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La deriva perpetua del dolore. “Redenzione” di Chiara Marchelli

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Li chiamava “levigati proiettili” di esperienza vissuta, Vladimir Nabokov, immaginando quegli aspetti privati del narratore come perfettamente incastonati nel romanzo e per questo “del tutto al sicuro in mezzo a esistenze spurie”. Sul ruolo dei reperti personali nella narrativa d’invenzione la sintesi più efficace è quella con cui Régis Jauffret apre il suo nuovo romanzo incentrato sulla figura del padre: “La realtà giustifica la finzione”.

Leggere da tale angolazione un’opera come Redenzione di Chiara Marchelli, NNE, permette di collocarla come l’esito finale di un percorso narrativo composito, che già ne Le notti blu (Giulio Perrone editore, 2017) rivelava la volontà di immortalare la trasfigurazione generata dalla paura, culminata, attraverso altri temi e simboli, ne La memoria della cenere (NNE, 2019) con la necessità di rivendicare una trasformazione per reagire alla vita dopo un trauma. Un ritorno impossibile, perché annodato inesorabilmente alla coscienza di una disperazione oscura.

Sono il dolore, il male e la colpa a muovere i fili della narrazione tracciandone il processo conoscitivo all’interno di un quadro dal contesto ordinario, l’amicizia tra due donne durante un periodo di vacanza a Volterra e la condivisione di paure e debolezze. Il travaglio interiore legato all’anoressia di cui Giorgia rende partecipe Malina si fonde col racconto che quest’ultima restituisce alla donna nel percepire una vicinanza nel ricordo di una madre segnata inesorabilmente dall’internamento in manicomio. Sullo sfondo l’omicidio di una donna, su cui indaga Maurizio Nardi, e la scomparsa ben presto anche di Giorgia, figura centrale del romanzo.

Proprio nella scelta formale si intravedono gli indizi lasciati al lettore per interpretare una storia dai risvolti molteplici che non può ridursi a una mera definizione di genere. Una polifonia resa nella sovrapposizione, accanto alla vicenda principale, di voci che rivelano le ragioni di una follia nata nel dolore. Una tensione crescente che raggiunge il suo apice nella preghiera muta di una voce senza nome. Sono i percorsi mentali di chi esperisce una profonda sofferenza fisica nella totale assenza di riferimenti in un posto tetro e sconosciuto.

In quelle storie esposte in parallelo, tra dinamiche opache e ambiguità in un luogo dove è ancora ostinato il ricordo della tragedia legata agli internati dell’ospedale psichiatrico, deflagrano frammenti del passato, lettere che narrano recessi insondabili, la miseria umana nel controllo dell’altro. Gli scritti di una paziente rivolti ai genitori e mai recapitati ma archiviati nella cartella clinica, tracciano la degenerazione fisica e mentale in condizioni estreme di maltrattamenti, abusi, violenze psicologiche, omertà, negli strenui tentativi di trovare un appiglio nella fede compiuti da un’adolescente costretta a diventare adulta in manicomio.

La prosa assegna una profonda simbologia a oggetti, gesti e incontri, una serie di messaggi cifrati che ogni figura cerca a suo modo di interpretare per rintracciare un senso che renda accettabile il proprio presente.

La forma individuata racconta l’intento di usare lo smarrimento e l’inquietudine generati nel lettore per narrare la deriva dell’individuo in assenza di riferimenti, preda di un dolore antico, ignoto, alla ricerca dell’espiazione di un peccato originario. Il senso di colpa travolge la razionalità al punto da dare forma a un compromesso di verità: una tetra messinscena come deriva perversa del ricatto dei ricordi.

Il modo di innestare il passato nel presente esplorando registri diversi e alternando la raffigurazione di pensieri, tormenti, descrizioni analitiche di oggetti, all’attribuzione di un sentimento dominante ai luoghi  – la montagna e i suoi elementi austeri nel dare forma alla pena e la città nella rassicurante dimensione dell’illusione –, permette all’autrice di sondare la violenza di un dolore destinato a permanere. L’identificazione con la malattia diventa allora un adattamento capace di investire la memoria stessa perché nel dolore si confonde anche la forma della realtà.

Risiede nella disarmonia il mezzo per rivendicare uno squilibrio narrativo il cui valore esula persino dalle vicende narrate. Nell’alternanza di frasi-paragrafo e nominali, nella corrispondenza di pagine intrise di realismo con altre che esplorano il visionario nel narrare la metamorfosi della sofferenza, la prosa rivela l’esito aperto di un itinerario distruttivo di ossessione e tormento.

“Non sento più niente solo il rumore continuo frenetico delle formiche che salgono sui piedi/ sulle gambe/ sotto la camicia/ sul collo/ mi entrano in bocca/ il sole squarcia il cielo/ gli occhi pieni di larve/ la testa si spegne/ Luce”

Aspetto centrale quello della colpa perché connesso a una ricerca di espiazione che per la protagonista si risolve nella dimensione raggiunta con l’anoressia. Una tensione alla perfezione destinata a rimanere perennemente incompiuta perché irrealizzabile, che mira all’evoluzione in pura intelligenza per raggiungere il totale controllo degli impulsi senza i limiti del corpo e sviluppare un senso di onnipotenza in grado di garantire una difesa nell’isolamento dal resto.

“Più ti assottigli tu, più la linea che ti separa dal resto si ispessisce. È come proteggersi dalle esperienze per non soffrire. Dire no, e quindi dire no al cibo, agli istinti, alla vita, alla conoscenza, all’abbandono”.

Tale rifiuto del mondo attraverso il cibo richiama la scelta di non adeguarsi a valori legati a una società osservata con distacco e percepita come estranea, di cui rifiutare i vincoli. Il rimando nel testo è alle storie di sante – da Caterina da Siena a Veronica Giuliani – che arrivarono a compiere rinunce estreme unite a flagellazioni e a violenze autoinflitte.

L’intento di respingere le imposizioni subite e al contempo affermare un potere mistico è esplorato narrativamente per coglierne le connessioni con il significato religioso attribuito al cibo e con la concezione del proprio corpo come dono da immolare. Il modo di dare forma all’ossessione dell’espiazione delle proprie colpe attraverso la sofferenza e il digiuno traccia una degenerazione inesorabile che nell’opera aderisce solo in parte a ragioni patologiche.

Il tema stesso della malattia esula da una definizione specifica perché riguarda il rovesciamento del concetto di normalità, quella che Max Blecher definiva l'”intelligenza delle cose” che conduce il malato a collocare un sentimento legato alla sfera personale su una dimensione diversa nel fare esperienza di ciò che lo circonda.

Attraverso il filtro della malattia, la prosa di Marchelli si cala nella psiche di chi sopravvive in una condizione di deriva perpetua, che si tratti di una prigionia del corpo, di una deviazione o dell’esito di una pena ineluttabile.

Il costante scardinamento degli equilibri tra vittima e carnefice narra in Redenzione il disagio di chi nasce nella violenza e sente su di sé quello che Emil Cioran definì l’inconveniente della nascita. Quel senso di colpa che pesa su Malina si lega alla ricerca senza requie di un modo per comprendere tardivamente le ragioni di una madre e coltivare al contempo il desiderio di allestire una forma alternativa di condanna.

Ancor prima che una riflessione sulla malattia, prende forma un’analisi sugli esiti della guarigione, descritta come un fallimento privato perché associato alla perdita di sé, provato da chi arriva a identificarsi nella malattia e a vivere lo smarrimento nella sua perdita.

L’intero romanzo vive di allegorie, rimandi figurati, metafore: la violenza, la costrizione del corpo, la prigionia come condizione alterata della realtà. La visione plastica del tempo e la tensione alla sua cristallizzazione richiamano la concezione della sua geometria esplorata già ne La memoria della cenere nella distinzione tra quello orizzontale dell’infermità e quello verticale della memoria.

“Il tempo ha accelerazioni improvvise. Non è vero che si muove in avanti costante e omogeneo: la questione dei secondi e dei minuti e dei giorni è un codice guasto che vorremmo calcolasse la distanza dalla morte, ma si sa, non ci sono regole. Né logica o giustizia”.

Una narrazione che rifiuta una sterile adesione alla realtà ma che invoca l’artificio per attuare continui esperimenti di contraffazione per tratteggiare una follia che nel dolore acquisisce il profilo di una concezione alternativa del reale, la sua limpida e feroce amplificazione. Ancor prima che nei temi e nelle vicende trattati è nell’eversione espressiva dell’opera che quell’incedere allucinato trova compimento.

Una narrazione stratificata sulle diverse accezioni del dramma, della disperazione, della perdita di aderenza alla realtà perché preda di un dolore in grado di sovrastare ogni cosa. Le immagini impresse nella memoria, le sensazioni rese nelle descrizioni di oggetti minimi o gli scorci nitidi generano continui cambi di prospettiva, e richiamano istanze legate a interrogativi sull’esistenza, sul peso della morte nella vita, sulla necessità dell’individuo di cercare di raggiungere la propria personale immortalità nell’illusione, e sui tentativi di difendersi annientandosi.

Sono le ossessioni,  le paure, la matrice violenta del desiderio, la deriva del delirio a illuminare con brutalità il disagio e la disillusione del vivere. Redenzione consegna un’indagine su una verità esatta che prescinde dalle sembianze, un esame inclemente della natura distruttiva dell’essere umano che approda all’amara presa di coscienza dell’impossibilità, come sosteneva Cioran, di guarire da un orrore più antico della propria memoria.

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
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