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La ferocia liberatoria de “Il capitale umano” di Paolo Virzì

di Christian Raimo

Negli anni della sedicente rinascita della commedia (i Brizzi, i Genovese, i Miniero, i Bruno), finalmente un film italiano riprende lo spirito originario della commedia all’italiana – quella ferocia autodiretta e quella disperazione che segnarono (con Il sorpasso e Io la conoscevo bene da una parte dello spettro temporale, e Un borghese piccolo piccolo e La terrazza dall’altra) una specie di controstoria morale del nostro Paese: un’Italia che si disfece del fascismo solo di facciata per reindossarlo immediatamente sotto la maschera della Democrazia Cristiana, diede vita a una borghesia immorale e moralista, si fece vanto del peggior familismo premoderno, e in nome dell’illusione perenne di diventare una nazione adulta si tramutò invece nella patria di un rovinoso infantilismo. Un Paese che uccise i più giovani e i più innocenti – una Adriana Astarelli di Io la conoscevo bene o un Roberto Mariani del Sorpasso – e lasciò sopravvivere chi aveva perduto qualsiasi anima.
Nel Capitale umano di Paolo Virzì la vittima sacrificale è un cameriere che tornando in bici su una strada notturna dopo un ricevimento viene investito da un fuoristrada guidato da non si sa chi. Da qui parte un thriller lento, semplice ma senza sbavature, che racconta le due famiglie di una Brianza immaginaria da cui la sera dopo l’incidente la polizia busserà alla porta per capire cosa è successo: quella dei ricchissimi Giovanni (Fabrizio Gifuni) e Carla (Valeria Bruni Tedeschi) Bernaschi e di loro figlio Massimiliano (Guglielmo Pinelli); e quella medioborghese dell’immobiliarista parvenu Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio) della sua compagna psicologa Roberta Morelli (Valeria Golino) e della figlia di lui, Serena (Matilde Gioli).

Tenuto su da una regia mai leziosa nonostante un uso continuo di dolly e carrelli e di un montaggio quasi a incastro perché funzionale a una sceneggiatura in quattro capitoli di cui i primi tre raccontano, con sovrapposizioni e giochi di specchio, la storia da tre punti di vista diversi (quello di Dino, quello di Carla e quello di Serena), Il capitale umano sembra veramente un film alla lettera eccezionale, un film non italiano verrebbe da dire, o anti-italiano; complice forse la fotografia cupissima dei francesi Jérôme Alméras e Simon Beuflis, e la possibilità data agli attori di recitare secondo una tecnica e uno scopo e non secondo una maniera: Gifuni tira fuori il suo mestiere teatrale (gli accenti gaddiani rimodulati in un ominicchio brianzolo, le mosse elettriche di una psiche implosa) nel dar vita al glaciale Bernaschi, Bentivoglio dà sfogo alla sua vena comica sordiana senza tema di dover dare una tridimensionalità inutile a uno zanni meschinissimo, Bruni Tedeschi usa una specie di understatement inquietante con cui può permettersi di scivolare su qualunque emozione, e Golino è straordinaria nel far leva, unica del gruppo, su un codice naturalistico, proprio per dar corpo al solo personaggio adulto ancora dotato di un cuore. (Meno efficace, ma perché più abbozzato il personaggio, la recitazione di Luigi Lo Cascio, amante intellettuale della signora Bernaschi).

Il ritratto generazionale che Virzì tratteggia di queste due coppie è finalmente impietoso. Feroce e per questo liberatorio. Dopo aver visto per anni film che traboccavano di indulgenza per questa generazione nata tra i ’50 e ’60 (compresi quelli di Bruni o di Virzì stesso), figlia minore di una fierezza politica che s’illuse di cambiare l’Italia e per campare si trovò a ereditare titoli di stato gonfiati e case cadenti da affittare, e finì per darsi in pasto ai Berlusconi, ai suoi epigoni più deprimenti (il leghismo delle fabricchette), o a un postcomunismo che del Pci conservò solo l’ipocrisia. Gente che aveva sbagliato tutto e si faceva scudo però di un’innocenza preventiva; che rimpiangeva un’età dell’oro della contestazione e non sapeva dare uno straccio di educazione ai figli; arricchiti senza merito, traditori se non idioti: per tutti questi Virzì finalmente ha trovato, con l’aiuto di un clinico e luminoso romanzo americano (Il capitale umano di Stephen Amidon rimodellato per i nostri schermi con Francesco Bruni e Francesco Piccolo) le parole per indicare le responsabilità della rovina di un Paese. Quando alla fine Carla Bernaschi guarda in macchina attraverso lo specchio e sentenzia: “Avete scommesso sulla rovina del nostro paese e avete vinto”, suo marito Giovanni giustamente la corregge, ed è come se indicasse direttamente noi spettatori: “Abbiamo vinto, ci sei anche tu”, le (e ci) dice. Nessuno è innocente, cara.
Mentre vedevo il film e pensavo alle demenziali polemiche sulla Brianza, presuntamente dileggiata da Virzì, mi venivano in mente due cose.
La prima, la Cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda. Ecco qual è l’unico paesaggio che può raccontare il disastro spirituale di un’epoca lunghissima come quella di un’Italia sempiternamente fascista: la Brianza messicana di Gadda. Le sue ville, i suoi ricevimenti, le sue fintissime lacrime e falsissime gioie. Virzì avrà pensato, piuttosto che a dileggiare, a trovare come Gadda un détournement degli industrialotti vacui, dei mobilifici Aiazzone. Come è metafisica la Brianza della Cognizione del dolore, anche qui l’astrattezza del luogo è data dal semplice motivo che la crisi globalizzata e la finanziarizzazione dell’economia ha trasformato anche le case, i focolari domestici, in non-luoghi.
La seconda cosa che mi è venuta in mente sono alcune foto del progetto Corpi di reato di Alessandro Imbriaco, Tommaso Bonaventura e Fabio Severo, alcune foto tipo questa:

bonaventura

Questa è un’immagine scattata in uno dei paesini della Lombardia dove i consigli comunali sono stati indagati per infiltrazioni camorristiche e ndraghetiste. Sotto le fondamenta di queste case, sotto questo pratino curato come in una foto di un rendering, le organizzazioni criminali hanno sversato quintali di rifiuti tossici. Ecco la sensazione che si prova vedendo Il capitale umano è la stessa. Che ci sia stata una generazione, vestita bene, che gioca a tennis tutti i venerdì mattina, che è stata complice – se non collusa, silente – con il disastro di una nazione. E che di fronte a certe responsabilità sociali, ora non le si concede altro scampo che la pietà umana o la pena. Incapaci di fare i genitori, perché competitivi contro i propri figli, inetti a dare testimonianza o passare un’eredità morale, edonisti senza libertà, la sola speranza che hanno lasciato è che questi figli siano il più presto possibile in grado di sbarazzarsi dei padri (ucciderli o quantomeno renderli innocui), di diventare orfani, per poter assumersi il compito che la generazione precedente non è nemmeno stata capace di riconoscere come proprio.

Commenti
21 Commenti a “La ferocia liberatoria de “Il capitale umano” di Paolo Virzì”
  1. Lorenzo scrive:

    Direi Brianza argentina e non messicana. Precisazione da gaddiano di ferro 😉

    Per il resto concordo su tutto!

  2. Lorenzo scrive:

    Direi Brianza argentina e non messicana…Precisazione da gaddiano di ferro.
    Per il resto concordo su tutto

  3. antonio carannante scrive:

    concordo su tutto. mitico raimo.

  4. mapi scrive:

    Buccinasco, dove è stata scattata la fotografia, conta circa ventiseimila abitanti. Non lo definirei “paesino”. La caratteristica delle infiltrazioni mafiose in Lombardia, le stesse che hanno permesso a molti imprenditori edili e non edili, sindaci e funzionari pubblici, di arricchirsi illegalmente, è che hanno interessato e interessano tutt’ora comuni di ampie dimensioni, con posizioni strategiche nell’Hinterland milanese.

  5. francesca scrive:

    una bella recensione e andrò a vedere il film
    però @christian, non possiamo lasciarci alle spalle sta colpa?
    già c’è il debito ci manca pure la morale
    mi sembra una strada facile ma cieca
    i richiami alla responsabilità sono così frequenti di questi tempi che mi verrebbe da contrapporgli l’ozio e la dissolutezza
    qui tu gli dai una lettura borghese che però rischia di sembrare totalizzante (nessuno è innocente!, tuonarono insieme dio e la bce)
    insomma mi arriva asfittica quasi fosse più semplice rivendicare l’adesione a una morale che un suo sollevato sospendimento

  6. milton scrive:

    Speriamo di non soffocare talenti emergenti con nostre aspettative di capolavori rivelatori, come già è successo in passato. È bene che le voci fuori dal coro crescano stimolate da una certa indignazione benpensante, che ai tempi ha tanto aiutato la maturazione del cinema italiano degli anni ’60 e ’70.
    Del resto Virzì ha già alle spalle qualche caustico ritratto in chiaroscuro, ad esempio “La vita davanti “…

  7. Alberto scrive:

    Brianza si…ma la villa dove è’ girato il film e’ a Fortunago in provincia di Pavia…..

  8. Tetris1917 scrive:

    Ho visto ieri sera il film. Concordo con Raimo. La citazione a Carmelo Bene e la recitazione di Lo Cascio andavano giustificate meglio. Se posso dare un riferimento cinematografico, citerei i primi film di Sorrentino, soprattutto conseguenze dell’amore, e l’amico di famiglia dove l’intreccio coi soldi (vedi usuraio o Servillo-mafioso) indicano una geneologia amorale di una societa’ che e’ andata oltre il collasso, usando la citazione ” sono apparso alla madonna” alcune figure emblematiche, non ragazzi di vita, ma uomini sanguisughe sono apparsi all’italiano. Ma ci sono cretini che la madonna non l’ hanno vista, vedi leghisti, e ci sono cretini che la vedono, come il sottoscritto. Ma a questa visione cosa corrisponde poi? Una brianza di meno……

  9. nadia scrive:

    …e comunque era l’Adalgisa e non la Cognizione del dolore.

  10. Gregory scrive:

    La ferocia della commedia all’italiana in che film l’ha vista? La commedia all’italiana aveva semmai una ferocia autoassolutoria (già detto da fellini e calvino) che con il film di virzì ha molto poco a che fare. Una castroneria spaventosa, un’approssimzione da pelle d’oca caro Raimo

  11. mariateresa scrive:

    ho visto il film .mi è piaciuto molto .Virzì ha ragione , anche se c’è un po’ di Brianza in giro per l’italia .
    ma qui nel varesotto la parola più usata è sempre ” faà i daneè ” ( fare i soldi )
    mariat eresa

  12. Lucia De Santis scrive:

    Il film mi è piaciuto molto. Non mi è sembrato feroce, l’ho trovato al contrario piuttosto assolutorio. Tutti si salvano, tranne il poraccio in bici: anzi, non solo si salvano, ma migliorano la loro condizione iniziale: Gifuni dopo le sue vicissitudini riprende a guadagnare, Valeria Bruni Tedeschi potenzialmente potrebbe perfino riuscire a salvare il teatro, Bentivoglio avrà il suo 40% più un bacio, i ragazzi trovano un amore vero. Il ragazzo artistoide disadattato si fa qualche mesetto di carcere, è vero: ma “esce” dalla sua cameretta, dalla psicoterapia, dal ricatto dello zio. La Golino è l’unico personaggio piatto, nel senso che non evolve, ma lei il suo tutto tondo, la sua plasticità, ce l’ha in sé, è gravida di conseguenze (che noi – l’Italia, forse – non vediamo. E l’Italia, forse, è l’unica oltre al poraccio a non salvarsi – se Gifuni ha scommesso sulla rovina di questo paese, e ha vinto).

    La cattiveria (non ferocia) maggiore, a parte quella riservata a Carmelo Bene (che probabilmente ci avrebbe goduto – “Il teatro è morto!”), mi pare quella rivolta verso il gruppetto di intellettuali chiamati a riorganizzarlo, il teatro. Sono loro che in teoria dovrebbero esprimere un capitale umano (di umanità, di spirito, di paura e desiderio, qualunque cosa) un pelino meno terraterra. Tutti fanno del loro meglio (tutti fanno sempre del loro meglio). Ma loro dovrebbero avere gli strumenti per vedere più chiaramente, cos’è meglio.

  13. Gloria Gaetano scrive:

    Non mi piace sentir parlare solo di generazioni e di passato tutto al negativo. C’è tanta parte dell’umanità che non viene presa in considerazione, e parlo di gente povera, di tutte le età, bambini che muoiono e non diventeranno grandi ,donne che per millenni hanno subito la cultura patriarcale:non potevano studiare, votare, lavorare,leggere., malati psichici chiusi in manicomio, generazioni e uomini che hanno perso la vita,sono stati spazzati da guerre tutte inutili., malati che non possono curarsi.
    E il pensiero unico ,neoliberista impera. Stiamo peggiorando,. Nella storia ci sono grandi momenti rivoluzionari, che poi vengono sopraffatti dalla classe che vuole divenire dirigente. Pensiamo alla rvoluzione francese, illuminismo, La Comune di Parigi, il 68,,la rivoluzione di ottobre Tutti questi grandi movimenti che hanno portato grandi riforme, che sono state fatte tutte o quasi, ma sono stati seguiti da assolutismi e ritorni indietro. Anche l’Africa si stava liberando con grandi movimenti di liberazione:la rivoluzione algerina, . Ricordate Lumumba, Agostinho Neto, Frantz Fanon. Spariti tutti, Lumumba non si sa dove. Ucciso. Così sostiene il grande Bfaudel.
    Nel grande mare della storia si agitano correnti che poi domineranno. Anche oggi, e non sono solo correnti che si limitano a una questione generazionale . Ma le idee contano, la visione globale è importantissima..Lachiesa che impediva la liberazione delle persone e che lanciava anatemi e dogmi,crociate.Non basta passare da una genera<ione all'altra. Abbiamo sopportato per 20 anni Berlusconi,ora stiamo sopportando Renzi, Letta e Napolitano, che era nel PCI un liberale e lo è anche oggi. Anzi neoliberista. Erano solo giovani quelli che hanno fatto guerre partigiane e si sono trovati nelle carceri fasciste? E laguerra civile in Spagna? Dobbiamo lottare e unirci. Ora i ricchi e potenti sono pochi, ma hanno clientele. E la meritocrazia è una balla per far accettare un sistema che esclude.Gli uomini non nascono liberi ed uguali, ma già allanascita o nell'infanzia sono poveri, nelle banlieu. Rordate le 150 0re? La scuola dell'obbligo? Bei programi, nuovi. Tutti dovevano studiare. Senza pagare un centesimo.I genitori del Capitale umano sono feroci e stupidi, e quelli del passato? E quelli del futuro come faranno? Vi ricordo anche il libro di Luisa Muraro,uscito da poco:'Autorità'. Piuttosto non cedete su nulla,anche sulle cose che vi sembrano insignificanti,come il sistema elettorale. Potremmo trovarci in regime autoritario, di cui non ci libereremo se non tra un secolo.Ho vergogna di questa cosiddetta sinistra che finisce col cedere su tutto.Non c'è un conflitto Vecchi e giovani,come nel romanzo di Pirandello,quello esiste sempre ma è apparente. In una società civile tutti devono star bene, scegliere, divenire responsabili.,partecipare. Tutti vanno liberati e devono ricercare, trovare soluzioni veramente innovative. Dobbiamo demistificare i falsi demistificatori. Non accontentarci, finchè ci sono altre persone, milioni di persone che soffrono.Vivere è duro, lottare anche. Essere-noi insieme Nancy), la polis di uomini che partono da condizioni di uguaglianza ,rimuovere gli ostacoli che impediscono un cammino equo è l'obiettivo.

  14. Gloria Gaetano scrive:

    Mi scuso per i refusi:Braudel…

  15. Gloria Gaetano scrive:

    . Non sarebbe male che qualcuno si facesse avanti a proporre un’idea diversa del vivere insieme. Un altro paradigma, un nuovo contratto sociale in cui il vincolo taumaturgico della legge conti. Ma fino a un certo punto.

  16. Gianfilippo scrive:

    Una bella recensione per un film assolutamente da non perdere. Anche se la filippica contro una generazione (la mia, incidentalmente) è un po’ troppo compiaciuta, io trovo, e finisce per attribuire indirettamente agli individui (tutti quelli che si dice non sono stati capace di fare quello che avrebbero dovuto/potuto) delle facoltà che purtroppo non hanno. Le figure che si muovono nel teatrino realstico, patetico e crudele di Virzì sono l’ultima propaggine di un meccanismo che ammalia e stritola tutti, la propaggine con volto umano di una macchina extra-umana che risponde solo alle necessità dell’economia speculativa e di un culto tecnologico fine a se stesso. Le generazioni non c’entrano, qui, e nei fatti falliscono tutte, in quanto tali, perché si identificano con il tempo della Storia. La folla indistinta di una generazione, o qualunque cosa caratterizzi una massa, non fa vedere i dettagli di un panorama molto più frastagliato e interessante, fatto di adattamenti ma anche di resistenze illuminanti, vitali e coraggiose che non hanno età ma parlano tra loro e spezzando continuamente con spiragli di speranza le prospettive più cupe e angosciose.

  17. Marco scrive:

    Bel film e bella recensione. Interessanti anche i commenti postati da molti internauti.
    Mi vien voglia quindi di postare delle mie considerazioni personali che mi scaturiscono dal complesso discorso che segue la discussione aperta da questa recensione.

    Il film di Virzì a me è piaciuto perché racconta storie umane plausibili. Non vorrei vederci, però, un’analisi storico generazionale della decadenza morale italiana. Le storie dei protagonisti del film non sono le storie di tutti noi. Se lo sono il film di Virzì è assolutamente presuntuoso e faticosamente pedagogico e moralista.
    Le morale tende sempre a difendere e preservare lo status quo.

    Concordo quindi con @francesca. Troppi richiami alla responsabilità alla fine portano a preferire ozio e dissolutezza.

    Dispiace per il cameriere che muore nell’incidente. C’est la vie. I colpevoli della morte non sono però né l’immobiliarista né il finanziere. Neanche la psicologa e la moglie mantenuta hanno colpe di questo tragico evento. Nemmeno il giovane Massimiliano ha colpe. I colpevoli di questo incidente sono il giovane “problematico” e Serena che non prestano soccorso e non raccontano la verità.
    In altre parole si tratta di persone infelici. Tutto qui. Indicarle come nemiche è una colpa.
    Pesarne i valori è uno sbaglio.
    C’est la vie.
    I giovani innamorati sebbene colpevoli hanno ancora la speranza della felicità.
    D’altra parte loro, giovani, ancora non hanno fatto scelte definitive.
    A ognuno la responsabilità delle proprie scelte.
    Poi c’è chi come il cameriere non può scegliere.
    C’est la vie (di nuovo).

  18. mirko sarti scrive:

    Un film banale senza arte ne parte, un film degno di essere chiamato fiction … non capisco come mai Christian Raimo si sia perso tanto a cercare termini modi e tempi per trovare meriti la dove non si racconta nulla.
    Una pagliacciata fatta di cartone … moralismo e niente di più. Non c’è niente che sia reale o che possa apparire come tale in questo film, leggendo queste righe mi sembra di trovare solo un’arrampicata sugli speecchi ma non capisco il motivo.
    In questo film sicuramente ci sono buoni attori e pessimi attori ma i personaggi sicuramente sono molto poveri.

    Ma del resto che dire ? Uno studioso di psicologia probabilmente vuol indicare tutto dal principio per confondere il finale … insomma iniziando con : “lo spirito originario della commedia all’italiana” uno potrebbe anche pensare ad Arrapaho del resto.

  19. maurizio scrive:

    si perchè la rovina dell’Italia sono stati gli Hedge Fund? non la classe politica vero? alzi la mano chi in Italia sia stato rovinato dai fondi di investimento privati! speculare sulla rovina di un paese e rovinare un paese sono cose un po’ diverse, se un paese è solido stai sicuro che nessuno ci specula sopra. Non avrei mai pensato di dover difendere gli speculatori, ma qui credo l’ottimo Raimo abbia preso un abbaglio. Il film è un thriller, con una storia che funziona ma con una regia lacunosa secondo me (Virzì è più bravo con le commedie agro-dolci), che di denuncia sociale ha ben poco, altro che urlo liberatorio. Fermo restando che il personaggio più negativo è quello interpretato da Bentivoglio (che nella vita avrebbe tutto ma vuole di più, partecipando, non senza menzogne sul suo stato patrimoniale, ad un fondo di investimento ad alto rischio) e non il cinico speculatore interpretato, magistralmente, da Gifuni.

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