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La destituzione permanente. Un estratto da “La guerra di tutti”

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Raffaele Alberto Ventura La guerra di tutti, uscito per minimum fax. Ventura sarà ospite quest’oggi alle 16 da Fahrenheit su Radio 3 e presenterà il libro alle 20.30 presso la libreria Arcadia di Rovereto.

Da Anonymous al Movimento 5 Stelle, dalla maschera di Guy Fawkes ai gilet gialli, passando dagli indignados al popolo viola, dai forconi all’internazionale neonazionalista, il dibattito pubblico occidentale è stato occupato nell’ultimo decennio da forme di contestazione molto differenti che pure avevano qualcosa in comune: la vaghezza profonda delle loro rivendicazioni. Movimenti tenuti assieme dal rifiuto dello status quo e dal comune sconforto per un declassamento subito o anche soltanto temuto, ma composti da classi sociali differenti, culture politiche contrapposte e soprattutto interessi divergenti.

Questa moltitudine riuscirà a farsi potere costituente di un nuovo ordine, o perlomeno a esprimere una domanda politica omogenea? Più il tempo passa, più le rivendicazioni si accumulano disordinatamente, più appare evidente che sta accadendo tutt’altra cosa: invece che in potere costituente, la moltitudine si è trasformata in pura potenza destituente.

Prendiamo i gilet gialli: le proteste molto pragmatiche della Francia periferica contro l’aumento del prezzo del carburante hanno catalizzato i malesseri disparati di un’intera società in declino. Se ognuna di queste domande è sicuramente legittima, il problema è che le diverse domande non sono coerenti tra loro. La riduzione delle tasse non è compatibile con il mantenimento dello Stato sociale, gli interessi di Parigi non sono gli stessi di quelli del resto della Francia, né quelli delle varie province francesi tra di loro, né poi quelli dei sovranisti francesi con quelli dei sovranisti italiani e con quelli dei sovranisti ungheresi, sebbene i vari Salvini, Orban e Le Pen amino esibire un’amicizia di facciata.

Questa idea di una società liscia e senza conflitti è una pura finzione, che evidentemente può servire per costruire dei blocchi politici provvisori – come succede in Italia con il governo di Lega e 5 Stelle, che ha trovato nella spesa improduttiva a deficit l’uovo di Colombo in grado di realizzare contemporaneamente un programma di riduzione delle tasse e di aumento dei sussidi. Ma quando le contraddizioni sono insormontabili, presto o tardi esplodono…

Di fatto l’unità di movimenti come i 5 Stelle o i gilet gialli si costruisce attorno a un significante vuoto – la lotta del Popolo contro il Potere, o in Francia la richiesta delle dimissioni di Macron – che serve a mascherare gli interessi divergenti in seno alla popolazione. Prendiamo appunto il caso francese: se le riforme fiscali proposte dal governo erano probabilmente ingiuste, è pure vero che non basterà togliere Macron dall’equazione per risolvere le contraddizioni che pesano sulla società francese, conseguenza di una crisi strutturale di lungo periodo.

Per dirlo in altro modo, la crisi del capitalismo occidentale ha messo gli individui gli uni contro gli altri, in un conflitto oggettivo. Questo conflitto, il cui palesamento avrebbe effetti catastrofici per l’ordine sociale, deve essere esternalizzato e rivolto contro un simbolo, il Potere politico. Investito di una finzione di potenza e di responsabilità, incarna il capro espiatorio di un ordine del mondo definitivamente infranto.

In Francia, i gilet gialli hanno individuato questo mediatore simbolico nella figura del Presidente della Repubblica Macron, che impersona il ruolo del capo espiatorio: re da sacrificare per mantenere l’equilibrio del corpo politico. Si tratta di una funzione precisamente teatrale, com’erano già teatrali le funzioni politiche in Hobbes. La sua definizione di «persona», al sedicesimo capitolo del Leviatano, indica un soggetto «le cui parole o azioni sono considerate o come sue proprie, o come rappresentanti – sia veramente sia mediante finzione – le parole o azioni vuoi di un altro vuoi di qualunque altra cosa cui vengono attribuite» – e per chiarire il senso ne accenna una breve etimologia spiegando che «dal palcoscenico il termine è stato trasferito a chiunque parli o agisca in rappresentanza di altri, tanto nei tribunali quanto nei teatri.

Cosicché una “persona” è la stessa cosa di un “attore”, sia sul palcoscenico sia nella vita quotidiana; e impersonare è fare la parte di o rappresentare, se stessi o altri, e chi fa la parte di un altro è detto dar corpo alla sua persona o agire in suo nome». Secondo Hobbes, i rappresentanti politici sono come attori che interpretano un ruolo.

Nel Ramo d’oro, l’antropologo James Frazer aveva notato il meccanismo del capo espiatorio nell’antico culto di Diana al santuario di Nemi, nei monti Albani presso Roma, facendone la chiave d’interpretazione universale del fenomeno della sovranità. Una comunità può sacrificare il suo re così da mascherare la frattura nel corpo sociale e spostare il conflitto orizzontale attraverso una mediazione verticale. Il sistema democratico ha semplicemente reso meno sanguinario questo rituale di purificazione, ma la cosiddetta crisi economica ha fatto sì che fosse necessario ricorrervi sempre più spesso. In effetti una spiacevole conseguenza della sovranità popolare è che la responsabilità della violenza esercitata dallo Stato ricade sulla popolazione.

Essendosi inoltre diffusa l’opinione che non esiste violenza legittima, è dunque ovvio che per liberarsi da eventuali sensi di colpa gli elettori democratici tendono a votare chi gli nasconde meglio la violenza che esercita per loro conto. Il sistema democratico consiste perciò nel mascheramento degli interessi sotto forma di principi e valori, che è ciò che intendiamo per ideologia. Quando però questo mascheramento viene a cadere nell’esercizio effettivo del potere statale, per conservare l’innocenza basta che vi sia un rappresentante imperfetto sul quale riversare tutte le colpe.

Questo è il paradosso della rappresentanza democratica: perché il Leviatano funga da capo espiatorio è necessario che il rappresentante non sia del tutto rappresentativo. Ed è questo il motivo per cui la crisi della legittimità è consustanziale al funzionamento del sistema democratico liberale: un riconoscimento della piena legittimità dei rappresentanti da parte dei rappresentati costringerebbe questi ultimi ad assumersi la responsabilità della violenza esercitata dallo Stato. Perciò il governo democratico necessariamente vive in uno stato di perenne semilegittimità.

Periodicamente si sacrificano i capi, per garantire la nostra innocenza. Si devono continuamente cambiare le dinastie, interrompere le continuità, infrangere gli antichi patti: la democrazia è nata quando non siamo più stati capaci di sopportare la morale sanguinaria dell’aristocrazia e abbiamo avuto bisogno di ricorrere a un sofisticato sistema di leve e specchi per nascondercela.

Si nota con il passare degli anni la rapidità crescente con la quale i governanti bruciano la loro popolarità poco dopo le elezioni per diventare il bersaglio del risentimento della popolazione. Viene da chiedersi se in fondo il ruolo di un governante non sia altro che farsi odiare per impedire alla società di odiare se stessa. Le grandi catarsi collettive degli ultimi anni ratificano un profondo sentimento di impotenza. Se non fosse che la purificazione non è mai totale, bensì lascia un residuo mimetico, come per effetto dell’assuefazione. Ogni rito chiama un nuovo rito.

Per non ripiombare nello stato di natura, che ovviamente non ha nulla di naturale in senso biologico, questa società civile in dissoluzione esprime un bisogno incessante di sacrifici simbolici: vetrine da spaccare e re da decapitare. Il perimetro dell’eterotopia è sempre più ampio, la sua durata sempre più lunga: rischia oggi di investire l’Europa intera. In molti ironizzavano sulla «insurrezione che viene» annunciata nel 2007 dal Comitato Invisibile, e che non veniva mai; l’invocazione era poi rinnovata in un paio di opere successive che suonavano come lamenti di vecchi nostalgici, e invece la storia sembra infine aver dato loro ragione: l’insurrezione viene. E le idee del Comitato riaffiorano qua e là, influenzano pezzi di movimento oppure riescono a fornire un’interpretazione di certi sentimenti inespressi: la loro teoria fornisce una spiegazione alla violenza cieca del blocco nero che abbiamo visto all’opera nelle strade di molte città europee. «Un’unica ondata mondiale di sollevazioni che comunicano impercettibilmente fra loro», la definiranno poi nel saggio Ai nostri amici, essi stessi consapevoli che in fondo i simboli del potere non sono altro che «trappole per rivoluzionari».

Nel 2016 due autori vicini al Comitato, per non dire suoi membri diretti o indiretti, affermavano su Libération che la politica come la conoscevamo è morta. Al suo posto proponevano un «processo destituente». Con ciò intendevano che invece di cadere nella trappola di una rappresentanza democratica oramai superata, bisogna iniziare «un movimento di sottrazione continua», ovvero «la distruzione attenta, dolce e metodica di tutta la politica che aleggia sul nostro mondo sensibile».

A questo fine, gli insorti avrebbero trovato «degli alleati in ogni luogo». Tre anni dopo, in effetti, nelle piazze dei gilet gialli gli anarco-insurrezionalisti manifestano a fianco dei libertarian nemici delle tasse e dei nazionalisti che denunciano la sostituzione etnica.

Ma cos’è precisamente questo processo destituente? Si tratta di un concetto che circolava nei dipartimenti di filosofia degli anni Dieci, la cui prima apparizione sembra essere in un numero della rivista franco-italiana La Rose de Personne dedicata alle rivolte nelle banlieue francesi del 2005, nel senso di un potere opposto e contrario al potere costituente.

Il concetto è stato poi popolarizzato da Giorgio Agamben, tra i riferimenti più frequenti del Comitato Invisibile, in due conferenze del 2013 e l’anno successivo nel libro L’uso dei corpi, che proprio su questo conclude il progetto ventennale noto come Homo sacer.

In un’intervista il filosofo affermava: «Credo però che uno dei nostri doveri, oggi, sia pensare un’azione politica esclusivamente de-stituente – non costitutiva di un nuovo ordine politico e giuridico». Basta con il potere costituente teorizzato dell’abate Sieyès nel 1789, basta anche con la versione comunista di Toni Negri, basta con le azioni costruttive, lo scopo finale sarà oramai la distruzione di ogni potere. Agamben arriva così al compimento del suo progetto antipolitico; ma più che Sieyès, il bersaglio polemico implicito sembra essere di nuovo il Leviatano di Thomas Hobbes, come si vedeva già in un breve testo del 2010 intitolato La Chiesa e il Regno.

In quello che viene curiosamente descritto come un «appello alla Chiesa», Agamben opera una singolare sintesi tra radicalismo politico di stampo anarchico (il filosofo direbbe «anomico») e agostinismo politico, ovvero la dottrina che postula la sottomissione del potere civile a quello spirituale. Secondo Agamben la politica moderna è letteralmente infernale e oggi non vi è sulla terra nessun potere legittimo, perché ogni comunità umana deve essere governata da due poteri, uno terreno (lo Stato e la Legge) e uno escatologico (la Chiesa). Questa posizione, che riesuma la dottrina delle due spade, potrebbe essere quella di un fanatico cristiano del Seicento: Guy Fawkes, appunto. Formulata oggi, e in modo così nebuloso, suona come una specie di provocazione.

Come hanno scritto Pierandrea Amato e Luca Salza in un articolo del luglio 2014 che faceva il punto sul dibattito: «Una politica destituente ha un compito limitato ma preciso: creare le condizioni, cioè, il vuoto, perché un’altra politica, quella che oggi appare impossibile, possa accadere». L’ironia di questa frase non può non colpirci oggi, ora che abbiamo visto come il vuoto creato dall’antipolitica del Movimento 5 Stelle sia stato facilmente riempito dall’offerta politica della Lega di Matteo Salvini. Era dunque questo spazio di possibilità che la potenza destituente doveva aprire? Se questo romanticismo politico è irresponsabile, è pure vero che le democrazie occidentali non possono continuare a vivere sotto il ricatto della minaccia populista dandosi come solo orizzonte la governance del disordine. Bisogna dunque porre una domanda più radicale: è ancora possibile oggi pensare un potere legittimo?

Agamben sembra dirci di no, incarnando il sentimento di una parte crescente della popolazione occidentale. Ma di fronte alla potenza destituente dei micropoteri che si affrontano nello spazio sociale e che non scompariranno dal giorno all’indomani – tanti piccoli Guy Fawkes di confessioni differenti – è tutto l’ordine civile che rischia di dissolversi. Il conflitto orizzontale tra pari, spostato o ritardato, non scomparirà: è l’impronta di una crisi terminale del capitalismo occidentale che tocca ai limiti dello sviluppo. Ma se il potere è concepito soltanto come feticcio da sacrificare e il popolo come pura potenza destituente, è difficile immaginare in che modo potremmo fondare una legittimità che permetta poi di governare gli «spiriti animali» dell’economia. La società è un patto tra nemici: sopravvivrà alla destituzione permanente?

Nato nel 1983, vive a Parigi dove collabora con il Groupe d’études géopolitiques e la rivista Esprit. Oltre alla sua pagina Eschaton cura una rubrica per Wired. Il suo primo libro, Teoria della classe disagiata (minimum fax 2017), è stato uno degli esordi più acclamati degli ultimi anni.
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  1. […] seconda recensione si può leggere su Che Fare e Minima et Moralia ha pubblicato un estratto dal […]



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