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“La figlia unica”, la maternità raccontata da Guadalupe Nettel

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«Il cuculo fa covare le sue uova ad altre specie, deponendole in nidi dove è presente almeno un altro uovo. Per poterlo fare, la femmina del cuculo imita il canto dello sparviero, spaventando i futuri genitori adottivi del proprio piccolo e inducendoli ad abbandonare temporaneamente il nido. Per evitare di essere scoperta, questa femmina ha sviluppato diversi stratagemmi, come deporre uova identiche a quelle della specie prescelta.»

Sembra proprio, secondo Guadalupe Nettel, che la femmina del cuculo abbia l’impulso biologico di riprodursi e al tempo stesso la necessità di sottrarsi alle fatiche dell’allevamento. Crescere  e proteggere la prole è infatti uno degli aspetti della maternità che fanno da perno in La figlia unica (traduzione di Federica Niola, La Nuova Frontiera, 2020). Ma Laura, protagonista e voce narrante, di figli da crescere e proteggere non ne ha. Anzi, ha la precisa idea che fare dei figli significhi sacrificare una parte della propria vita a beneficio di quella di qualcun altro, con un abbandono che spesso sembra avere una serenità che vira verso la muta accettazione.

I bambini «sono un esempio vivente di come saremmo noi essere umani se non esistessero le norme dell’educazione e della civiltà», oltre che un fardello emotivo e fisico che logora soprattutto il corpo delle donne. Laura ascrive se stessa alla categoria di donne che accettano lo stigma sociale e familiare del rifiuto della maternità, pur di preservare la loro autonomia.

La contraddizione dell’assioma iniziale, il paradosso del cuculo che sembra essere il cuore pulsante del romanzo, viene a galla con la maternità di Alina, la migliore amica della protagonista: con delicatezza eppure con una scrittura lucida, scevra da ogni sbavatura moralistica, Nettel invita il lettore, nei mesi di gravidanza segnati da visite specialistiche e ansie private, a far da spettatore assieme a Laura. È con Laura accanto nello studio della ginecologa che Alina scopre di aspettare una femmina, Inès; una bambina che nascerà tra i «pericoli che questo comporta in un Paese come il nostro, dove ogni giorno nove donne muoiono assassinate per ragioni di genere».

Ed è sempre assieme all’amica che Alina farà un’amara scoperta: a causa di una rara malattia genetica, il cervello di Inès non riuscirà a svilupparsi, condannando la figlia alla morte già poche ore dopo il parto. Lei e il suo compagno Aurelio intraprendono quindi un doloroso ma anche sorprendente processo di accettazione. L’ultimo mese di gestazione diventa una rara opportunità di incontrare quella figlia a cui è così difficile rinunciare, dalla quale è così dura separarsi per sempre. Ecco quindi che la durezza dell’essere madre investe Alina e la stessa Laura, spettatrice impossibilitata ad aiutare l’amica nel vortice di angoscia in cui precipita e dal quale faticosamente e con consapevolezza poi risale. E per Laura, allora, la maternità si riveste di nuove sfumature nel rapporto con i suoi vicini, Doris e il figlio Nicolàs, un bambino preda di spaventose crisi di rabbia; la sua violenza attraversa i sottili muri dell’appartamento, ma sarà il progressivo abbandono di ogni resistenza in Doris a spingere la protagonista a costruire una rete di protezione piccola ma amorevole attorno a questa famiglia disperata.

Laura è il pilastro di questa narrazione che racconta la cura declinata in molte forme, la tenacia e a volte l’impotenza della maternità: «Penso che a un certo punto tutte noi madri ci rendiamo conto di questa cosa: abbiamo i figli che abbiamo, non quelli che immaginavamo o quelli che ci sarebbe piaciuto avere, ed è con loro che dobbiamo fare i conti.» Il lavoro di cura è anche condiviso, permeabile alle relazioni solidali, intessuto nelle stesse radici della socialità, visto che «abbiamo sempre accudito i figli delle altre, e altre donne ci hanno sempre aiutato ad accudire i nostri».

Proprio come la famiglia di piccioni sul balcone di Laura, non  desiderata perché sporca e combattuta a colpi di scopa, è protagonista di una lotta per il territorio che vince non con la resa umana ma con la progressiva comprensione e un compromesso partecipe. I piccioni covano l’uovo che il cuculo ha deposto nel loro nido, assistono alla schiusa e accudiscono amorevolmente il brutto pulcino fino al suo primo volo, nell’attuazione naturale e perfetta di un «prendersi cura» che supera la diversità tra le specie.

Nata a Città del Messico nel 1973 e ricercatrice a Parigi come la Laura del romanzo, Guadalupe Nettel è autrice di racconti, un memoir, saggi e romanzi.

Gli animali sono personaggi ricorrenti nei libri di Nettel, come nei racconti contenuti in Bestiario sentimentale (traduzione di Federica Niola, La Nuova Frontiera, 2018), usati come metafora e spesso come specchio per le relazione umane. Aristotelicamente, per capire le persone bisogna calarle nel loro contesto naturale e umano, e così piccioni e cuculo diventano qualcosa di più di semplici presagi o metafore incarnate. «La differenza fondamentale è radicata nella nostra capacità di ragionare e nel modo in cui abusiamo della ragione. Quando un animale sa che sta per morire, striscia semplicemente via in un angolo e muore. Per gli esseri umani, tuttavia, la morte è la cosa più terribile e straziante che possa accaderci.»

Scritto con solo apparente semplicità, La figlia unica è un romanzo profondo e pieno di comprensione sulla maternità, sulla sua negazione o sul suo accoglimento; sui dubbi, le incertezze e persino i sensi di colpa che la circondano e delle gioie e dei dolori che l’accompagnano; un lavoro calibrato che tende ad arricciarsi e diventare più rapido nel finale. La lingua è precisa, soprattutto quando affronta temi che richiedono schiettezza, come la disabilità, la medicina, il comportamento animale, assumendo come scrittrice la responsabilità di dare il giusto peso a ogni parola: «sono d’accordo con i poeti surrealisti, che dicevano che con le parole costruiamo il mondo».

Le sfumature delle parole scelte sono misurate, nella scrittura di Nettel, in modo che sia facile collocarle nello spazio della realtà letteraria e dall’angolazione dalla quale la si racconta. È ancora più importante per l’autrice scegliere come dare voce a personaggi quando si trovano, nella storia, in posizioni di grande fragilità; se s’intende la letteratura come luogo di indagine del reale, allora chi scrive ha il ruolo di dover soppesare con precisione questa voce.

La figlia unica richiama l’unicità di ogni nascita, la singola specificità di ogni individuo, «L’aspetto unico di ognuno di noi perché ognuno è unico nel mondo», come conferma l’autrice ai microfoni di Radio Festivaletteratura 2020. Parafrasando Ishiguro, ogni persona nasce all’interno di un romanzo familiare che in parte è già stato scritto. E così è Inès, figlia fragile e preziosa, che viene al mondo già con una storia personale in parte preparata prima della sua nascita e in una famiglia idealmente pronta alla sua unicità.

Nasce a Roma all’inizio degli anni Ottanta. Yamatologa, femminista, bibliofila ma soprattutto della Roma, è libraia e titolare di Bookish, una piccola libreria indipendente a Montesacro. Scrive e parla di libri con chiunque non riesca a fuggire in tempo.
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