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La differenza tra consumo culturale e la letteratura. A proposito dell’osannato “Americani” di John Jeremiah Sullivan

Questo pezzo è uscito su Europa.

Quando ti rendi conto di essere l’unico a non amare un certo film o un certo libro, per un verso il giudizio che ne scaturisce non è su quel certo libro e quel certo film, ma su di te – cosa ho di sbagliato? -, e per cercare di non nutrire quel senso di colpa che da quando hai l’età della ragione ti hanno malevolmente insegnato a prendere per sana autocritica, l’unica chance che hai di non passare nella schiera di chi odi di più – gli snob, gli snob intellettualmente disonesti – devi almeno provare a avvalorare la tua analisi con una copiosa quantità di evidenze a supporto. Le righe che seguono sono questo tentativo.

Il libro in causa è Americani di John Jeremiah Sullivan. L’ha pubblicato Sellerio e l’ha tradotto, davvero bene, Francesco Pacifico. È una raccolta di dodici pezzi di non-fiction tra cui – per dare un’idea – un reportage a un festival di rock cristiano, una specie di diario del coma del fratello di Sullivan, una riflessione tra il biografico e il sociologico su Michael Jackson, il racconto sul posto delle giornate dopo l’uragano Katrina. Quando l’ho comprato in libreria, avevo dalla mia una serie di pregiudizi largamente positivi. Pulphead (il titolo originale) è stato recensito bene ovunque. Sul Guardian, sull’Indipendent, sulla New York Times Book Review, il corrosivo James Wood sul New Yorker gli ha dedicato un saggio superarticolato e benevolissimo, e anche in Italia ne ho sentito parlare solo bene, sia a voce che in recensioni molto argomentate e totalmente encomiastiche, da cui si ricava che Sullivan sembra non solo aver scritto un bel libro, ma aver creato un modello, uno stile-stella polare per il new-journalism degli anni ’10. Il nuovo Tom Wolfe, il nuovo Hunter S. Thompson, il nuovo David Foster Wallace.

Parto con le premesse innegabili. Sullivan è un bravo giornalista. È un giornalista assolutamente al di sopra della media dei giornalisti che scrivono di fenomeni culturali: ha un lessico decisamente ampio, una serie di stilemi narrativi di provenienza molto varia che mescola con scaltrezza, fiction e non-fiction (ci sono i post-moderni, i minimalisti, i new-journalist, c’è Jonathan Franzen e Joan Didion, gli ebrei newyorchesi e i midwestern, Philip Roth e William Faulkner, Gary Steingarth e Cormac McCarthy…), una buona capacità di tenere insieme il pezzo per quanto l’argomento possa essere pretestuoso o le digressioni lo divorino dall’interno.

Dopo le debite premesse, arrivo in un lampo a delle conclusioni affrettate che devo dunque appena dopo corroborare e esplicitare. Sullivan non è uno scrittore di letteratura.
Non lo è per una serie di motivi che provo ad elencare.

1. Non ci dona nessun mistero. Nonostante dichiari di portarci di volta in volta in un mondo che per lui stesso è una scoperta, l’impressione che abbiamo alla fine di ogni essay è di non aver conosciuto nessun altrove, ma solo di aver esaurito ogni volta l’esperienza, come l’aver completato il quadro di un videogioco sparatutto, come aver visitato un paese seguendo tutti i consigli della Lonely Planet, come vedersi un film perché c’è scritto “per una bella serata in compagnia”.
Questo è particolarmente irritante quando per esempio Sullivan racconta di sé. Il secondo pezzo di Americani, “Piedi di fumo” è la breve cronaca del coma accaduto al fratello Worth, che “la mattina del 21 aprile 1995 avvicinò la bocca a un microfono in un garage di Lexington, Kentucky, e rimase fulminato”. Undici pagine di questa sorta di diario con appunti di quei giorni dolorosi sintetizzano ad uso del lettore l’esperienza di avere un fratello tra la vita e la morte: la leggerezza ironica gli fa dire che sembrava “strafatto” nel primo periodo di risveglio dal coma e “un ubriacone” nei suoi primi tentativi di tenersi in piedi per i corridoi dell’ospedale, l’arguzia nel trovare metafore lo porta a ridurre il ricordo del tempo di attesa a questa immagine: “Il periodo di attesa mi torna alla mente come un collage di pessimo cibo, cauti incoraggiamenti delle infermiere, e la presenza inquietante di mio fratello supino nel letto, un oracolo che avrebbe potuto rispondere a tutte le nostre domande ma si rifiutava di parlare. Rotavamo circolarmente dentro e fuori la stanza come turisti in un museo”. Un oracolo e dei turisti: è il massimo che il cuore di Sullivan riesce a ricavare di fronte a un fratello che non si sa se vivrà? Quanta assenza di empatia si rivela in queste pagine, tanto da farmi disaffezionare a un personaggio per cui d’acchito proverei solo commozione, un bambino che sta al forse-capezzale del suo fratellone? E – notazione di carattere etico – verso la fine del pezzo, dopo aver rivelato al lettore le parole che Worth ha pronunciato risvegliandosi da un incubo ancora nel letto d’ospedale, Sullivan dichiara: “Non ne abbiamo più parlato. È difficile parlare con mio fratello dell’incidente. […] Alle riunioni di famiglia, l’argomento dell’incidente salta fuori naturalmente, ma lui ci guarda con una specie di sospetto. È la storia di un’altra persona, una storia che lui crede che stiamo impapocchiando giusto un po’”. Ora, mi domando: questa storia dell’incidente è ancora così confusa per il diretto interessato, e tu ne scrivi come se niente fosse? Worth è davvero un semplice oggetto su cui scrivere uno short essay per GQ?

2. Nel saggio che apre la raccolta, i difetti di Sullivan, compresa questa ambiguità etica e quest’assenza di empatia sono presenti tutti insieme, nonostante l’intento di “Su questo rock” sia precisamente l’opposto: un’immersione senza filtri in un festival di rock cristiano per esplorarne la dimensione comunitaria, quella sociale e anche quella religiosa.
Sullivan usa tutti i (buoni e soprattutto cattivi) trucchi stilistici per fare questo reportage:
– all’inizio è un tamburellare di frasi apodittiche e elusive a voler dar forma a una captatio benevolentiae così spaccona da risultare simpatica solo a un lettore intimidito: “Non dovrei vantarmi, ma avevo un piano perfetto”, “Una storia niente male per le future generazioni”, “E tra i seguaci di Cristo ce ne sono parecchi di spostati. A lui piacevano così”…
– mancanza di raccolta di dati: in questo lungo excursus sul rock cristiano Sullivan basa i suoi giudizi sociali su impressioni proprie e altrui, senza mai verificarle o confrontarle con degli studi sul campo, senza mai andare a chiedere all’organizzazione dei comunicati ufficiali;
– il tono che Sullivan adotta è quello di un intellettuale nella landa dei buzzurri: nonostante il saggio voglia rovesciare questa asimmetria e farci sembrare alla fine come dalla distanza abissale si arrivi a una specie di strana condivisione, sono le piccole notazioni a margine che rendono così inconsciamente spocchioso: non abbiamo mai la sensazione che le persone che incontra gli interessino veramente o che finito di scrivere questo saggio se le porterà nel cuore in un modo o nell’altro, ma – al contrario – è come se messa la parola fine avesse completato il proprio compito sul tema.
– anche in “Su questo rock” sposta l’obiettivo di 180°: l’occasione della madeleine gli viene quando sul palco salgono i Petra, un gruppo che Sullivan aveva ascoltato da giovane e è il pretesto per una parentesi confessionale sui tre anni di “periodo cristiano” che Sullivan ha attraversato. Ecco, tre anni, un’esperienza probabilmente importante per quantità se non per qualità, ridotti a cinque pagine all’interno di un reportage sul rock cristiano, pagine in cui si leggono battute del tipo “Salvavamo anime come pazzi, accumulando tesori in cielo”. Ma anche qui, il punto è probabilmente la prospettiva etica, ossia l’onestà dell’autore: perché non ci ha detto in partenza che dai diciassette ai vent’anni ascoltava rock cristiano? È credibile che se ne sia ricordato soltanto quando ha visto esibirsi i Petra?
– quello che rende la scrittura di Sullivan ancora meno libera d’interpretazione, perennemente intrisa di autocommenti da parte dell’autore, è la scarsità di dettagli sensoriali: passiamo giorni e giorni in questo immenso festival rock e gli odori, i colori, i suoni sono ricordati rarissimamente, così come le percezioni corporee: Sullivan sembra voler così bene al proprio cervello di dimenticarsi di avere un corpo;
– la mancanza di capacità empatica sembra quasi una patologia per Sullivan, nel momento in cui alla fine di “Su questo rock” gli capita di veder morire un uomo proprio in faccia: “Era alto, sui sessanta, i pantaloni corti e camicia button-down a maniche corte. E be’… morì. Un infarto gigante. Ero lì, mi cadde ai piedi”.
Io non so se vi sia mai capitato di assistere a una scena del genere in vita vostra, ma la reazione emotiva che Sullivan tira fuori da tutto questo è: “Tornai al camper e, come dicono le signore dalle mie parti, caddi a pezzi. Mi misi a piangere e poi per qualche motivo mi fermai. Mi sentivo insensatamente sensibile e solo. Che testa di cazzo ero stato a pensare che il viaggio sarebbe stato una passeggiata. C’erano troppi fantasmi. Tutti sembravano strani e tanto familiari. E in più credo stessi morendo di fame. La carne di rana era stata superba ma scarsa”. Stop. Fine dell’elaborazione.

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Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
6 Commenti a “La differenza tra consumo culturale e la letteratura. A proposito dell’osannato “Americani” di John Jeremiah Sullivan”
  1. Fabrizio scrive:

    In fondo qui leggiamo che a Raimo il libro non è piaciuto per tante ragioni (forse anche condivisibili): è superficiale, pomicione, strascicatello. Ma perché ciò non lo renderebbe neppure “letterario”? Non capisco il criterio del giudizio. A me sembra una buona occasione per parlare della rilevanza o dell’acutezza di ciò di cui si vuole scrivere, una volta tanto.

  2. SERENA scrive:

    mi sembra che da troppo tempo Raimo recensisca solo i libri che non gli sono piaciuti.
    Forse non ci crede, che ci sia qualcuno con la voglia di leggere dei libri belli, o forse vuole essere letto solo lui

  3. Jacopo scrive:

    Bhé, non pensateci su troppo… Raimo è lo stesso che di Gravity aveva detto “Gravity è soltanto consumo visivo”. Ieri qualche incompetente gli ha dato 7 premi oscar…

  4. Fabrizio scrive:

    Raimo mi piace. Mai letto Raimo. Ma mi piace moltissimo per quello che scrive sull’insana tendenza astrattiva…Cerebrale, degli americani.
    In fondo cosa poteva aspettarsi da un giornalista, che cristiano lo e’ stato, ma di quello ricorda un poco e solo il rock? Forse era un protestante.
    (nello stile di John Jeremiah Sullivan)

    Raimo si e’ sciolto, come la neve sotto al sole primaverile, un poco alla volta. Cosi’ e’ filtrato dentro il libro di Sullivan.
    E come l’acqua ne ha disciolto il sale, catturato l’assenza di cio’ che in america manca. Infatti nel libro di Sullivan, non c’e’ sale; non c’e’ sapienza. Non c’e’ quello che occorre per leggere la vita. Autentica empatia.
    (nello stile di Raimo)

    Concludendo nello stile mio.
    Raimo ha ragione.
    Ma diciamolo con coraggio.
    Molti americani si sono ormai interamente consumati l’anima, altro che la letteratura.
    Se Raimo lo scrive come lo scrive e’ perche’ e’ incapsulato nella gentilezza.
    Molti americani contemporanei invece sono propriamente: idiotici (non idioti…e’ solo per essere gentili)

    Un Poscritto.
    Raimo a ragione a dire che Gravity e’ consumo visivo…ma diamine! Straordinario consumo!
    Infatti non c’e’ un luogo migliore degli Stati Uniti per ingenerare un opera autenticamente estetica e retorica, ma proprio per questo onestamente divertente.
    Lo spazio mi affascina insieme alle asronavi e guardo Gravity col fiato sospeso…
    poi finito il film, torno a leggere, piu’ convinto di prima lo splendido – Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi –

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