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La famiglia vuota

In una recensione apparsa sul «Riformista», Francesco Longo ci invita a leggere «La famiglia vuota», l’ultima raccolta di racconti di Colm Tóibín, scrittore irlandese avventuriero della forma breve.

Facile, per gli scrittori irlandesi. A loro basta descrivere «la semplice bellezza della grigia luce irlandese» per dar vita a pagine grandiose. Potrebbero non raccontare altro, se non il mare e i raggi del sole. Lo sa bene Colm Tóibín, che nella sua ultima raccolta di racconti, La famiglia vuota (Bompiani) inebria il lettore a forza di incanti paesaggistici: «Laggiù le onde erano come gente che combatteva, piene di cognizione e volontà e destino e di una persistente consapevolezza della propria bellezza». Lo sanno benissimo anche i suoi nostalgici personaggi, che sarebbero capaci di nutrirsi esclusivamente della natura d’Irlanda: «Nel frattempo, tutto ciò che ho è questa casa, questa luce, questa libertà e, se ne avrò il coraggio, passerò il tempo a guardare il mare, attento ai suoi mutamenti e ai suoni che produce». Esistono almeno due tipologie di racconti. La prima comprende tutti quelli che emulano gli orologi. Tutto si incastra alla perfezione. La struttura ticchetta senza incepparsi, i dialoghi sono scolpiti, le storie sono arcobaleni di carta: durano pochi minuti e seguono una parabola geometrica. Cechov, Salinger e Carver scrivono usando la clessidra e il compasso. Ci sono poi i racconti in cui l’Imprevedibilità detta il ritmo e stabilisce la rotta della trama. O’Connor, Moody e proprio Colm Tóibín, che fa parte degli avventurieri della forma breve.

Nel racconto «Silenzio», Lady Gregory è una vedova. Rievoca il marito: Sir William Gregory. Il racconto va indietro nel tempo, fino a un loro viaggio al Cairo, dove la donna divenne amante del poeta Wilfrid Scawen Blunt. Seguiamo la vicenda a Londra, dove l’adulterio va avanti. Quando la relazione tra i due finisce lei ha «l’impressione che nulla fosse mai accaduto» e inizia a scrivere dei sonetti. Tempo dopo, ricontatta il poeta proponendogli di pubblicare quei sonetti col suo nome: «lascia credere ai tuoi lettori che stavi scrivendo con un’altra voce». I sonetti escono sei settimane prima che il marito muoia. Annota Tóibín: «Lady Gregory fece al marito la cortesia di non tenere il libro accanto al letto». La vedova riprende a vivere, e ritrova Henry James, che aveva conosciuto a Roma, molti anni prima. Una sera, racconta a James una storia. Che è una versione alterata del suo tradimento, in cui però la protagonista viene scoperta. Henry James dice che scriverà qualcosa su quella storia. È l’epigrafe di James che precede il racconto. Nei testi contenuti in La famiglia vuota, Colm Tóibín dimostra che la realtà è seminata di botole in cui si sprofonda nel passato. E che i racconti possono essere attraversati da passaggi segreti e correnti incontrollate. Basta nulla, perché il presente si squarci e il passato si ripresenti vivido: «Ciò che le era tornato all’improvviso in mente era l’unica volta in vita sua in cui era stata innamorata». I personaggi messi in scena da Tóibín sono pieni di rimorsi, corrosi dai sensi di colpa. «Forse avrei dovuto chiamarla più spesso» dice il protagonista di «Uno meno uno», ma questa è la frase che deve circolare nella testa di quasi tutti i protagonisti delle altre storie. Li accomuna, ancora, il fatto che siano tutti alla ricerca di un posto in cui sentirsi a casa. Ma quando tornano nei luoghi dell’intimità, dell’infanzia, o di una dolcezza perduta, tutto ormai è mutato. Il turismo ha riscritto i luoghi, il progresso ha manipolato i sentimenti, solo la memoria protegge dal tempo che scorre. Peccato, per il prevedibile e banale tema dell’omosessualità che occupa qualche pagina di troppo. Peccato, per i tanti refusi del testo. A parte qualche eccesso di melodramma, Tóibín è uno scrittore capace di dare alle pagine l’intensità che si trova di solito nelle ultime cinque pagine dei romanzi. È uno scrittore che sa cos’è la letteratura, ed è per questo che parla di madri, di eredità, di segreti inconfessabili e di Dio. Ed è per questo che scrive frasi come: «lui non le scrisse mai, ma anche se l’avesse fatto lei non avrebbe aperto la lettera».

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
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