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La disperata felicità di Sylvia

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di Giacomo Giossi

(fonte immagine)

Limiti, opportunità, realtà e immaginazione. Poi ancora percezione, lavoro, amore, occasioni e bisogni: tutti elementi sparsi e spesso confusi di una biografia, di una vita che tenta di districarsi, di darsi forma e come spesso si ripete oggi darsi visione. Un obbligo di natura si potrebbe dire, ma spesso nulla più che un piatto amaro di conformismo.

Di certo oggi il pensiero anche e soprattutto quello su di sé vive fortemente all’interno di questa coercitiva suddivisione e analisi di ruoli e sensazioni. Un inseguimento perenne ad una performance in realtà priva di ogni senso se non nella cornice di un illusorio istante che tuttavia all’istante si condanna e si perde.

Eppure un tempo è esistito anche il Greenwich Village, è esistita New York come nemmeno oggi possiamo immaginarla, sono esistiti i poeti beat ed esisteva e pulsava la giovinezza dei corpi di pari passo a quella dei cuori e tutto questo poteva contenere ambizioni, coraggio, rischio e amore al punto tale da rendere inutile ogni distinzione: si viveva e quindi si amava e il rischio di tutto questo non aveva alcun prezzo, non c’era alcun conto da pagare perché era il senso della vita stessa. Quello stare al mondo era il modo con cui si esisteva ognuno per sé e tutti insieme come per la prima volta.

Leonard Michaels racconta con ferocia e amore infinito quel tempo e lo fa con un romanzo scritto e riscritto più volte e pubblicato quando quel mondo era ormai ridotto ad archeologia d’accademia. Sylvia che vede la forma attuale nella pubblicazione del 1992 è la storia di due giovani, di un amore e di quanto non far conto delle conseguenze possa essere bellissimo e doloroso, audace e codardo al tempo stesso.

Racconto autobiografico denso e doloroso, Sylvia esplora un aspetto laterale della contro cultura degli anni Sessanta, quello di chi non era già Ferlinghetti, Ginsberg o Kerouac, quello di chi non sarebbe mai diventato Bob Dylan o Robert LaVigne, ma di chi leggeva e ascoltava non essendo lettore o spettatore, ma di quegli artisti e poeti fratello e sodale. Poi sarebbe arrivata certamente la carriere per qualcuno (Michaels morto nel 2003 era un affermato saggista con una cattedra di letteratura a Berkeley) o anche no, non conta.

Quel tempo e quel luogo, quella scommessa in buona parte persa, erano il tentativo se non di cambiare il mondo almeno di testimoniarne la possibilità. Il mondo non è cambiato, ma si è potuto mostrare che lo spazio per farlo esisteva e tanto basta a dare forza e senso ad una storia d’amore puro che arriva come un pugno allo stomaco ad un lettore quasi sessant’anni dopo con forza di un attualità che sta nel desiderio e nel godimento, nella disperazione come nella solitudine.

Leonard e Sylvia ridono molto, si divertono come folli e come folli si faranno del male, ma il mondo non è mai sullo sfondo è da loro contenuto, ma soprattutto da loro generato. La bellezza di Sylvia è nella sua follia vitale che totalizza il circostante coinvolgendolo e attraendolo e di questo Leonard è sedotto seppur spaventato. La paura si alterna al desiderio senza sosta, un desiderio totale di risa ,di felicità che prende di volta in volta la sua strada senza domande, senza bisogno di giustificazioni ad autorità alcuna.

Non un inno alla libertà o alla follia, nulla di questo è Sylvia, ma più semplicemente la pratica di una vita intima che diviene azione pubblica. Privo di retorica o dell’atmosfera artefatta da tempi perduti, Sylvia vive del desiderio e del suo libero spreco.

“La abbracciai e le chiesi se avesse voglia di andare al cinema. Rispose di sì, ma non potevamo prima mangiare qualcosa? Dissi che potevamo fare qualunque cosa volesse, ma proprio qualunque cosa, e uscimmo a cercare un ristorante, disperatamente felici.” Sylvia è un romanzo agile e rapido, da leggere in una notte febbrile. Peccato per la quarta di copertina Adelphi che dice troppo e che sarebbe meglio saltare perché anche l’intreccio definisce una vibrazione poetica di cui sarebbe bene non fare a meno (splendida invece la traduzione di Vincenzo Vergiani).

Un romanzo che ricorda a tratti la drammaticità leggera di Next Stop, Greenwich Village di Paul Mazursky e il cupo abbandono di Cinque pezzi facili di Bob Rafelson. Due film paradigma e due linguaggi diversi che pure si coagulano attorno ad un tempo che oggi pare chiuso da una settorializzazione in cui il dolore è spesso farmaceutico e la gioia quasi sempre prestazionale. Formalizzazioni che escludono dalla pratica ogni forma di selvatica immaginazione, tutte cose che necessitano della letteratura per ritrovare un respiro comune.

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