Foto: un murales di Marco Rocchi, Giuseppe Dell'Olio, Alessio Lucchesi a Calenzano

La deriva filosofica. La festa della filosofia a Milano

Il prossimo 19 gennaio 2020, per la prima volta, si terrà in Triennale Milano la Festa della Filosofia. Un’intera giornata fatta di incontri, lezioni, laboratori, “allenamenti fisici” e mentali: in campo alcuni dei nomi più brillanti del panorama culturale italiano. Ideata da Tlon, progetto filosofico condotto da Maura Gancitano e Andrea Colamedici, la Festa della Filosofia vuole riportare questa scienza umanistica tra le strade, nelle piazze dove è nata e coinvolgere un pubblico trasversale.

Proprio di questo si occuperà Carmelo Vanadia, interprete ambientale, oltre che guida escursionistica. Il suo lavoro consiste nel tradurre la lingua del paesaggio interpretandone le forze, le energie e le relazioni che lo hanno plasmato. Il paesaggio è infatti un codice che genera in chi lo attraversa sensazioni, emozioni e infine sentimenti. Tra le strade di Milano partecipanti all’evento potranno, sotto la guida di Carmelo, dare vita a una deriva filosofica, suo compito sarà quello di condurci lungo questo percorso di scoperta. Ma cosa è una deriva filosofica? Come si mette in atto? Ce lo siamo fatti raccontare direttamente da lui.

di Carmelo Vanadia

La Festa della Filosofia, che si terrà a Milano il 19 Gennaio 2020 in Triennale, ha uno scopo chiaro espresso nella frase di apertura del programma: “La filosofia nasce nelle piazze, tra le strade, nelle palestre, nell’immersione tra gli abitanti della polis”. La deriva filosofica che si svolgerà durante la Festa parte proprio da qui: “galleggiare” tra le vie della città, lasciare che la città stessa si spalanchi davanti ai propri piedi trasformandosi in uno spazio dentro cui vivere avventure offre inimmaginabili possibilità di scoperta di nuovi significati, di pensieri sconosciuti e incontri inaspettati. Non si tratta di girare per i quartieri alla ricerca del bello, non si tratta di seguire itinerari prestabiliti, non si tratta nemmeno, o non solo, di bighellonare tra palazzi, monumenti e giardini. La deriva è una pratica filosofica basata sul lasciare ai segni, che si manifestano di volta in volta, il compito di indicare quale direzione prendere. E così via, fino a quando quella catena di segni, fin lì solo intuiti e filtrati dal proprio personalissimo modo di osservare, non trova un senso, conducendo a una vera e propria apparizione, un momento in cui l’insolito si manifesta in maniera inaspettata e, a volte, eclatante.

Procedere nello spazio seguendo i segni, alla ricerca di apparizioni, è prima di tutto un gioco o meglio una pratica ludica per esplorare la città; più in profondità, però, può essere considerato un vero e proprio atto di fiducia nei confronti del mondo muovendosi tra le sue strade con la sicurezza che sempre, ovunque, qualcosa accade o è accaduta, o poteva accadere o accadrà. Questa lunghissima catena di possibilità ha come primo e immediato effetto, sui cacciatori di significato, la sospensione della vita ordinaria basata sul controllo costante, sulle scelte utili, sull’algoritmo, sulla performance. La deriva filosofica spazza via ogni tentativo di controllo lasciando a chi la pratica solo la propria sensibilità durante l’incontro casuale con il mondo. Quello che può succedere durante il percorso non è ipotizzabile: è una variabile che nasce dall’incontro irripetibile tra la lingua della città, un ecosistema vivo in cui nascono o si consolidano continue e molteplici relazioni; la lingua dell’individuo che è unica, fatta della sua storia;  la predisposizione a mettersi in ascolto leggendo un codice decifrabile solo quando si manifesta. Uno scettico, un turista o una persona distratta faranno fatica a comprendere il senso della deriva.

I risultati di questa pratica non saranno gli stessi per tutti e, soprattutto, non saranno ripetibili nella stessa forma come accade per un esperimento scientifico, per un tour dei monumenti o una passeggiata con la guida che dice dove guardare. Non è possibile programmare l’apparizione di un segno, non è possibile che lo stesso segno appaia allo stesso modo per tutti o anche alla stessa persona. Ci si inoltra all’interno di un territorio misterioso in cui i soggetti e gli oggetti urbani, le persone, gli animali, la luce, i suoni o gli odori vengono inconsapevolmente interpretati attivando nuovi e sorprendenti processi di significazione. A guidare la scelta di una svolta a destra o a sinistra potrebbe essere il particolare motivo della sciarpa di un passante, un quadro tenuto sottobraccio che attiva la curiosità, il miagolio di un gatto in fondo a un viale.

Tutto questo ha un fine ben preciso che non ha a che fare con il tentativo di dimostrare l’esistenza di fenomeni magici che, proprio in quanto magici, non possono essere sistematizzati; né tanto meno con il bisogno di conoscere meglio la città in cui si vive (questo è semmai un effetto implicito della deriva). Lo scopo di questa pratica è la ricerca di occasioni di meraviglia, di stupore, di messa in discussione di tutto quello che si conosce. Il termine «deriva» suggerisce infatti l’atteggiamento di chi si trova in contatto con ciò che non conosce. Il senso straniante, se non addirittura “perturbante”, può manifestarsi molto intensamente durante una deriva. È una pratica che mette al centro la casualità, la coincidenza, il caso per poi svelare una rete di legami sotterranei che tutto sono fuorché casuali. È la vertigine che si accompagna all’esperienza dell’ineffabile.

(In foto: murale di Marco Rocchi, Giuseppe Dell’Olio, Alessio Lucchesi a Calenzano)

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