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La fatica di scrivere: Antonio Pennacchi e la seconda parte di “Canale Mussolini”

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Avere a che fare con Antonio Pennacchi è un’impresa. Certe volte, per spiegarmi la sua roboante vitalità, il perenne lamento, la costante prontezza all’ira e la straripante passione tenuta a freno dietro la divisa da operaio scrittore e dietro la classica aria scazzata e diffidente, me lo immagino come uno dei suoi eroi. Iracondo, tenero, presuntuoso, fragile, burbero per scelta.

Uno che si è immolato in difesa della sua storia. Uno che ha dedicato la vita a protezione del suo canale, ossia un concentrato simbolico potentissimo: il canale che rese possibile la bonifica dell’Agro Pontino e dunque tutte le vite che lì lavorarono, nacquero, crebbero, fondando paesi e città; il canale su cui si combatté a difesa di qualcosa che alcuni sapevano e altri no; il canale che si secca, si riempie, pulsa di vita fra filari di eucalipti, dunque il cuore di una storia che Pennacchi difende con i denti e continua a coltivare contro tutto e tutti, pur di salvare se stesso e la sua promessa di figlio di coloni. Me lo immagino così, certe volte, pur di non farmi scalfire da tutti i tentativi che fa per spingermi al litigio. Polemos è padre di tutte le cose – scriveva Eraclito.

Il conflitto domina su tutto. Per Pennacchi sembra una legge assoluta. Una legge stabilita in base al piacere che prova nel contraddire gli altri a qualunque costo, mentre non smette di contraddire se stesso.

“Matte’ nun me mette nell’articolo che parlo in romanesco oh!” “Antonio come faccio se parli solo romanesco?” “Arrangiate”. Ecco qua. Così si comincia. Dopo che mi ha tirato intorno in vari modi. Innanzitutto assicurandosi che avessi letto ogni riga di questo nuovo capitolo in difesa delle sue origini, Canale Mussolini. Parte seconda (Mondadori, pp. 432, euro 22). Poi rifiutandosi in tutti i modi di venire a Roma. Infine dicendomi che prima di cominciare a parlar seriamente deve farsi una sigaretta e dunque cinque minuti, anzi, proprio perché sei te, tre minuti.

Nel frattempo sfoglio ancora il librone con cui, a cinque anni dal primo che gli valse il Premio Strega e una notorietà inattesa, è tornato a esplorare la saga della famiglia Peruzzi. Un seguito che si apre il 25 maggio 1944 (ultimo giorno di guerra in quella che fu Littoria e che divenne poi Latina), racconta dettagliatamente la fine del conflitto, si espande sulla ricostruzione del Paese fino ai primi anni Sessanta.

“Ma è un seguito che nessuno si aspettava, Antonio” gli dico dopo la sigaretta “O lo avevi messo in conto?” “Io l’ho detto e lo ripeto: sono venuto al mondo per raccontare questa storia qui. Quando ho letto Il mulino del Po di Bacchelli o Placido Don di Solochov mi era già chiaro che avrei voluto scrivere un secolo di storia attraverso le vicende della mia famiglia. Dovevo fare tre volumi. Poi Canale Mussolini ha avuto un successo che nessuno avrebbe potuto prevedere. Io sono stato travolto da quel successo. Mi sono sentito sovrastato dal libro. Ho pensato che non sarei mai stato capace di scrivere altro del genere. Così ho scritto due libri facili (Storia di Karel e Camerata Neandertal). Poi mi sono messo su questo. Ma all’inizio doveva essere una storia piccola. Volevo raccontare di Diomede, della Banca d’Italia svaligiata che apre il libro. Qualche centinaio di pagine. E invece mi ha fregato l’editore. Mi hanno detto: bene, lo intitoliamo Canale Mussolini parte seconda. E io ci sono rimasto intrappolato. Il titolo mi ha ricordato quel che volevo fare. Ho cambiato direzione. Ho cominciato a diffondermi su una storia che non avevo messo in conto di affrontare. E ho lavorato e lavorato. Quattordici, quindici ore al giorno per un anno. Ma sono così io. C’ho il culto del lavoro. Sono figlio di bonificatori. E ora mi sento distrutto, svuotato. Perché i libri è meglio leggerli che scriverli. Si fatica troppo. Si fatica troppo”.

La storia che prende piede nel libro, parallelamente all’epopea dei Peruzzi che i lettori già in parte conoscono nel loro spirito di ira, amore, dolore, lavoro, imprese picaresche e disperate, è una ricostruzione meticolosa delle vicende che portarono a Salò, i rapporti fra Mussolini e Hitler, la storia d’amore fra Mussolini e Claretta Petacci. Ovviamente la ricostruzione via via diventa sempre più romanzesca e, benché sia basata su una mole di studi che s’intravedono chiaramente dietro al lavoro dello scrittore, finisce addirittura per trasfigurarsi, facendo sporgere il lettore su dimensioni fantastiche, a volte magiche.

“Raccontare vent’anni di fascismo era stato più semplice. Qui ci sono passaggi chiave di cui devi rendere conto. Poi quando uno si mette a leggere gli epistolari e approfondisce la storia d’amore fra Claretta e Mussolini, be’, insomma, mettetela come vi pare, ma quella è una grande storia d’amore. Lei cerca la morte insieme a lui. E nella storia d’Italia tutto questo non si scorderà mai. Finché ci sarà qualcuno che parla italiano si ricorderanno quei due corpi appesi a piazza Loreto. Una fine orrenda ma storicamente determinata che fu lavacro per tutti noi”.

E il fantastico? Il magico? “Io ho amato molto Jorge Amado ma sono un marxista materialista e il mio magico-religioso viene dal mondo contadino. Non è realismo magico. Semmai iper realismo magico. Cioè, io racconto quel che si racconta qui. Del fantasma di Mussolini che gira in moto per queste strade si sa da sempre. E io parlo al mio popolo, alla mia terra, ai miei compagni di strada, a Latina”. Latina, infatti, è la vera protagonista del libro. Con la sua inarrestabile crescita demografica scandita precisamente nel corso del libro. Un’espansione che Pennacchi ha studiato e descritto altrove ma che qui diventa epica. Parte di un passato che sembra non finire mai. “Il passato non è mai morto. In realtà non è neanche passato” scrisse Faulkner. “Ah no!” fa Pennacchi “Faulkner era un reazionario. Io sono un materialista storico. Per me il tempo ha un passo lento ma porta a un inesorabile progresso. Il processo di civilizzazione va avanti”.

Eppure figure come Togliatti e De Gasperi che giganteggiano nel libro oggi sono semplicemente inimmaginabili. “Eh ma quelli avevano fatto la guerra! Ne avevano viste. Io ho portato avanti un processo di revisione su entrambi e li ho rivalutati profondamente. Ma se c’abbiamo Renzi oggi, che a me non è affatto simpatico, non significa che si stia tornando indietro. Renzi è storicamente necessitato. Io comunque non dico più nulla. Non vado più in tv, non partecipo più al dibattito politico, non voterò alle primarie del PD, tanto di quel che dico non gliene frega niente a nessuno”. Solo scrivere, Antonio? “Be’ no, adesso mi prendo una pausa. Poi vediamo, non mi scocciate. Ho finito questo. Te l’ho detto: sono esausto.”

Ma almeno ti sei ripreso dal Premio Strega. Hai sempre detto che ti aveva fagocitato. Era meglio non vincerlo? “Be’ no, ao’, annamoce piano, che stai a di’? Eh eh. Ma no. Parlamo della Roma invece. Garcia? Che dici di Garcia? Na fatica. Poi col Frosinone in serie A, diomio. Ce dovrebbe arriva’ il Latina in serie A. Sarebbe storia vera. E vedi come sono le cose? Se si giocasse Latina-Roma oggi mio figlio tiferebbe Roma, di sicuro. Ma io no. Io non potrei. Io tiferei Latina”.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie). I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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