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La fiction occidentale del Califfato

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Pubblichiamo la versione integrale di un intervento di Silvia Ronchey apparso su la Repubblica, ringraziando l’autrice e la testata.

di Silvia Ronchey

“Se guardi ciò che Maometto ha portato di nuovo, troverai  solo cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che predicava”. La radice dell’idea tanto distorta quanto ormai vulgata sulla natura intrinsecamente violenta della religione islamica e sulla barbarie della sua tradizione bellica, che trapela dalla pubblicistica specialmente americana, sta forse nelle parole che Benedetto XVI citò nel 2006 a Ratisbona, chiamando tendenziosamente in causa l’imperatore bizantino Manuele II, rappresentante dell’impero che nel medioevo più a lungo e più da vicino aveva conosciuto l’ecumenismo egualitario, ispirato alla predicazione di Maometto e a espliciti brani del Corano, che contraddistingueva il califfato ommayade, abbaside, fatimida, poi il sultanato selgiuchide e osmano.

Nel pacifico dialogo con il direttore della madrasa di Ankara, nel 1391, il basileus Manuele affermava che “la conversione mediante violenza è cosa irragionevole e contraria alla natura di Dio”, ma si riferiva sottilmente alla Quarta Crociata, che nel 1204 aveva “deviato” su Costantinopoli scagliando sul ricco impero una razzia ben più vandalica e rovinosa di quella portata due secoli e mezzo dopo dalla conquista turca. Un modello di guerra santa cristiana perpetrata da eserciti cristiani che portavano nel nome di Dio  — “Dieu le veult” — devastazioni e massacri di massa ben noti agli storici, dall’illuminismo agli studi novecenteschi di Steven Runciman.

Quando il califfo omayyade Umar ibn al-Khattab, successore del Profeta e creatore della prima struttura politica dello stato islamico, era entrato a Gerusalemme nel 638, aveva assicurato il rispetto della vita, del culto e delle proprietà dei cristiani al patriarca Sofronio, che pure per due anni aveva guidato la resistenza antiaraba. Aveva visitato la basilica bizantina dell’Anastasis e quando era sopraggiunta l’ora della preghiera l’aveva recitata fuori dalle sue mura, per evitare che i musulmani le rivendicassero. Ogni atto compiuto dal califfo, e riportato concordemente dalle fonti musulmane come cristiane, serviva a sottolineare la proverbiale tolleranza araba verso chi rimaneva fedele al proprio culto. La forza dell’irresistibile espansione islamica non era solo militare, era anche morale.

Non solo la natura storica dell’antico califfato — cui la propaganda dell’Is oggi rinvia con la stessa tendenziosa attualizzazione ideologica con cui poteva rifarsi Mussolini alla Roma di Augusto — non ha nulla a che fare con quella del sedicente stato islamico di al-Baghdadi. Non solo la sovrastruttura religiosa che invoca non rispecchia quella dell’antico islam a livello scritturale, dottrinale, storico. Ma il comportamento dell’islam nelle sue guerre califfali è il contrario esatto di quello che abbiamo visto, in una sorta di aberrante trailer, nell’atroce regia degli attentati di Parigi.

L’immagine del barbaro musulmano che il copione vuole offrirci, coerente con le sanguinarie performance con cui l’Is ha scandito la sua avanzata in oriente, mirante a indurre nell’occidente un delirio collettivo, porta le nostre più profonde paure al parossismo nel momento in cui ci restituisce non tanto un’immagine di sé quanto quella sedimentata dal tempo nel nostro inconscio sociale: un’immagine propagandistica creata nel medioevo, nella sua storiografia confessionale in particolare papista, e ripresa acriticamente a partire dall’11 settembre da una propaganda globale che ha insinuato l’”intrinseca negatività” della religione musulmana attraverso le suggestioni del clero cattolico e del personale politico proiettate in crescendo sull’immaginario mondiale.

Quella di Parigi è una narrazione orrifica del fondamentalismo che ha poco di fondatamente orientale, ma è essenzialmente costruita con materiali occidentali. È una riverberazione mediatica della nostra idea dell’infedele islamico come barbaro sterminatore storicamente ancora meno legittima di quella del cristiano come crociato specularmente propalata nel 2001 dal fanatico proclama urbi et orbi di Osama Bin Laden, quando, pochi giorni dopo l’11 settembre, lanciò attraverso al-Jazeera il suo storico appello “contro i crociati americani”.

Lo spettacolo sacrificale di Parigi è un uso mistificato di una narrazione fittizia dell’islam: della sua fiction, concepita per produrre orrore mettendo in scena un dramma che ha l’insensatezza incalzante dell’horror occidentale, che coinvolge il giovane pubblico dello stadio e del teatro, che avvera nel sangue il suo plot e lo amplifica riecheggiandolo nell’utenza mediatica totale.

Oltreché, dichiaratamente, un’orribile rappresaglia, quella di Parigi è  un’autentica autodemonizzazione. Più che riuscita, e in senso letterale, se ha spinto il presidente Obama a proclamare apertamente che l’Is è il diavolo. Affermazione giusta e perfino salutare se intesa a livello psicologico, perché è appunto questo, il male assoluto, che l’Is vuole rappresentare. Molto pericolosa e ingiusta se rischia di immedesimare quel diavolo nella religione e nella tradizione che falsamente l’Is sostiene di rappresentare.

Nella fantasia di sé come incarnazione dell’islam che con la sua strategia comunicativa vuole diffondere è deviante, accecante, ambiguo, delusivo e già in questo autenticamente diabolico, secondo la tradizionale accezione patristica cristiana del diavolo, in greco diabolos, l’obliquo, il mistificatore, il tentatore che nel deserto usa le nostre stesse visioni e fantasie. Contro l’entificazione del diavolo, la sua identificazione nell’uno o nell’altro ente reale, si sono battuti due millenni di teologia cristiana, da Agostino in poi.

Nel discorso più profondo di ogni religione, il demonio, il maligno, l’avversario, è l’ingannatore che agisce in noi. Se l’Is descrive e oggettiva la nostra stessa demonizzazione dell’islam, il fanatismo dell’Is realmente rappresenta il diavolo, ma attraverso lo specchio capovolto della nostra perdurante fragilità: la vulnerabilità al dogmatismo e all’ideologia, la semplificazione della verità storica, la censura, o autocensura, della sua e nostra complessità.

Commenti
26 Commenti a “La fiction occidentale del Califfato”
  1. Giuseppe Cofano scrive:

    Mi sembra che si attribuisca troppo potere alle parole di Benedetto XVI, che furono pronunciate nel 2006, ben 5 anni dopo l’11 settembre 2011, quando già la pubblicistica americana si era scatenata. Mi sembra anche evidente che il confronto importante ai fini del dibattito non sia quello tra cristiani e musulmani del Medioevo, periodo in cui il Cristianesimo non aveva ancora avuto alcun impatto con l’Illuminismo e la progressiva secolarizzazione della società negli ultimi due secoli.
    Rimane aperta la domanda cui penso voglia rispondere l’articolo: qual è il volto, o i volti, dell’Islam odierno? Un’indagine articolata sul campo, all’interno della società musulmana e della sua predicazione penso sia l’unica via praticabile per rispondere, in contrasto alle scorciatoie fornite dalle suggestioni colte, per quanto raffinate, utilizzate in questo articolo.

  2. Luna scrive:

    Un pezzo davvero interessante e di grande intelligenza. Fa bene al dibattito, comunque la si pensi.

  3. Alexpax scrive:

    Si certo, interessante in questo momento quanto un manuale di fluidodinamica per riparare il rubinetto del proprio lavandino che perde.

  4. SoloUnaTraccia scrive:

    Ha ragione Alexpax. Anzi, è ottimista: almeno con le pagine del manuale di fluidodinamica si potrebbe asciugare l’acqua dal pavimento.

  5. Marinella scrive:

    …se la carta è abbastanza spessa. È lo spessore che conta.

  6. Luna scrive:

    Invece i commenti sarcastici dei soliti sapientoni sono utilissimi al momento. Beati voi, che vi accontentate di campare così. C’è chi ci prova, c’è chi fa caciara. Ma vi pagassero un euro a frase brillante. Fossero così brillanti, le vostre frasi, in effetti qualcuno vi pagherebbe per scriverle…

  7. Silvia scrive:

    La Professoressa Ronchey, che stimo, é così offuscata dal suo amore per il macrocosmo orientale da non riuscire a dare un giudizio oggettivo sulla questione.
    Accusa i cattolici di essere fomentatori d’ odio quando sono probabilmente gli unici, oltre ai centri sociali, a difendere i volti più tolleranti dell’islam.
    Maometto uccise o fece uccidere centinaia di uomini e così molti suoi successori, quindi tirare fuori l’esempio di Omar semplicemente perché più diplomatico non fa di tutti gli islamici prototipi di candidati al Nobel per la pace.
    Il punto é che questa religione ha un profondo bisogno di riformarsi e ufficializzare le diverse tendenze che incorpora, nonché di avere un proprio Illuminismo.

  8. Luca scrive:

    Il Corano non rispetta i non islamici. Li chiama blasfemi ed infedeli e dice chiaramente a partire dalla sura 2, che bisogna lottare per eliminarli. Chiaro? Non c’è nulla di democratico in tutto ciò; non c’è tolleranza illuministica, non c’è laicità, non c’è parità tra uomo e donna (neppure in S.Paolo, ma non c’entra), non c’è privatizzazione della fede. L’Is sarà anche un rappresentante falso dell’Islam, ma non mi sembra che il rappresentato sia facile da difendere.

  9. Luna scrive:

    Tutti i testi delle religioni monoteiste sono anche violenti. Il problema è che l’Islam ha problemi con la modernità. Il testo di questo post affronta un altro tipo di faccenda, a me sembrava, e cioè l’autorappresentazione dell’Isis.

  10. Alexpax scrive:

    Cara Luna questo testo affronta appunto le colpe infinite dell’Occidente per questo ne é affascinata.

  11. maria scrive:

    è un pezzo interessante,da diffondere e discutere. Le reazioni gratuitamente negative che ha suscitato dimostrano dimostrano soltanto quanto sia profondo e vero.

  12. Nico scrive:

    Cara Maria deve essere successo qualcosa dopo il Califfato. Si faccia un giro ad Otranto se c’è mai stata. Forse é una fiction.

  13. maria scrive:

    questo pezzo vuole dissipare il pregiudizio che l’Islamismo sia una religione violenta (la violenza è nella storia e negli uomini, non nelle religioni) e che il popolo musulmano abbia la violenza nel suo DNA. Di Otranto purtroppo non so nulla (essendoci stata molti anni fa) e cercherò di informarmi.

  14. Silvia scrive:

    “Gratuitamente negative”? A me sembrano per la maggior parte critiche costruttive o punti di vista differenti. Fortunatamente siamo in un Paese che ancora permette di esprimere un personale dissenso, noi.
    A prescindere da Isis&co. é innegabile che i musulmani abbiano una visione del mondo completamente diversa dalla “nostra”. Questo non vuol dire che tutti crediamo ancora alla tipizzazione del “barbaro musulmano” come dice la Ronchey, ma semplicemente che in Occidente nessuno si sognerebbe più di aprire un libro, per quanto sacro, scritto forse nel VII secolo e attuare alla lettera ciò che prescrive.
    L’islam, oltre ad essere un sistema religioso, é anche un sistema politico, giuridico, sociale e culturale. Il concetto di laicità è quasi totalmente inesistente.
    Poi se si vogliono far paragoni evocativi quanto inappropriati risalenti a secoli fa é un altro conto.

  15. Alexpax scrive:

    È chiarissimo Maria, ‘la violenza é insita negli uomini e nella Storia’ . Quindi, quando andrò a spiegare ai miei ragazzi Auschwitz e il nazismo, spiegherò che questo era un partito come tutti gli altri e che, quell’errore, lo poteva compiere chiunque e dovunque, anche la Democrazia Cristiana in Italia. Hanno ragione i revisionisti allora e noi che li vorremmo metterli in galera. Perfetto. Relativismo Storico?

  16. Valeria scrive:

    Il problema è che voi (dico quelli che criticano il pezzo) dell’Islam non sapete niente. Sapete quello che vi passa l’informazione televisiva, che non è mendace, ma molto superficiale. Conoscete l’Islam in maniera abbastanza sensata da parlarne davvero con cognizione di causa? Mi pare che ragioniate un po’ con lo stomaco, comprensibile eh, però poi se con lo stomaco Alexpax va a fare lezione ai suoi ragazzi non fa un buon servizio se confonde pedagogia e demagogia.

    Commentare a caldo è facile, studiare è impegnativo ma più salutare. Studiate un pochino, e poi intervenite.

  17. Alexpax scrive:

    Grazie Valeria mi fornisca il suo curriculum per darmi lezioni, come si permette. Chiudiamo la discussione arrivederci.

  18. Silvia scrive:

    Ma cosa ne sa lei di quello che so?
    Io ho espresso il mio punto di vista avendo studiato per anni la situazione mediorientale, cara, altrimenti sarei stata zitta.
    Su quali basi giudica la preparazione altrui? É forse l’Oracolo di Delfi?
    Non siamo nel blog dei crociati, né del Ku klux klan, né tanto meno di gente che parla tanto per parlare.
    L’avviso poi che l’ avere pareri contrastanti non é automaticamente sintomo di superficialità dell’una o dell’altra parte. Sono solo punti di vista. E ognuno cerca di spiegare il suo, anche con esempi. Senza sentirsi superiore. E senza accusare nessuno di “ragionare di stomaco”.

  19. Valeria scrive:

    Si vede da come scrivete, il vostro livello di preparazione. Se chi insegna non sa neanche come si mettono gli accenti, e dove la punteggiatura, non ha proprio le basi per leggere e comprendere un testo più complesso. Non sto accusandovi, vi chiedo di migliorare. I limiti sono evidenti, superarli si può. Ne guadagnerò non io, ma le persone con cui avete a che fare, specie gli studenti. Tra gli argomenti retorici, intellettuali, stilistici dell’autrice del pezzo e voi c’è una voragine che dovreste provare almeno a colmare.
    E infatti lei, l’autrice del pezzo, è un’esperta di quel mondo, voi no, a meno che non siate importanti esperti sotto pseudonimo. Ma allora perché usare lo pseudonimo? Siate umili, e prima o poi qualcuno vi darà ascolto e credito anche fuori dalla cagnara di un blog.

  20. Silvia scrive:

    Di nuovo dimostra un’ arroganza e un senso di superiorità spropositati, ingiustificabili anche nel caso in cui lei fosse la vincitrice di un Nobel, cosa che tuttavia ritengo altamente improbabile.
    Rispondo, anche se lei non meriterebbe replica, per quel che riguarda me, dal momento che mi sono sentita chiamata in causa.
    Predica l’umiltà, ma al contempo si ritiene superiore, prendendo in giro chi non conosce…una ripassatina a Socrate non le farebbe male, é un consiglio spassionato.
    Ah, proprio nella frase in cui si permette di dare lezioni di punteggiatura, inserisce la virgola prima della congiunzione “e”, nonostante le due abbiano sintatticamente la stessa valenza, soprattutto nel caso specifico. Un errore grave, lo sanno anche i bimbi. Ma forse lei ha licenza poetica, a mia insaputa.
    La saluto.

  21. Lalo Cura scrive:

    piccoli crociati da tastiera (sperando che rimangano tali) crescono…

  22. Carlo scrive:

    Questo testo è utile perché invita a non demonizzare la religione degli altri, quindi a non avere pregiudizi, quindi aiuta la pacificazione – cosa di cui abbiamo davvero massimamente bisogno. Non ci vuole molto a capirlo.

  23. anna scrive:

    Signora Valeria, oltre alla dichiarazione d’amore per l’autrice del pezzo e al generico disprezzo per i commentatori che non concordano con le sue posizioni, i suoi profondi studi le consentono di aggiungere qualcosa di interessante sull’argomento?
    Resto in attesa, grazie.

  24. Vulfran scrive:

    Articolo molto interessante. Mi permetto soltanto di far notare che “la narrazione orrifica del fondamentalismo” non è (più) opera dell’Occidente ma del fondamentalismo stesso, che usa la propaganda mediatica come forma di autorappresentazione, come strumento di arruolamento e come arma narrativa ed emotiva contro i nemici (tra cui l’Occidente).

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