parte ci sono gli aziendalisti liberisti e dall’altra una massa ideologica c’è solo il rischio di schiacciare chi ha diritto a decidere se vuole essere un cittadino rivoluzionario o solo un cittadino, con le tante declinazioni possibili tra i due estremi.

    Cia’

    L

  2. bidé scrive:

    Chi dice ai bambini
    Dovete pensare a destra
    è di destra
    Chi dice ai bambini
    Dovete pensare a sinistra
    è di destra

    Chi dice ai bambini
    Non dovete pensare affatto
    è di destra
    Chi dice ai bambini
    Quel che pensate è indifferente
    è di destra

    Chi dice ai bambini
    quello che lui pensa
    e dice loro anche
    che vi potrebbe essere qualcosa di sbagliato
    è forse
    di sinistra

  3. Enrico Marsili scrive:

    Ottime queste competenze, vediamo qualche esempio:
    1) comunicazione nella madrelingua;
    Se parli dialetto sei fuori dal mondo, mi sembra un concetto piu` che accettabile. Comunicazione e` una parola grossa, si puo` articolare in tanti modi, ma non vedo nessun problema qui. Si faranno eccezioni per i leghisti, al piu`.
    2) comunicazione nelle lingue straniere:
    Ottimo, vuol dire che sara` possibile intraprendere carriere internazionali, anche politiche. Ve l`immaginate uno che vuole collaborare con il compagno Morales? Almeno un po` dispagnolo fa bene saperlo :).
    3) competenza matematica e competenze di base in scienza e tecnologia:
    Fantastico, cosi ci togliamo dalle palle tutti quelli che ancora credono in pratiche magiche, tipo omeopatia, psicanalisi, medicine alternative, sciamanismo. Inoltre non vedremo piu` animalisti che distruggono laboratori e il progresso scientifico sara` accettato per quello che e`: progresso, appunto. Via dalle palle anche amish, credenti, elfi e quant`altro
    4) competenza digitale:
    C`e` bisogno di commentare?
    5) imparare ad imparare:
    Godo solo a leggere questa roba, c`e` posto per gli adulti e non si smette mai di imparare. Bellissimo.
    6) competenze sociali e civiche
    Splendido, via dalle palle razzisti e leghisti, comprensione del concetto di cittadinanza attiva, rispetto per lo stato e le sue leggi, conoscenza delle leggi e delle regole di una societa` civile. Splendido.
    7) spirito di iniziativa e imprenditorialità:
    Purche` non sia inteso come “siamo tutti imprenditori” va benissimo. Vuol dire educare alle scelte e alle conseguenza delle proprie decisioni. Piu` una sana dose di educazione al rischio.
    8) consapevolezza ed espressione culturale.
    Arte, musica, letteratura, coscienza di se`, introspezione, capacita` di farsi domande e di capire se` stessi e gli altri. Eccezionale.

    E` possibile sapere cosa c`e` di male in questi principi? Troppo vaghi, chiaro, ma sta agli insegnanti e ad altre parti della societa` metterli in pratica. Mi sembrano semmai principi un po` conservativi, all`Europea, perche` l’imprenditorialita` non e` l`unica via. E mi sta benone, perche` questi principi contengono chiaramente il concetto di bene comune e di vantaggio comune. Il pensiero critico e` nella consapevolezza, mi pare, ma va supportato con delle comptenze.

  4. marco scrive:

    Una domanda: mettere in crisi la società significa mettere in crisi anche istituzioni come la scuola? Se la risposta è sì, come credo, è chiaro che la scuola non abbia alcun interesse a promuovere e far maturare un pensiero critico del genere.

  5. SoloUnaTraccia scrive:

    Gli interventi più lunghi del pezzo stesso sono illeggibili. La vita è breve: ci vuole sintesi.

  6. Enrico Marsili scrive:

    @SoloUnaTraccia
    Ottima idea, allora provo a sintetizzare:
    1)Questo post e` fuffa;
    2)Gli insegnanti precari trombati al concorsone non erano adatti all`insegnamento;
    3)Questo blog e` sempre molto interessante.

  7. Cristiano scrive:

    Da quello che scrivi avevo la sensazione che:
    1) o stavi preparando il concorso anche tu
    2) o hai insegnato anche tu

    Non so se il stai preparando il concorso ma ho controllato su internet ho scoperto che tu hai insegnato…
    Ma nel tuo profilo http://www.linkiesta.it/christian-raimo/profilo non ne parli.
    Perché? Perché te ne vergoni?
    Nel tuo articolo non dici: io ho insegnato! Parlo anche perché ho l’esperienza di aver insegnato.

    Il problema non è tuo personale….. ma di molto bravi come te…
    Usano la scuola finché gli dà da mangiare salvo poi abbandonarla appena hanno successo in altro!

    Chiunque ha esperienza di scuola sa che la scuola è fatta da professori e studenti. Tutte le altre cose sono meno importanti. Parlare di competenze, abilità o di altro non serve a nulla se non si hanno professori bravi.

    Il problema che quelli bravi (te per esempio) come possono scappano! Si vergognano quasi di insegnare… Insegno però in realtà collaboro con un giornate.. sono scrittore e sì ora sto insegnando… faccio ricerca però vista la crisi insegno….
    Questo è il vero problema! La gente si vergogna di dire IO INSEGNO!
    Quelli bravi NON SCELGONO PIU’ di INSEGNARE!!!
    (salvo poi dirlo quando gli fa comodo.. per andare a qualche conferenza…per scrivere qualche libro).

    Vuoi che nella scuola si avverino le cose scritte dalla NussBaum che citi?
    Decidi di insegnare!!! Gridalo ovunque: Io PER PRIMA COSA INSEGNO!!!!

    Insegna e VANTATENE… e porta ad insegnare altri bravi come TE!

    E invece tanti come te vivono la scuola come ripiego… come seconda opzione…. la rovinano… la abbandonano….
    salvo poi tornare e parlare di scuola sentendosi esperti.

    INSEGNA Raimo… insegna… avrai tempo anche di fare il resto….
    ma insegna e dillo con orgoglio: io sono un insegnate!

    Se non lo dici non lo fare… restituisci i soldi che hai preso come insegnante, lascia il posto ad altri e smetti di parlare di scuola!

  8. girolamo scrive:

    Sul falso mito delle competenze segnalo un ancor più illuminante saggio di Silvia Di Fresco (molto utilizzato da Greblo), “Dalla formazione alla informazione: il mito delle competenze”, all’interno del volume “I test Invalsi. Contributi a una lettura critica” (a cura di CESP e COBAS), e in rete qui: http://www.carmillaonline.com/2012/05/02/dalla-formazione-alla-informazione-il-mito-delle-competenze/

  9. Francesco scrive:

    e di cosa si sostanzia lo spirito critico? se valutare competenze è terreno della soggettività, chi ci propone misure valide a leggere il “sapere critico”? o quali sono gli strumenti per stimolarlo?

    il “falso mito” delle competenze, e le raccomandazioni della Commissione Europea e del Consiglio d’Europa citate (a dire il vero in maniera parziale e incompleta) da Raimo, provengono dagli esiti dello sterminato panorama di progettualità finanziate dal Programma di Apprendimento Permanente. Anche se filtrate dagli “esperti” delle istituzioni europee, questi testi sono una rielaborazione dei risultati delle esperienze educative/formative realizzate da centinaia di ONG, scuole, enti di formazione, … Per quanto vaghi e incompleti mi chiedo: ci sono stati processi simili nella scuola italiane negli ultimi 20 anni? quali elaborazioni abbiamo prodotto per poter invalidare il”falso mito” delle competenze”?

    la scuola è ferma,e posizioni come quella di Raimo sembrano sempre più o difendere interessi corporativi, o mettere toppe sull’incapacità del sistema scolastico italiano di leggere l’evoluzione della società, e di capire in chiave evolutiva quale sia il senso dell’agire educativo.

    Nell’articolo, Raimo chiede: Chi è stato a voler ripensare il mondo?
    Beh, meno male che a differenza di gran parte del mondo-scuola italiano ci sono persone, organizzazioni e istituzioni che tentano di muoversi, ripensare e ridefinire..

    Ma forse è più semplice tornare a pensare al proprio orticello, ognuno a pensare ai propri efficentissimi strumenti per stimolare il “sapere critico”..

  10. Silvia scrive:

    Greblo e il numero monografico di aut aut devono moltissimo (se non tutto) alla riflessione di chi da anni e volontariamente (senza essere retribuito da nessuno) studia i cambiamenti in corso nella Scuola Pubblica. Basta leggere gli articoli di cui sotto, pubblicati nel 2011 e nel 2012, per rendersene conto. Dispiace che chi inviti alla riflessione non si documenti a sufficienza.

    http://www.ospiteingrato.org/larrestabile-ascesa-della-scuola-delle-competenzealcune-riflessioni-sui-cambiamenti-in-atto-nel-sistema-scolastico-italiano/
    http://www.carmillaonline.com/2012/05/02/dalla-formazione-alla-informazione-il-mito-delle-competenze/

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