La difesa di Bobby Fischer

Il campione del mondo Garry Kasparov racconta del personaggio più talentuoso e mitologico della storia del gioco degli scacchi, Bobby Fischer, e lo fa partendo da un libro di Frank Brady da poco uscito negli Stati Uniti, Endgame. Bobby Fischer’s Remarkable Rise and Fall. From America’s Brightest Prodigy to the Edge of Madness.
Questo articolo è apparso su
The New York Review Of Book ed è stato tradotto e pubblicato in Italia sul numero 7 (giugno 2011) della rivista 451 via della Letteratura della Scienza dell’Arte.

di Garry Kasparov

Non riuscirei a scrivere con distacco di Bobby Fischer nemmeno sforzandomi. Sono nato nel 1963, l’anno in cui Fischer trionfò al Campionato USA con punteggio pieno: undici vittorie, senza sconfitte né pareggi. E, sebbene fosse appena ventenne in quel momento, era evidente già da qualche anno che fosse destinato a diventare una figura leggendaria. Il suo libro, Sessanta partite da ricordare (Mursia, 2008), fu uno dei primi e più preziosi oggetti legati agli scacchi che ho posseduto. Quando nel 1972 a Reykjavik Fischer strappò il titolo di campione del mondo al mio connazionale Boris Spassky, io ero già un discreto giocatore di circolo che aveva seguito ogni mossa degli incontri in Islanda. Nel suo cammino verso la finale, l’americano aveva schiacciato altri due Grandi Maestri sovietici [1], e tuttavia molti nell’URSS ammiravano tacitamente il suo affascinante talento e la sua sfacciata individualità.
Sognavo che un giorno avrei giocato con lui e, alla fine, per certi versi, ci siamo realmente affrontati – anche se attraverso i libri di storia e mai di fronte a una scacchiera.
Nel 1975 Fischer aveva abbandonato l’agonismo, voltando le spalle al titolo che aveva desiderato così ardentemente tutta la vita. Dieci anni più tardi io avrei conquistato il titolo, strappandolo al suo successore, Anatoly Karpov. Tuttavia, raramente un intervistatore perdeva l’occasione di farmi il suo nome: «Riuscirebbe a battere Fischer?», «Sfiderebbe Fischer, se tornasse a giocare?», «Sa dove si trova Bobby Fischer?».
A volte avevo l’impressione di giocare una partita contro un fantasma. Nessuno sapeva dove Fischer si trovasse, né se l’uomo che rimaneva il più famoso giocatore di scacchi al mondo stesse pianificando il proprio ritorno.
Dopo tutto, nel 1985, a quarantadue anni, era molto più giovane di due degli avversari che avevo appena incontrato nelle partite di qualificazione per il campionato mondiale. Tredici anni lontano dalla scacchiera però sono molti. Certo, mi sarebbe piaciuto avere l’occasione di gareggiare con lui, e questo rispondevo a chi me lo domandava. Ma come si può competere con un mito? Avevo già Karpov di cui preoccuparmi – che non era un fantasma. Durante l’assenza del grande Bobby gli scacchi si erano evoluti, anche se molti in quel mondo erano rimasti uguali.
Fu quindi una grande sorpresa vedere riemergere nel 1992 Bobby Fischer in carne e ossa. E giocò per la prima volta in venti anni una partita – a cui ne fecero seguito altre ventinove. Deciso ad abbandonare l’isolamento che si era imposto, allettato dalla possibilità di giocare contro il suo vecchio rivale Spassky nel ventesimo anniversario del loro match per il titolo mondiale – e dai cinque milioni di dollari in palio – un Fischer appesantito e con una vistosa barba si presentò davanti al mondo in una località balneare della Yugoslavia, una nazione all’epoca dilaniata da una sanguinosa guerra.
L’incontro si svolse in circostanze bizzarre: l’improvviso ritorno di Fischer, la guerra, un losco banchiere e trafficante d’armi a sponsorizzare l’evento… Ma Fischer era tornato! Nessuno riusciva a crederci.
Come prevedibile, la partita disputata fra Fischer e Spassky a Svefi Stefan e Belgrado fu priva di vigore, anche se Bobby mostrò qualche sprazzo della genialità di un tempo. Era tornato definitivamente? O sarebbe di nuovo svanito con la stessa rapidità con cui era riapparso? E che dire della sua strana condotta durante le conferenze stampa? Il grande campione americano che sputa su un cablogramma del governo USA? Che afferma di non aver giocato per vent’anni perché «messo al bando […] dalla comunità ebraica mondiale»? Che accusa Karpov e me di avere combinato a tavolino ogni nostra partita? Si sarebbe dovuto fare finta di nulla, ma era impossibile.
Già molti anni prima i frequenti scoppi d’ira e gli sfoghi di Fischer avevano sollevato dubbi sulla sua stabilità. C’erano poi i racconti su quei due decenni trascorsi lontano dalla scacchiera: nel mondo degli scacchi circolavano voci che fosse caduto in miseria, che fosse diventato un fanatico religioso, che distribuisse volantini antisemitici per le strade di Los Angeles. Sembravano storie irreali, troppo simili a quelle secondo cui gli scacchi indurrebbero alla follia – o sui matti che giocano a scacchi – a cui la letteratura ha dedicato numerose pagine.
Una cosa era certa: i vecchi dubbi su Fischer stavano riemergendo con rinnovata insistenza. E, prima ancora che egli avesse mosso un solo pedone, io avevo già iniziato a ricevere le telefonate dei giornalisti. Finimmo per avere un curioso scambio a mezzo stampa, a distanza, con i giornalisti che riferivano a uno le risposte dell’altro. Dopo avermi ripetutamente definito nelle conferenze stampa imbroglione e bugiardo, Fischer dichiarò che si sarebbe rifiutato di giocare con me sino a quando non avesse ricevuto i centomila dollari che gli spettavano per i diritti sull’edizione sovietica del suo libro. Trovai ironico che il suo capolavoro, Sessanta partite da ricordare, che tanto aveva influenzato il mio stile di gioco, fosse ora un motivo di contesa.
Con il senno di poi, si trattò forse di una sorta di compensazione karmica, dal momento che adesso era Fischer che doveva rispondere a innumerevoli domande sulla possibilità di giocare con me. Ma almeno tutti sapevano dove mi trovavo e, da parte mia, che altro potevo dire se non che avrei certamente giocato con lui? Non credevo che ciò sarebbe realmente accaduto, soprattutto dal momento che Fischer, che continuava a definirsi campione del mondo, non si sarebbe mai sottoposto ai rigorosi allenamenti né avrebbe partecipato agli eventi preparatori indispensabili a rendere un nostro incontro competitivo.
Come dimostrato, dopo aver sconfitto Spassky nel 1992, Fischer non giocò più. Anche se il suo stile era ormai rugginoso, e lui stesso appariva disturbato, il suo giudizio di fronte alla scacchiera rimaneva lucido: aveva capito che l’Olimpo degli scacchi gli era ormai precluso.

Il suo fantasma intanto aveva rinnovato la licenza di perseguitarci ancora per qualche tempo.
In seguito i giornali tornarono occasionalmente a occuparsi di lui. L’osceno sfogo con cui celebrava gli attacchi dell’undici settembre, inizialmente mandato in onda da una radio filippina, ha fatto il giro del mondo su internet. Nel luglio del 2004 fu arrestato, in Giappone, perché trovato in possesso di un passaporto non valido, e detenuto per otto mesi – sino a quando non gli fu conferita la cittadinanza islandese. (Dopo l’incontro con Spassky nel 1992 in Jugoslavia, tenuto in violazione delle sanzioni Onu, per gli USA, Fischer divenne un ricercato. Durante la prima conferenza stampa che precedette l’incontro, l’americano sputò su un cablogramma con cui il governo di George H.W. Bush gli ingiungeva di non prendere parte all’evento. Malgrado ciò, Fischer aveva continuato per dodici anni a viaggiare indisturbato fuori dagli Usa, e il suo arresto in Giappone fu per lui – e per tutti – una sorpresa).
Infine, il 17 gennaio del 2008 Fischer morì, a Reykjavik, dopo una lunga malattia per la quale aveva rifiutato le cure. Una decisione per certi versi tipica di Fischer, che era cresciuto giocando a scacchi contro se stesso perché non aveva nessuno con cui giocare. E dopo aver lottato sino all’ultimo e dimostrato a se stesso di essere il suo avversario più pericoloso.
La straordinaria vita e la personalità di Fischer non mancheranno certo di ispirare molti altri libri, e probabilmente anche film e tesi di laurea. Non c’è dubbio però che gli autori di queste opere a venire difficilmente saranno più qualificati per scrivere su di lui di quanto lo è Frank Brady. Intimo amico di Fischer durante gli anni della giovinezza, e a sua volta “uomo di scacchi” nonché esperto biografo, Brady è anche l’autore della prima e unica sostanziale biografia sul suo conto: Bobby Fischer. Profile of a Prodigy (1965, rivista nel 1973).

È difficile immaginare di presentare un soggetto più difficile di Bobby Fischer in maniera accurata e imparziale. Fischer era un tipo solitario e non si fidava di nessuno; il suo carisma attrasse adulatori estasiasti e spietati detrattori. Le sue opinioni erano ferme, e tendevano a suscitare reazioni altrettanto risolute in coloro che lo conobbero – e in tutti gli altri. Della sua ristretta famiglia oggi non rimane nessuno: sua madre, Regina Fischer, e l’unica sorella, Joan Targ, più grande di lui, sono entrambe decedute. Inoltre, la generale inaccessibilità di Fischer ha favorito l’insorgere di innumerevoli voci e smaccate calunnie sul suo conto, che rendono il compito del biografo ancora più complesso.
Alla luce di tutto ciò, il libro di Brady appare come un’opera di grande equilibrio e un’impresa di tutto rispetto. Non c’è motivo di dubitare, prima ancora di prendere in mano il libro, che a Brady piacesse Bobby Fischer e che sia stato animato dall’interesse dell’amico e dalla passione dell’ammiratore per l’eroe americano degli scacchi. Di questi sentimenti però, in Endgame non traspare che qualche traccia. Il libro non si tira indietro di fronte ai lati più oscuri del carattere di Fischer, che però Brady si astiene dal giudicare o diagnosticare, dando in questo modo la possibilità al lettore di soppesare i dati a disposizione e giungere a conclusioni proprie – o di astenersi del tutto dal formulare giudizi, per godersi in pace questa storia di ascesa e caduta che presenta non poche affinità con una tragedia greca.
Un’inesattezza, dovuta più che altro a un’enfatica forzatura, emerge quando Brady afferma che Fischer non fosse consapevole del fatto che il grande campione del mondo Mikhail Botvinnik, suo avversario alle Olimpiadi di Varna del 1962, avesse ricevuto aiuto durante un intervallo di gioco. Tale usanza sovietica era non solo ben nota, ma – viste le circostanze – anche scontata, dal momento che si trattava di una gara a squadre. Non è possibile che Fischer fosse all’oscuro di quanto stava accadendo.
Quella di iniziare il racconto dalla fine appare come una scelta ovvia, poiché è proprio il periodo su cui sono state scritte nel passato più verità e fandonie. Perché, in che modo, poté Bobby Fischer – che amava gli scacchi, e solo gli scacchi, più di chiunque lo avesse preceduto o sia venuto dopo di lui – abbandonare le competizioni non appena conquistato il titolo mondiale? Il suo non è il caso di una star che sceglie di uscire di scena al culmine del successo: Fischer non pensava di ritirarsi. Aveva ventinove anni, era nel pieno delle capacità e aveva finalmente raggiunto la fama e la fortuna che da sempre sapeva di meritare.
La vittoria su Spassky a Reykjavik – il “match del secolo” – lo aveva reso campione del mondo, star mediatica e decorato eroe della guerra fredda. Stava iniziando a ricevere delle offerte senza precedenti: milioni di dollari in contratti pubblicitari, esibizioni, praticamente ogni cosa alla quale avesse voluto accostare il proprio nome o il proprio volto. A parte qualche marginale eccezione, le rifiutò tutte.
Occorre ricordare che prima di Fischer attorno agli scacchi girava pochissimo denaro, anche in base ai modesti standard di oggi. Mentre gli assi sovietici erano sovvenzionati dallo stato, nel resto del mondo l’idea di guadagnarsi da vivere esclusivamente giocando era una chimera. Quando Fischer si impose al torneo di Stoccolma nel 1962 – durato cinque estenuanti settimane e valido per la qualificazione al circuito del campionato del mondo – si portò a casa 750 dollari di premio.
Naturalmente fu lo stesso Fischer a cambiare la situazione, e ogni giocatore di scacchi venuto dopo di lui ha un debito di riconoscenza nei suoi confronti, per gli instancabili sforzi con cui egli tentò di rendere questo sport più rispettato e meglio retribuito. Spassky lo definì, meritatamente, «il presidente onorario del nostro sindacato». A causa di questi sforzi, Fischer divenne il peggior incubo degli organizzatori di tornei – ma la cosa non lo preoccupava. Dieci anni dopo la vittoria di Stoccolma, il campionato del mondo del 1972 prevedeva come premio l’astronomica cifra di 250.000 dollari – oltre a una percentuale sui diritti televisivi dell’evento.
Non sarebbe quindi del tutto fuori luogo affermare che l’impatto di Fischer sul mondo degli scacchi riguardò tanto i compensi che il gioco in sé. Il campionato del mondo divenne un evento molto seguito e, come si sa, i soldi fanno girare il mondo. I tornei e i giocatori di scacchi ottennero una nuova rispettabilità, benché non tutti raggiunsero una fama che poté durare più a lungo di quella dello stesso Fischer.
Tra il 1985 e il 1990, la mia epica serie di incontri contro Anatoly Karpov alimentò la fiamma delle sponsorizzazioni fino a scatenare un incendio – e, adesso che erano in gioco milioni di dollari, non gareggiavamo più solo per la gloria dell’Unione Sovietica. Da Fischer non avevamo imparato solamente a giocare a scacchi. L’anno scorso, la finale del campionato del mondo a Sofia, in cui l’indiano Viswanathan Anand ha difeso il titolo contro il bulgaro Veselin Topalov, metteva in palio quasi tre milioni di dollari, e questo malgrado l’evento non sia stato realmente reclamizzato al di fuori del mondo degli scacchi.

Oggi, malgrado le federazioni corrotte e la mancanza di coordinamento, i migliori giocatori se la passano piuttosto bene, e possono dedicarsi al perfezionamento del loro gioco senza dover arrotondare i propri guadagni con lezioni o scrivendo libri
Giovane, famoso, ricco, e al culmine della carriera, Fischer decise di fare una pausa. Che prolungò, e prolungò ancora. A quell’epoca i tornei importanti erano relativamente rari, e nessuno si stupì del fatto che, nel primo anno successivo alla vittoria del titolo mondiale, Fischer non partecipò a nessun incontro. Ma il secondo anno? Il ciclo triennale del campionato del mondo, organizzato dalla Federazione Internazionale degli Scacchi (FIDE), si era già messo in moto per produrre l’uomo che avrebbe sfidato Fischer nel 1975. Ed egli, ovviamente, non avrebbe dovuto attendere sino ad allora per giocare il suo primo incontro dopo la vittoria su Spassky.

Eppure, è esattamente ciò che fece.
Già molto prima della scadenza dei tre anni, intanto, si era iniziato a discutere sul formato del campionato del 1975. Fischer, senza sorprendere nessuno, aveva idee chiare sul modo in cui l’evento avrebbe dovuto svolgersi incluso il ritorno al vecchio sistema senza limiti per il numero degli incontri. Come nel caso di altri eterni dibattiti che circondano Fischer, Brady rende questa storia misericordiosamente breve, lasciando al lettore decidere se le richieste di Fischer fossero estreme ma giuste, o motivate da uno smaccato interesse. La FIDE non accettò tutte le proposte, mentre per Fischer era o tutto o niente. E alle fine l’americano rinunciò al titolo.
La sorprendente notizia scatenò uno dei più imponenti tentativi di “psicoanalisi in contumacia” a cui il mondo abbia mai assistito. Perché Bobby non giocò? Era forse talmente convinto che il sistema da lui proposto per il campionato fosse l’unico ammissibile, al punto da rinunciare al titolo? Si era forse trattato di una finta, di uno stratagemma con cui aveva cercato di ottenere una posizione di vantaggio, o maggiori guadagni? Forse non lo sapeva nemmeno lui.
Secondo una teoria di cui non si è molto parlato, Fischer era forse impensierito dal suo sfidante, il ventitreenne Anatoly Karpov, uomo di punta di una nuova generazione. Quando nel 2004 ventilai tale possibilità in Fischer e le stelle dell’occidente [2], il mio libro su Fischer, ricevetti delle reazioni incredibilmente ostili – e non semplici rimostranze dei sostenitori di Fischer che mi accusavano di diffamare il loro eroe. Esistono molte prove a conferma del fatto che se l’incontro avesse avuto luogo Fischer sarebbe stato il favorito – come dimostra la testimonianza dello stesso Karpov, il quale affermò esattamente questo, e in seguito stimò le proprie probabilità di vittoria attorno al quaranta per cento.
Né sostengo che Karpov sarebbe stato il favorito, o che nel 1975 egli fosse un giocatore più abile di Fischer. Ritengo però che esistano delle convincenti prove circostanziali a favore dell’ipotesi che Fischer avesse dei buoni motivi per provare inquietudine per ciò che aveva scorto nel suo sfidante. Occorre tenere a mente che Fischer non disputava una partita seria da tre anni. Questo spiega la sua insistenza affinché l’incontro avesse una durata illimitata, protraendosi sino a quando uno dei due giocatori non avesse raggiunto dieci vittorie. Considerata la frequenza dei pareggi nelle partite di alto livello, un simile match si sarebbe protratto probabilmente per molti mesi, dando a Fischer il tempo di riprendere la mano e imparare a conoscere Karpov, contro il quale non aveva mai giocato.
Karpov era la punta di diamante della nuova generazione, nata sulla scia di Fischer. Giovani di cui Fischer aveva pochissima esperienza, e il cui approccio era diverso da quello di tutti i grandi giocatori che egli aveva sconfitto nella sua corsa verso il titolo del mondo. Nel torneo degli sfidanti, Karpov aveva stracciato Spassky e sconfitto Viktor Korchnoi, altro bastione della vecchia generazione. Posso immaginare come Fischer, nel ripassare le mosse di quegli incontri e in particolare lo stile meticoloso e risoluto esibito da Karpov contro Spassky, iniziasse a provare una certa insicurezza.
Frank Brady invece esclude frettolosamente questa possibilità, forse giustamente, dal momento che non sapremo mai cosa pensasse Fischer né – quel che è peggio – cosa sarebbe accaduto se l’incontro Fischer-Karpov avesse avuto luogo. Dal canto mio, ho letto con stupore che ci furono dei contemporanei che non attribuirono la colpa del mancato incontro alle paure di Fischer. Brady cita un articolo di Robert Byrne, esperto di scacchi del ‘New York Times’, intitolato Bobby Fischer’s Fear of Failing (La paura di perdere di Bobby Fischer, n.d.t.), pubblicato pochi giorni dopo che Karpov si era aggiudicato il titolo. Byrne afferma che Karpov non avrebbe rappresentato una minaccia per Fischer – anzi, dice, non avrebbe avuto alcuna possibilità di batterlo. Ma, aggiunge, Fischer aveva sempre preso delle grandi precauzioni per scongiurare la sconfitta, al punto da rinunciare a partecipare a degli eventi in cui riteneva che troppo sarebbe stato lasciato al caso.
Nel respingere questa teoria, Brady non individua il punto: «Tutti sembravano dimenticare che di fronte alla scacchiera Bobby non temeva nessuno». È vero: una volta seduto alla scacchiera Fischer stava benone! Le sue grandi crisi di insicurezza lo affliggevano sempre prima di raggiungere la scacchiera, prima di salire sull’aereo. Il suo perfezionismo, la sua assoluta convinzione di non poter fallire, non gli consentivano di mettere a rischio quella perfezione. E non ho dubbi che, soprattutto dopo tre anni di pausa, egli vide in Karpov un rischio significativo.
Tra gli innumerevoli, infiniti, dibattiti che circondano Fischer ce n’è uno che riguarda gli eccessi della sua condotta. Erano il prodotto di un animo dissennato e tuttavia sincero, o un’estensione della sua divorante ambizione di conquista? Fischer aveva dei principi solidi, ma il predatore che era in lui era ben consapevole degli effetti che le sue gesta stravaganti producevano sui rivali. Nel 1972 a Reykjavik Boris Spassky, un uomo dai modi squisiti e non preparato agli infiniti rinvii e alle proteste di Fischer, giocò ben al di sotto delle proprie capacità.
Nel 1974 Karpov sconfisse invece Spassky senza esitazione, e senza ricorrere ad alcuno stratagemma. Si può ragionevolmente supporre che l’incontro con Spassky abbia rappresentato per Karpov una delle sue migliori imprese di sempre, e Fischer di certo non mancò di rilevare le doti di quello che avrebbe dovuto essere il suo sfidante. Fischer spesso era sconcertato dalle sfumature di colore della vita reale, ma vedeva molto chiaramente nel bianco e nero (degli scacchi). In Karpov, oltre a uno stile di gioco moderno, vide senz’altro un giovane uomo determinato, lontano dalle romantiche nozioni che avevano caratterizzato la vecchia generazione, e che non si sarebbe lasciato distrarre dalle bizze lontano dalla scacchiera. (Tutte le fonti concordano nell’affermare che nel gioco alla scacchiera Fischer fosse scrupolosamente corretto). Sincere o no, le proteste di Fischer – sulle condizioni di gioco, i modi dell’avversario, e, immancabilmente, il denaro – erano parte imprescindibile del suo repertorio quanto la Difesa Siciliana [3].
L’improvviso abbandono di Fischer ci porta a un’altra domanda destinata a rimanere senza risposta: se la FIDE avesse accettato tutte le sue richieste, avrebbe giocato? La FIDE aveva accettato ogni condizione eccetto una, in base alla quale nel caso di un risultato 9-9 Fischer avrebbe mantenuto il titolo. Questo significava che lo sfidante per vincere avrebbe dovuto conseguire un risultato di almeno 10-8, dando quindi un sostanziale vantaggio al campione in carica. Se la FIDE avesse accettato, e Fischer avesse poi posto nuove condizioni, il capitolo avrebbe potuto concludersi senza possibili recriminazioni. Ma così non è stato. Ci siamo persi un incontro che sarebbe stato uno dei più grandi della storia, e siamo condannati a domandarci per l’eternità cosa avrebbe fatto Fischer. Alla luce di ciò, quel 10-8 non sembra poi uno svantaggio così inaccettabile.
Ironicamente, dopo che Fischer aveva ormai abbandonato la scena degli scacchi, la FIDE implementò alcune delle sue proposte, compresa quella che prevedeva delle partite senza limiti di durata. Karpov fu inoltre tutelato da una clausola che gli consentiva di chiedere una rivincita, e gli garantiva un vantaggio almeno pari a quello che Fischer aveva chiesto per sé. L’assurdità della partita senza limiti di durata fu definitivamente dimostrata quando la sfida tra Karpov e me durò quarantotto incontri in un arco di 152 giorni (un numero record) senza che fosse decretato un vincitore. E la vittoria sarebbe andata a chi per primo avesse totalizzato sei vittorie, e non le dieci auspicate da Fischer!
Brady fornisce uno schietto resoconto dell’ascesa di Fischer, affermatosi nel 1957, a quattordici anni, come il più giovane campione USA di tutti i tempi. La vittoria di un americano su quanto di meglio il mondo sovietico degli scacchi potesse produrre fu accolta con incredulità.
Anche Walt Disney avrebbe esitato a concepire la storia di una povera madre single, che tra un trasloco e l’altro cerca di completare gli studi mentre il suo giovane figlio è disorientato e viene sballottato di scuola in scuola. Il tutto per di più mentre viene indagata dall’Fbi, che la ritiene una potenziale spia comunista. Regina Fischer fu una donna straordinaria, e non solo perché produsse un campione di scacchi. Malgrado si crucciasse di tutto il tempo che Bobby trascorreva sulla scacchiera, capiva che quella era l’unica cosa che lo rendesse felice. In seguito sposò la passione del figlio, e si dedicò alla costante ricerca di fondi per finanziare le sue imprese – al punto da scrivere una lettera al leader sovietico Nikita Khrushchev, chiedendogli di invitare Bobby a una rassegna scacchistica.
Essendo a mia volta unico figlio di una madre-agente-promoter determinata, non posso fare a meno di domandarmi come sarebbe stato Fischer se avesse avuto una situazione familiare diversa. Io persi mio padre da giovane, ma a differenza di Fischer sono sempre stato circondato da parenti. Il padre di Fischer non è mai stato presente nella vita del figlio, e – purtroppo – Endgame non fa luce su una delle voci più sinistre circolate sul conto di Fischer negli ultimi anni, ovvero che lo scienziato tedesco Hans Gerhardt Fischer probabilmente non fosse affatto suo padre. Benché il suo nome appaia sul certificato di nascita rilasciato a Chicago nel 1943, egli non entrò mai negli Stati Uniti dopo che Regina vi si stabilì di ritorno dalla Russia, passando per Parigi, insieme alla loro figlia maggiore Joan. Esiste un altro scienziato, un ebreo ungherese di nome Paul Nemenyi, che insegnava negli Stati Uniti, molto vicino a Regina e che per anni inviò denaro alla famiglia. Nelle foto appare sconcertantemente simile a Bobby Fischer da adulto. Tuttavia, a parte una fugace menzione, Brady non mostra alcun interesse per questa controversia.
Il libro si concentra, com’è giusto, su Bobby e sugli scacchi – benché io sperassi di trovarvi informazioni più sostanziose circa la natura del genio di Fischer e sulla sua infanzia, al di là del suo celebre commento: «A un certo punto, diventai semplicemente bravo». Forse, però, non esiste altro materiale. E la natura del genio è probabilmente indefinibile. Fischer univa alla passione per i puzzle infinite ore di studio e di pratica con gli scacchi. L’abilità di concentrarsi per tutte quelle ore è, in sé, un dono innato, e la disposizione a lavorare duramente un talento.

Generazioni di artisti, scrittori, matematici, filosofi e psicologi si sono domandate cosa, esattamente, dà origine a un grande giocatore di scacchi. Di recente anche gli scienziati si sono uniti alle ricerche, e, muniti di moderne apparecchiature per la scannerizzazione del cervello, hanno provato a individuare le regioni cerebrali che si attivano mentre un campione contempla la sua mossa successiva. Un’indole ossessivo-competitiva può dare luogo a un capace giocatore di squash, o a un bravo (o mediocre) banchiere. Ma non basta a spiegare una persona come Fischer.
Ciò non è necessariamente un complimento. Poiché molti validi giocatori di scacchi hanno successo come cambiavalute e agenti di borsa, immagino che questi ruoli richiedano delle analoghe competenze e capacità di calcolo intuitivo. Tuttavia, la propensione agli scacchi non richiede altro al di fuori di queste.
Ho sempre sostenuto che quanto impariamo dall’utilizzo delle nostre facoltà (analizzando i nostri punti di forza e le nostre debolezze) sia molto più importante. Se riesci a programmarti in maniera da trarre insegnamenti dalle tue esperienze attraverso l’assidua verifica di ciò che è efficace e ciò che non lo è, e a comprenderne i motivi, gli scacchi possono rivelarsi davvero preziosi. Attraverso il gioco ho imparato molte cose sul procedimento attraverso cui giungo a delle decisioni. Sono insegnamenti applicabili ad altri settori, ma lo sforzo che ne è alla base ha poco a che fare con le doti innate.
La vivacità d’ingegno di Fischer sarebbe bastata, da sola, a fare di lui una star. Tuttavia, fu la sua inarrestabile, addirittura patologica dedizione a rivoluzionare gli scacchi. Fischer studiava costantemente; analizzava ogni gara importante in ricerca di nuove idee per migliorarsi. Leggeva ossessivamente libri e riviste, al punto da imparare sommariamente il russo per poter ampliare le fonti a sua disposizione. Studiava ogni avversario – quanto meno quelli che considerava meritevoli di tale preparazione. Brady racconta di aver cenato con Fischer, all’epoca adolescente, e di aver ascoltato la sua analisi incredibilmente profonda dell’apertura di David Bronstein prima che i due si incontrassero nel torneo di Mar del Plata nel 1960. Mentre qualsiasi principiante oggi ha a portata di mouse tutte le partite di scacchi mai giocate negli ultimi secoli, nessuno prima di Fischer si era mai preparato tanto approfonditamente – se non per le partite del campionato mondiale. E le sue ossessive ricerche davano a Fischer un incredibile vantaggio competitivo.
Nel gioco Fischer era incredibilmente obiettivo, molto tempo prima che i computer spogliassero gli scacchi dei tanti dogmi e presupposti che per secoli li hanno dominati. Grazie alla sua abilità di guardare tutto con occhi nuovi, Fischer rilanciò alcune posizioni da tempo considerate deboli. I suoi metodi concreti sfidavano i precetti basilari, come quello secondo cui il giocatore più forte deve rimanere in attacco. Fischer dimostrò che la semplificazione – ovvero la riduzione delle forze attraverso gli scambi – rappresentava spesso la via migliore, purché si mantenesse l’iniziativa. Benché il grande cubano José Capablanca avesse adottato già mezzo secolo prima questo stile, Fischer diede della “vittoria tramite la chiarezza” un’interpretazione moderna che apparve come una rivelazione. Il suo vivace dinamismo innestò una rivoluzione, e gli anni compresi tra il 1972 e il 1975, durante i quali egli già viveva in esilio volontario, rappresentarono per l’evoluzione degli scacchi un periodo più fecondo dell’intero decennio che li aveva preceduti.
L’atteggiamento intransigente di Fischer ebbe sul mondo degli scacchi un impatto addirittura maggiore rispetto ai risultati da lui conseguiti. Non mi riferisco ad alcuna “mossa speciale”, come spesso sospetta chi non ha familiarità con questo sport. Il fatto è che Fischer giocava ogni partita con intensità estrema, come se fosse l’ultima. È il suo spirito combattivo che i suoi contemporanei ricordano soprattutto di lui come giocatore.
Se il genio è difficile da definire, la follia lo è ancora di più. E qui devo riconoscere, di nuovo, l’abilità di Brady nel muoversi su terreni insidiosi mentre presenta il campione americano attraverso le sue stesse parole e azioni, cercando solo a tratti di spiegarlo e difenderlo. O proporre una diagnosi. Fischer, benché non fosse stato mai esaminato attentamente da un professionista, fu dichiarato colpevole, innocente o malato da milioni di dilettanti che non lo conobbero mai. Qui Brady non si lascia tentare dal desiderio di stabilire se chi soffre di disturbi mentali sia o meno responsabile delle proprie azioni.
A partire dalla fine degli anni Novanta, Bobby Fischer iniziò a concedere sporadiche interviste radiofoniche da cui traspariva un odio sempre più profondo nei confronti del mondo – scellerati diverbi antisemiti, esultanza all’indomani dell’undici settembre. A un tratto, tutte quelle che sino a quel momento erano state per lo più voci diffuse dai pochi con cui Fischer aveva trascorso del tempo dal 1992 in poi emersero alla luce del sole, su internet. Per la comunità degli scacchi fu un’esperienza sconvolgente, e in molti tentarono di reagire. Fischer era malato, disse qualcuno, forse schizofrenico, e andava aiutato, non condannato. Altri attribuirono la colpa di tale risentimento agli anni trascorsi in isolamento, alle sconfitte personali, alle persecuzioni reali o immaginarie subite per mano del governo USA, della comunità scacchistica, e, naturalmente, dei sovietici.
Era chiaro che questa conclamata paranoia superasse di gran lunga la “follia” calcolata e addirittura rigorosa dei suoi tempi d’oro, ben descritta da Voltaire nel suo Dizionario Filosofico a proposito di Ignazio di Loyola: «che la tua follia contenga senno sufficiente da guidare le tue stravaganze; e non dimenticare di mostrarti estremamente supponente e ostinato». Come dire che una follia deliberata, che ci aiuta a raggiungere i nostri scopi, non può essere propriamente considerata folle.
Dopo che Fischer ebbe abbandonato gli scacchi, le forze oscure che si agitavano in lui non avevano più alcuno scopo. Malgrado la sgradevolezza del suo declino, egli merita di essere ricordato per il suo gioco e per quanto fece per gli scacchi. Una generazione di scacchisti americani ha imparato a giocare grazie a lui, ed egli dovrebbe rimanere per le generazioni future un modello di eccellenza, dedizione e successo. La sua tragica fiaba non ha morale, né nulla di contagioso che richieda la quarantena. Bobby Fischer è stato unico, e i suoi difetti furono tanto banali quanto il suo stile di gioco fu geniale.

Commenti
4 Commenti a “La difesa di Bobby Fischer”
  1. Paolo scrive:

    Non ho ancora finito di leggere l’articolo, che sembra interessante, ma a Londra ho visto in anteprima questo documentario, che mi è abbastanza piaciuto e non vedo citato sopra:

    http://www.imdb.com/title/tt1777551/

  2. Andrea scrive:

    L’articolo è interessante scritto molto bene sicuramente da uno dei più grandi giocatori di scacchi di tutti i tempi. Sul fatto che Fischer temesse Karpov potrebbe aver raggione ma non per le indubbie qualità di Karpov. Ho letto pure un articolo che nel match dei candidati tra Karpov e Boris Spassky l’allenatore che Spassky aveva da tanti anni e che gli aveva permesso di diventare campione del mondo nel 69′ fu inspiegabilmnete assegnato a Karpov quindi Spassky si trovò a giocare intimidito contro Karpov. Con questo non voglio togliere nulla a Karpov. Ma Fischer è stato un grande da solo contro tutto il mondo e non aveva certo lo staff di allenatori e Grandi Maestri che naturalmente aveva L’Unione Sovietica prima e la Russia adesso. Certo per il mondo degli scacchi il suo abbandono del titolo è stata una grandissima perdita e sicuramente sarebbe stato un bel match all’ultimo pedone :).
    Kasparov da parte sua elogia chi ha sconfitto (Karpov) come tutti fanno un modo forse per far vedere di essere i migliori :) Sul fatto dei brogli tra i due K la verità la sanno solo chi ha vissuto in quei giorni; certo è che Fischer era odiato da i russi e che quindi avrebbero fatto di tutto per sbarazzarsene. Contro Kasparov forse non avrebbe avuto molte chanches ma per via dell’età ma con Karpov sarebbe stato un bel match.

  3. edoardo scrive:

    Lucido commento, venato di ammirevole modestia (è Kasparov a scrivere, e molti pensano che il genio supremo degli scacchi sia lui, non Fischer). Credo che il libro di Brady valga la pena di essere letto, al contrario dell’ignobile “Re in fuga” del pennivenddolo Giacopini.

  4. alex67 scrive:

    @Andrea
    Francamente non capisco questa storia che sento di continuo secondo cui Kasparov, elogiando Karpov elogia sè stesso…
    A parte che l’allenatore si Spassky se ne era andato di sua volontà nel ’72 perchè secondo lui quest’ultimo non si stava preparando a dovere contro Fischer, io so che l’allenatore era Furman, l’allenatore di Spasky quindi potrebbe aver dato qualche suggerimento e nulla più…
    Il punto è un altro, secondo me…
    Ma siamo d’accordo o no che il Karpov del 75 sarebbe stato più forte dello Spassky del 72 ?
    mi sembra indiscutibile questo!
    E Fischer non giocava da 3 anni, davvero pensi di poter giocare al massimo della forma contro il miglior giocatore del mondo al momento senza fare errori ?
    Non è un torneo, dove arrivare secondo è un bel risultato, se arrivi secondo nel match di campionato mondiale, il titolo lo perdi!
    Quindi per me la tesi di Kasparov è giusta, giustissima, ma hanno osato toccare Fischer e il suo mito, che scherziamo ?
    Avere il 40% di possibilità, ti pare poco ? mica è il 4%…
    Interessante anche l’opinione di Spassky riportata qui: https://chessdailynews.com/fischer-karpov-and-kasparov/ secondo la quale per Boris Ficher avrebbe vinto la sfida del 75, ma a sua volta Karpov si sarebbe preso la rivincita nel 78…
    Questo dimostra che Karpov era veramente un pericolo per Fischer e solo l’età e l’inesperienza lo avrebbero fermato…
    è pure normale secondo me…
    con il passare degli anni crescono le conoscenze sugli scacchi e quelli che vengono dopo sono sempre un pò più forti di chi viene prima…

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