126

La deriva del Continente, un progetto poetico collettivo

Qualche mese fa Transeuropa ha pubblicato un interessante esperimento poetico, a cura di Marco Mantello, La deriva del continente. Sette poeti, Viola Amarelli, Simone Consorti, Elisa Davoglio, Gabriel Del Sarto, Francesca Genti, Marco Mantello e Albert Samson, hanno raccontato una biografia di un personaggio, Paterson, che attraversa gli Stati Uniti e l’Europa, dalla crisi della Lehman Brothers al declino del continente europeo. Questo è un estratto, e in calce trovate la prefazione di Marco Mantello.

__________

Paterson, Love Speech, 1 giugno 1998

Queste luride puttane laureate
non lasciano mai nulla al caso.
Prima ti spiegano. Poi ti perdonano
e quando te ne vai
ti fanno sanguinare il naso.
Era così che mi dicevi al parco
e che avevi una figlia addosso
e che era un fatto, era così che eri,
e ti lasciavi scorrere, fermo,
educavi le rose a intrecciarsi
per imparare l’arco
e quelle si intrecciavano, sì,
ma intorno all’osso…
Progettavamo pace perpetua
oltre che fondi comuni di investimento.
Valevano più delle nostre vite
–Te lo ricordi Paterson?
O del fatto che il capo, anzi la capa
chiedesse a noi di perquisire i fiori
per vedere se c’erano insetti dentro
per capire se erano belli fuori…
L’Europa era sparita nelle corolle
separata da Paterson e dai suoi eredi.
L’Europa aveva assunto le forme
di un monumento ai caduti in piedi.

.

Paterson, 23 anni, studia
e nel week-end vola low-cost in Europa…

Paterson ha finito l’università
fa uno stage alla Lehmann Brothers
e per un po’ se ne va.
Mario invece rimane dov’è
con la giacca stirata.
La ragazza olandese
viene a Corfù per fine mese…
C’era l’ingresso. Senza le porte, bianco.
La prima cosa che s’illuminava
era la S di Sesso. Sulla barra degli strumenti
comparivano l’icona. E la spina nel fianco
assieme a tutti quei nomi falsi.

(di Marco Mantello)

.

.

Module Construction Yard
Paterson, ne fai 40 lunedi prossimo

Module Costruction Yard: ai limiti
del viale, dietro la muraglia di cemento
prefabbricato, s’innalzano verso i cieli,
verso possibili lontane biosfere,
questi metalli lucidi,
fragili speranze riflesse negli occhi di chi
s’infila davanti all’ufficio Risorse Umane
e frettolosamente espia.
Ho guardato lo scintillio del sole d’agosto
sui tubi verticali, sulle giunture
dei moduli sovrapposti lungo il viale vuoto
alle 13: la profezia, il contrasto
coi vecchi capannoni attorno,
e i piazzali semivuoti. Ho visto lo sporco
depositato negli anni
e nelle vie di scolo, polveri di marmo
e altre polveri.
Subappalti. Avvicinarsi al natale

(di Gabriel Del Sarto)

.

.

A Londra, a quarant’anni e un mese
Over the garden (Over the Counter)

La luce verso cosa la riflette. Per esempio, le piante.
Il resto passa attraverso.
La prima cosa che Paterson ha fotografato sono state le
macchie. Le fumaggini sopra le foglie. Sulla finestra il vaso
diventava sempre più piccolo, la pianta più grande.
L’umidità sul muro, il trucco lavato dal pianto.
“Vorrei portarti al Parco Keukenhof„
Distese di tulipani. Al mattino, molto presto, prima che lei
ricominciasse.
L’ingresso. Lo stabilimento. Il piano da raggiungere, la porta,
l’ordine dei gabinetti e dei poster che annunciano la ripresa
dei lavori per migliorare se stessi.
“Oppure al Castello di Sofiero„
Ci sono le più belle piante d’Europa. Varietà di rododendri
e di rose.
Da ragazzo. Con Mario, qualcuno che era morto.

Pensare a chi insegna alle rose a intrecciarsi, per imparare
l’arco.

(di Elisa Davoglio)

.

.

La folla con un Paterson a quota 35

– uscirà nudo una mattina a fendere
la folla alla fermata di una qualunque metropolitana
– in fila le formiche invadono il terreno,
la zappa si conficca, le scompiglia
avanzano i più forti
tutto un presidio – io rimpiangevo i deboli
– ho occluso i circuiti, bruciati i ponti
strappati i by-pass, intorno c’è il deserto
nessun nemico – mi chino
– sta per i fatti suoi, quasi ringhioso,
il gatto nato bianco, quasi albino,
le zampe dietro sbilenche
si rifugia tra i pini, i peli irrigiditi
di resina la crosta, non sorride
rifugge – mio fratello ha paura
– bere di notte acqua alle pozze
incontrare allegri porcospini
spedire i minatori nel ventre delle madri,
le sciocche, povere talpe – un rospo deciduo
328
verde squillante tra i ciclamini la mattina
l’involucro, di suo, già corpo vivo
– l’istante che gli frullano
le ali, d’un colpo la tortora che
plana e la farfalla enorme
candeggia questa luce, squaglia
crema, intanto che si scollano
etichette, si arrestano i pensieri
frullano insieme tutti – senti
i respiri
– ora che il giglio più non segna i giorni
e l’ombra dello sguardo dentro il buio
è come quel portone chiuso alle spalle,
ora frantuma la linea del crinale,
la piazza vuota, la notte dei cristalli.

(di Viola Amarelli)

.

.

Paterson, 45 anni, Tolosa
la pellicola della vita ha preso luce…

3
Un tempo amavo usando lunghe frasi quasi magiche
un tempo ragliavo come un asino
per dare lezioni al mondo
e giravo con in tasca teoremi
Un tempo non aspettavo risposte su di me
da telegiornali scemi
ma mi lasciavo alle spalle i paesi
di cui non sopportavo i programmi e le leggi
4
Hanno diramato l’identikit
barba tatuaggio capelli crespi occhi neri
un primo piano come tanti che ti ho scattato
un ritratto che profuma di Oriente
e puzza di sudore fritto
Tu non hai quell’odore
mai avuto neanche a letto
Ma adesso di sicuro
ti attribuiranno anche questo difetto
5
Il rumore del crollo
il silenzio dello stallo

(di Simone Consorti)

.

.

Infanzia Paterson: 2 giorni, dall’analista
dopo un week-end a Granada

Sono nato come tutti gli altri:
in sala parto di anonimo ospedale
– sturato l’utero con una ventosa –
non mi hanno conservato il cordone ombelicale.
Perché costava un pacco e mamma e babbo,
pur volendo per il loro figlio il meglio,
pagavano due mutui trentennali
di bilocali ai confini dell’Impero:
niente da fare per le staminali,
ma un giorno sarei stato il re del caseggiato
e avrei affittato a caro prezzo a sei cinesi
e ad una banda di senegalesi che mi hanno,
col sudore della fronte, di fatto finanziato
viaggi, studi, il master di sei mesi alla Bocconi
e il fumo che compravo a Capodanno.
Allattato da mamma-biberon
– nei Settanta era il boom del latte artificiale –
non me la sono poi passata tanto male,
anche se la mancata suzione della tetta
è stata causa della mia disfatta
con Carla e con le donne in generale
di questi amori liquidi che vivo
(l’ho letto venerdì sull’Internazionale
sulla rubrica psico-comportamentale
che sfogliavo sul volo di Easy Jet
per raggiungere a Granada Hyun-Shik
dolce orientale conosciuta in chat).
La mia infanzia l’ho trascorsa nell’ovatta
della doppietta Ciocorì più Atari,
che mi hanno reso un riformato a vita
impreparato al collasso dello Stato
e delle istituzioni, al crack globale
che nelle notti insonni sogno di sanare
mandando Space Invaders sopra il Quirinale
o l’uomo tigre a Bruxelles, parlamentare,
io, Imperatore della “Dinastia del Poi”,
io, Paterson, come tutti voi.

(di Francesca Genti)

.

.

Paterson, 17 anni in piazza
a Castellammare di Stabia
cera persa

Lo sussurravo tra me e me quando poi mi accucciavo sul selciato la sera, quanto eri stronza, quanto eri capace di rovesciare tutto facendo finta di fare un giorno l’infermiera, l’altro l’insegnante, l’altro la pioggerellina, non so, buona a nulla / capace di tutto. Pregavo comunque tutto continuasse così, indefinita la norma, in questo paese senza senso, in questa direzione qui, random, sottraendo, facendo mancare, rubando, allontanandosi, facendo così la più grossa delle presunte stronzate, il fottersene, anzi, di più, non solo fottersene, ma fare l’esatto contrario, fingere, perdere ogni morale. Voglia di rubare.

(di Albert Samson)

 

 

Postfazione

Paterson viaggia in un’Europa che non fa altro che commemorare se stessa, le sue radici illuministe, le sue tragedie e le sue guerre otto-novecentesche, la sua civiltà esportata nel mondo. Sul piano lavorativo è stato per tutta la vita un funzionario del Regno dei Mezzi. Ha trascorso il suo tempo in uffici e vacanze a Corfù, e targhe della Lehmann Brothers vendute all’asta. Ha avuto un uomo a Tolosa, ha scopato con un’olandese a Corfù, e ha trascorso un’infanzia serena a ciocorì e latte in polvere in qualche anfratto di Italia. Oggi Paterson è un ultracentenario che ama viaggiare per un continente alla deriva. Ci sta dentro da spettatore, in un qualsiasi Giorno della Dimenticanza, trascinato da una Crisi dove tutto ha un prezzo o una dignità. A tratti sembra che le sole coordinate comuni nel suo viaggio in Europa, siano la colpa e il debito. Un Ulisse che rispetta i semafori pedonali per vigliaccheria, o paura di essere punito dai lotofagi. Tutto è prevedibile, tutto è stato già scritto, anche le feste di addio al celibato col suo amico Mario in una capitale europea qualsiasi. Dopo i quarant’anni ha appreso che non esistono altre soluzioni al Problema, al di fuori della stabilità dei prezzi nel lungo periodo. I diritti e i doveri sono il riflesso di scelte da cui non si può ritornare indietro: è questo che gli hanno insegnato a credere, che ci sono i i colpevoli e gli innocenti. Del resto la parola Schuld, in tedesco, significa entrambe le cose: debito e colpa. E le etimologie esprimono già una visione morale che si muta in ordine, e da cui nessuno è escluso, e dove tutto è definibile con parole chiare. “Io rimpiangevo i deboli”, dice il nostro da vecchio uomo del risentimento. “Vorrebbe un giardino, ma non ha semi che vogliano appartenergli”. Povera vittima bella di mamma sua, verrebbe da dire! Lui, l’alopecia, e le vendette immaginarie contro il simbolo di turno dell’Eurotower, sede delle Bce a Francoforte sul Meno! Ecco l’ennesimo demone fuori tempo massimo, sembra una storia già sentita: è colpa sua. Anzi dei ladri. I fabbricatori del mito europeo lo snobbano. Anche loro non lavorano più, o almeno non solo, a gotici vocabolari di euro-deutsch dove la parola “pace imposta dai vincitori” è diversa da “pace subita dai vinti”. E meno che meno a un orwelliano newspeak dove le parole invece che alienarti per eccesso di vocaboli si riducono, e perdono di significato, e si abbreviano in versi, raccattati da poeti che “aderirono alla UE” negli anni 00. Sta succedendo qualcosa, oggi, nella statica e razionale Abendland, o quantomeno nel suo centro propulsore, siamo di fronte alla vittoria dell’ine- vitabile, e del già accaduto. A tutti i livelli le vite dei singoli sono procedure, consulenze, uffici, assicurazioni sul cane. E ciascuno è responsabile di se stesso. Fino alla morte. Sullo sfondo scorrono anonimi, e a loro volta impersonali, i siti di Frontex, Eurosur, il premio nobel a Lampedusa, le riunioni di “Parlamento e Governo”, e l’ultima Commissione UE a presidenza spagnola. Dietro le carriere si annidano altri miti dell’impolitico: la tecnica, la burocrazia, e il dato di fatto indiscutibile che i mercati finanziari sono globalizzati e bisogna farci i conti. La Volkswagen e la Deutsche Bank… Paterson è lì, come un’ombra, e si sposta da Londra a Praga. Perché lavorare è anche un po’ viaggiare, sulla patina del quotidiano che legge in aereo. O era un settimanale? La Crisi! Lo Spread! I Bond! Parole nuove, che assumono una funzione nuova, estendendo la nostra possibilità di esprimerci: Eurospeak. È questa la funzione del mito europeo, ridurre tutti a parole, non più aiutare i bravi selvaggi di Abendland a vincere la paura della morte, ma instillare in loro l’accettazione della vita. Debiti e colpe. Figli e amanti. Quasi come i banchieri o i Giuda, o i ricchi cattivi che non hanno pagato il pifferaio di Hamlin per la liberazione del borgo dai topi. O forse dai Paterson. “Gettammo i bambini lungo il greto”, dice il nostro. Ma i bambini sono stati già portati via dal pifferaio che è incazzato nero perché non gli hanno retribuito il lavoro di disinfestazione. “Fuggimmo”. Si, ma da cosa? Dai creditori o dai credenti? Ecco se Paterson è solo un frustrato che non crede a nulla fuorché alle profezie di un broker, allora vuole dire che la crisi se l’è provocata lui da solo, che sta dentro di lui non fuori, che è solo un fatto di mentalità diverse, è l’alito da you-porn che si e cucito addosso a diciassette anni e mezzo, e che smagrisce con lui su una pista ciclabile. Uno dei tanti onanisti che volevano scoparsi la strafica del settore marketing, un compiaciuto outsider privato della bambagia familista, uno di quelli che se gli va bene finiscono a studiare in Bocconi, e danno dei bamboccioni agli altri per risparmiare se stessi. Al peggio un terrorista da torti subiti in privato, ipoteche su case, i compro oro del sud di Abendland che mutano in libera circolazione di precarietà su Module Construction Yard… Uno che non è mai stato sul confine in Almeria a vedere perché i pomodori costano un euro al kilo, un effetto collaterale ma non voluto del Peace Keeping all’estero, una scoria, un residuo a cui un giorno verranno applicati sussidi di disoccupazione, e status di povero, indigente, e meno capace, meno corazzato, meno monumento di chi ce l’ha fatta davvero, a cadere in piedi. Davvero è solo questo Paterson? Davvero è tutta qui la sua Europa? Piste ciclabili? Voli low cost? Tav in orario? A mio avviso rispetto alla solita creazione della vittima che vorrebbe fare la parte del carnefice, è bene chiedersi se non ci sia dell’altro in questa Deriva. Debito e colpa, si diceva prima. E se invece fossero proprio i creditori e i credenti il problema? Se non fosse Paterson il problema, ma un’idea di ordine? Un’immensa colpevolizzazione di un fantasma si aggira per l’Europa: ecco cosa. E uno scorrere delle cose che definisce i cicli economici delle persone, gli interessi locali, le importazioni tedesche in surplus che hanno bisogno di salari bassi e inflazione sotto controllo per espandersi ancora nel mondo… Vorsorge: essere previdenti nel lungo periodo, così risponderebbe Paterson, da vero ateo. Riproducendo la stessa mentalità, la stessa Crisi che gli è stata imposta da creditori e credenti. Ecco se Paterson non fosse solo la Grecia, ovvero uno dei più grandi successi della moneta unica, se Paterson non fosse affatto una pace perpetua venuta male, figlia di un nuovo congresso di Vienna più che dell’Illuminismo, dove sarebbe allora, il confine fra il dentro e il fuori? Ma nei fatti no? Nel mito! Immagini a cui l’eurosistema si adegua o al massimo commina multe, non lo capisci Paterson? E poi certo ci sono gli swap, il credito al consumo, i capital gains. Bolle immobiliari. Ma quante parole nuove che abbiamo qui! Un Eurospeak di quarta generazione potrebbe uscirne fuori. Se c’è un punto che unisce Paterson ai sette poeti che gli danno voce in questo libro, quel punto è la percezione dell’investimento andato a buon fine. Ma nel senso di essere stati investiti, travolti da un nulla che sta fuori e che corrode dentro. Se non si fa così è la catastrofe. Dai, Paterson, fatti ammazzare, ne va del futuro dei tuoi figli lo capisci o no? Adesso mi chiederai come tuo solito: “Che cosa vogliono da me i poeti? E perché mi hanno dato voce se sono così ambiguo?”. Scardinare un senso comune, forse è questo che vogliono da te i poeti, mettere su parole che non pretendano di dare a te come persona un significato univoco, eventi di cronaca misti ai pensieri più intimi di un middle man, che non è in grado nemmeno di coltivare il suo giardino, e che ci sta dentro tutto sommato, e ci sopravvive. In questo sei davvero Europa, una visione mitica, uno che ha fatto il debitore per buona parte della sua vita e che adesso, un minimo, forse, non si sente più colpevole. Questo dunque il taglio del libro. Un taglio da microscopio, che si concentra sullo scannatoio interno all’area protetta, e non oltrepassa i confini, lasciando sullo sfondo la tratta del lavoro migrante, il popolo rom, quelli che realmente sono gli esclusi, i diversi. Forse un giorno anche Paterson avrà un per- messo di permanenza temporanea, e al suo posto viaggeranno low cost individui più propensi di lui a mutar pelle, costumi, vocabolario. Black, brown and beige, diceva una vecchia canzone. Ecco se Paterson è il beige, la via di mezzo, qualche cosa di scolorito che sta per sparire, un passaggio di stato, allora la Deriva del Continente è il colore fisso, l’assenza di pallore, il bianco e il nero assoluti, o meticciati in un posto da chief manager di origini antillane alla Lehmann Brothers sede di Londra. Una deriva del disincanto, e del terribile fascino culturale dei fatti intesi come fatti e basta, del realismo che si nutre di luoghi immaginari, di simboli e miti appunto. è il paradosso dell’epoca: una lenta inesorabile spersonalizzazione in cittadini europei e retorica dei diritti umani, doppiata da un Paterson che brucia su Bebel Platz, bruciato lui dai libri, anzi dagli i-pad, dai googlemaps, e-books e working papers sul monetarismo e l’economia sociale di mercato. Con la carne e con le ossa, verrebbe da dire: con Paterson e il suo Eurospeak. Concludo con una nota personale, che credo sia condivisa dagli autori. Nel dare voce al personaggio è stato fatto un lavoro di caratterizzazione comune. L’idea era quella di una storia europea degli ultimi vent’anni, ma narrata in versi, con la minuscola. Credo che questo modo di fare poesia abbia molto da dire al pubblico. Scrivere la Deriva è stata anche un’occasione per confrontarci da vivi col linguaggio del potere (tv, giornali, istituzioni) e spegnere qualche candelina di troppo dall’altare dei morti. Le rubriche, le riviste, i blog, le antologie, i concorsi a premi e quant’altro. Tutte cose che ci sono, e con cui un autore deve fare i conti, a patto che non diventino una gabbia, contribuendo a rendere la poesia un mezzo di comunicazione scaduto. O roba che gente come Paterson non leggerebbe mai.

Commenti
5 Commenti a “La deriva del Continente, un progetto poetico collettivo”
  1. icaro ostinato scrive:

    La fotografia che accompagna l’articolo è molto bella. Perché non scrivete l’autore e da dove l’avete presa?

  2. On y soit qui mal y pense scrive:

    Nel citare, di una recensione tutta postiva, le uniche due righe critiche, dev’esservi una perversione da parte dell’autore del trackback.

  3. marco mantello scrive:

    Gentili redattori di minima et moralia

    Sulle due righe riportate due volte nel trackback, vorrei precisare che c´é stata una duplicazione di una fonte unica: la lunga recensione di Roberto Corsi alla Deriva del continente. Sul sito di Viola Amarelli é riportata appunto la recensione di Roberto Corsi, per cui Viola non “scrive” quelle due righe di trackback, ma appunto posta la recensione di Corsi, che i lettori possono leggere per intero se interessati. Segnalo inoltre per completezza:

    https://alessandrocanzian.wordpress.com/2014/12/09/la-deriva-del-continente-transeuropa/

    Grazie per l´accoglienza. Un cordiale saluto. Marco Mantello

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] Che non è di lettura semplicissima (forse la postfazione di Mantello – che potete leggere qui assieme ad altri estratti – sarebbe tornata più utile come prefazione)  né perfettamente omogeneo quanto a risultati o […]

  2. […] Che non è di lettura semplicissima (forse la postfazione di Mantello – che potete leggere qui assieme ad altri estratti – sarebbe tornata più utile come prefazione)  né perfettamente omogeneo quanto a risultati o […]



Aggiungi un commento