videodrome_james_woods_1-52302151

La donna che sparì in un telefono

videodrome_james_woods_1-52302151

(Immagine: una scenda di Videodrome di David Cronenberg)

di Marco Rossari

Che cosa c’è di tanto speciale lì dentro.

Solo dopo quella frase decise di fare sul serio.

Prima sapeva solo di averlo sempre con sé. Passeggiava fissando il display, soffriva durante la doccia quando non poteva tenerlo con sé, controllava gli account tra le venti-trenta volte prima di andare a dormire. Spesso si svegliava dopo mezz’ora di sonno: giusto per verificare le notifiche, lo stato di salute online, la vita.

Come tutti.

Niente di che.

La sua mente era sempre accesa. Spesso all’alba si svegliava come… come… L’unica immagine che le veniva in mente era quella con il suo telefono non appena lo metteva in carica e faceva quel confortante ronzio. Si svegliava come se una lenta scossa l’avesse appena attraversata.

L’elettricità era dolcissima.

Al supermercato, postava le foto in rete per capire se la frutta era matura il giusto. Dal parrucchiere chiedeva in diretta ai contatti se il taglio andava bene. Tendeva a fotografare le feci e a postarle online per essere rassicurata riguardo alla salute.

E così qualcuno aveva avuto da obiettare. Alle cene: “Perché guardi ogni due minuti il cellulare?”. Al cinema: “Può spegnerlo, per favore?”. A letto: “Non ti eccito abbastanza?”.

Le smorfie, le litigate, la noia.

In un’occasione l’aveva dimenticato a casa: era convinta di averlo nella borsa e, quando se n’era accorta ormai sul taxi, era troppo tardi per fare dietrofront. Un cinema e una cena. Mezza giornata senza. Era stato come se una banda di terroristi avesse preso in ostaggio suo figlio.

La svolta avvenne quando l’amica – una di quelle persone che mettono un punto di domanda in fondo a ogni frase – le chiese se la sua mania per il telefono non le stesse rovinando la vita.

“Rovinando: addirittura!” aveva riso lei.

“Ok, rovinando è eccessivo?”

“Molto eccessivo,” aveva puntualizzato, continuando a fissare il telefono.

“Diciamo che ti sta cambiando?”

“L’automobile non ti ha cambiata? La lavatrice non ti ha cambiata? Tuo marito non ti ha cambiata?”

“Be’, sì…?” L’amica ci pensò su. “Ma non mi hanno impedito di parlare con gli altri?”

“Non stiamo parlando?”

“Sì. No. Tu stai fissando il telefono?”

“È una domanda?” Sbuffò. “Lascia perdere. Sto parlando. Con te, con altri. Anche con altri. Quindi, vedi? Mi ha cambiata in meglio.”

L’amica era rimasta in silenzio. “Ti annoi?”

“No.”

“Ti diverti?”

“No. È nato prima l’uovo o la gallina?”

“Già. È nato prima l’uovo o la gallina?”

Lei non aveva nemmeno alzato gli occhi dallo schermo: “La vita. È nata prima la vita”.

Con gli uomini in carne e ossa aveva chiuso da tempo.

Chattava, sextava, aveva splendidi orgasmi da sola, con lunghi brividi che le risalivano la schiena e, nelle chattate migliori, le avvolgevano la calotta cranica come un casco di fili elettrici. O almeno non le veniva un’immagine migliore.

Comunque godeva molto.

Con il marito aveva tollerato l’alito alla birra, il peso imbestiato della massa pelosa, la scarsa attenzione verso la sua lubrificazione. E poi i bisticci, il silenzio a cena, le scorregge origliate suo malgrado passando davanti alla porta del bagno.

Tutto questo era stato spazzato via dalla bravura con le parole di lupacchiotto82, dalle interessanti perversioni riguardo a una zona chiamata perineo di Astro Man, dall’enorme immaginario cazzo di masturbator fuck pillow (“Come il braccio di un culturista che pompa dentro di te”: e lei veniva, senza doverlo provare davvero!).

Ma poi l’amica dei punti di domanda, l’ultima, l’estremo filo che la legava a quella faccenda ingombrante che era la realtà, dopo la litigata che chiuse il loro rapporto, le disse: “Un antropologo piovuto da Marte si chiederebbe che cosa c’è di tanto speciale dentro quella scatoletta nera che domina la tua vita in modo così totalizzante?”.

Era il punto di domanda che aveva fatto traboccare il vaso.

L’amica svanì, ma la frase le rimase in testa. In culo all’antropologo, in culo al sarcasmo. Ma la frase…

Che cosa c’è di tanto speciale lì dentro.

Ma certo.

Si ricordò del negozio che le faceva assistenza sotto casa e si presentò lì, appoggiando sul banco il minuscolo monolite: “Qui”.

“Problemini con il sistema operativo?” domandò il commesso nerd.

“No, tutto benissimo.”

“Quindi?”

“Voglio entrare qui dentro.”

Rimase interdetto. “Vuole… che diamo un’occhiata? S’inceppa? Si surriscalda?”

“No, voglio entrare,” fece lei. “Qui. Dentro.”

Aggrottò la fronte. “Vuole smontare i circuiti?”

“No, no. Entrare nel telefono. Io. In carne e ossa. Capito?”

Silenzio. “Non ho capito.”

“Che cosa c’è da capire? Non può farmi entrare in questa scatola?”

Quello ammutolì.

Lei afferrò il telefono stizzita e uscì dal negozio.

Nel corso della vita aveva lavorato a contatto con numerosi individui che per chissà quale motivo amavano definirsi “smanettoni”, così domandò a uno di loro un consiglio su un posto che faceva miracoli con i telefoni. Il giorno dopo si ritrovò a Chinatown, dentro una stanza ingombra di circuiti e altre diavolerie informatiche, nel cortile interno che si apriva in fondo a un vicolo cieco, davanti a un ragazzo cinese dal volto così inespressivo da risultare espressivo.

Di nuovo, appoggiò il minuscolo monolite sul tavolo, ma questa volta andò dritta al punto.

“Voglio entrare qui dentro.”

Il ragazzo non fece una piega. Prese la scatoletta e controllò il modello. Sparì sul retro e passata una decina di minuti tornò con un cavo che a un’estremità aveva lo spinotto per il cellulare e all’altra aveva una propaggine morbida, grande come una grossa gomma da masticare.

“Ecco,” fece il cinese.

“Tutto qua?”

“Tu inselisci questa nell’ombelico.”

“E poi?”

“Via.”

“Via?”

“Via. Nello smaltphone.”

Smaltphone. Le scappò da ridere: in effetti a volte usava il cellulare anche per capire se aveva scelto lo smalto giusto, in rapidi sondaggi online. “Non ce la fate proprio con la erre?”

“Con la elle?”

“Con la erre.”

Si guardarono. Era un suo pregiudizio? La stava prendendo in giro? I cinesi avevano davvero un problema di pronuncia? Poco importava. Forza. Non doveva lasciarsi scoraggiare proprio ora.

“E poi?”

“Poi nulla. Fatti tuoi.”

Non c’era nemmeno una erre in quella frase. Era un sollievo per un cinese? Chissà. O forse aveva voluto dire: “Poi nurra”. Era una parola italiana? O cantonese? Forse dentro la scatolina c’era la Nurra, una divinità terribile e onnifagocitante, la Dea dello Smaltfon, un incubo alla David Cronenberg.

“Quindi poi sono dentro?”

“Sì.”

“Lo infilo nell’ombelico e sono dentro?”

“Sì, ma devi spingele.”

“Spingere? Come? Come quando vado in bagno?”

“No, con la pancia. In fuoli.”

Rimase in silenzio. “Ma posso tornare indietro?”

“No, non puoi. Viaggio di sola andata.”

Nemmeno una erre. Bravo, che sollievo.

Uscì dal negozio.

Tornata a casa, si fece una doccia veloce, consultò gli account per l’ultima volta, fece un bel sospiro, appiccicò la gomma all’ombelico e spinse con la pancia.

Si era dimenticata di chiedere se faceva male, o comunque cosa faceva, ma sentì solo una vibrazione godibilissima, come quando arrivava un sms di Giulio, ai tempi d’oro.

E via, dentlo.

Era uno spazio simile, ma diverso. Più libero di ingombri, più mobile. Non avevi tutti quei problemi a cambiare vita e scenario, ad esempio. E c’era un’aria più pulita. Frizzante, per dirla con una parola che aveva detestato fino a un momento prima. C’era un po’ di eco, ma non troppo. E c’erano anche le persone. All’inizio le intravide in lontananza, con timore. Poi più da vicino. Non c’era imbarazzo, nemmeno diffidenza. Solo un lento avvicinamento, appena appena guardingo. Erano vestiti in modo casual, ma erano sempre molto belle. Ce n’era uno seduto su un marciapiede blu che guardava a volte le formiche, a volte il cielo. Senza nemmeno alzare gli occhi su di lei, le chiese se era nuova. Sì, era nuova, aveva fatto quella scelta da poco. Era entrata.

“Nella Nurra,” aveva detto lei per scherzare.

Lui aveva sorriso. “Tu la chiami così?”

Lei si era sentita leggera, non aveva nemmeno risposto, perché non ce n’era bisogno.

Avevano parlato di un po’ di cose, poi lui era svanito di colpo, senza salutare. Non c’erano convenevoli e questa cosa era bellissima. No, non era bellissima. Era. E basta. A volte parlava con uno e, senza quasi rendersene conto, nel discorso passavano lentamente al sesso, si spogliavano, facevano l’amore – finché a un tratto uno dei due si rivestiva, si alzava, si dileguava.

A volte faceva l’amore da sola, ma con un’altra persona: sarebbe stato impossibile farlo capire all’amica dei punti di domanda, ma era proprio così. Accadeva. Era. Potevi guardare a lungo negli occhi una persona senza dire niente, potevi parlare male di lei davanti a lei e lei non riusciva a sentire una parola, potevi guardarle a lungo dentro il cuore senza che lei se ne accorgesse: tutti erano aperti, anche quando erano chiusi. Era felice, ma non c’era bisogno di esserlo.

Poi un giorno vide un uomo con in mano una cosa. Si avvicinò. Era una scatolina rossa e lui la fissava. Fu il primo vago sentimento di irritazione che provò da quando era entrata lì (da quanto era entrata lì? Giorni, mesi, anni: non avrebbe saputo dirlo, non era rilevante). Cercò di gestire quella sensazione come meglio poteva ma fu costretta a chiedere che cosa stava facendo.

“Che cosa fai?”

“eVita.”

“È un’altra rete?”

“…”

“Sì o no?”

“…”

“Come si chiama?”

“eVita.”

“Voglio saperlo?”

“eVita.”

“Evita?”

“eVita.”

“È vita?”

“eVita.”

“Puoi dirmi una cosa?”

“…”

“Che cosa c’è di tanto speciale là dentro?”

Commenti
Un commento a “La donna che sparì in un telefono”
Trackback
Leggi commenti...
  1. […] (Continua a leggere su minimaetmoralia.) […]



Aggiungi un commento