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“La fila”: affinità e divergenze tra Basma Abdel Aziz e Franz Kafka

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di Federico Musardo

In questo articolo proverò a ragionare su alcune analogie e differenze tra La Fila (Nero-Not, 2018) e i romanzi di Kafka, soprattutto Il Processo e Il Castello. Va da sé che si tratterà di brevi cenni, intuizioni superficiali e disordinate, come se questa fosse una prima stesura, a matita, di un saggio più corposo che quasi certamente non esisterà.

Basma Abdel Aziz è una psichiatra e un’attivista per i diritti umani. La Fila (Al-Tabuur, 2013) è il suo esordio narrativo. Come è possibile evincere dal titolo, in uno spazio dove si respira un’aria egiziana anche se i nomi dei luoghi non vengono confidati al lettore (primo kafkismo), comincia a crearsi una fila di persone che per le ragioni più eterogenee aspettano piene di speranza. Quello di Aziz è un mondo distopico, vagamente surreale, in un certo senso aniconico, eppure afferente alla realtà attraverso trasfigurazioni più o meno trasparenti della Primavera Araba, delle dittature mediorientali e dell’uomo contemporaneo che vive la rivoluzione tecnologica.

Prima di incominciare, è bene specificare che Kafka, decontestualizzando un’immagine molto efficace coniata da Contini per descrivere il rapporto tra Petrarca e Dante, ha “salato il sangue” della letteratura mondiale; perciò, entrato nell’immaginario, certe analogie non saranno necessariamente da interpretarsi come discendenze dai romanzi dello scrittore praghese. Non volendo importunare la scrittrice per domandarle se perisce anche lei sotto la scure di Kafka, leggendo oltretutto un romanzo tradotto, questa sarà strutturalmente una riflessione lacunosa.

Questi cittadini egiziani che passano le loro esistenze ad aspettare che la Porta si apra ricordano forse, in una prospettiva collettiva e non esclusiva, la parabola kafkiana Davanti alla legge, dove un uomo dialoga invano senza avere risposte. Gli alienati della Fila, però, resistono ancora, vivono il miracolo del dialogo, anche se la Porta non risponde loro. Alcuni vi sono entrati, hanno quindi varcato la Porta, a differenza dell’uomo della parabola.

Come non pensare, leggendo l’indeterminatezza dell’Edificio Nord, una delle quasi infinite propaggini della burocrazia del romanzo di Aziz, all’agrimensore K. che contempla da lontano, impotente, il Castello che si staglia all’orizzonte?

«Lui si addormentò, mentre Amani vagò nella propria memoria fino all’Edificio Nord, lo stesso che aveva visto Yahya in fila impaziente, in attesa di entrare. Spesso lo guardava da lontano: era una costruzione strana che si innalzava poco al di sopra delle mura di cinta della Porta. Sembrava, da lontano, non avere finestre né balconi. Nient’altro che muri tetri e desolati. Se non fosse stato per i pochi che erano riusciti a entrarci e avevano raccontato delle stanze e degli uffici che c’erano dentro, ce lo si sarebbe immaginato come un corpo solido, privo di cavità interne».

Una leziosa curiosità è il fatto che tra le pagine del romanzo, in una breve e inutile scena, compaia anche un agrimensore, paciere in un conflitto sorto in seno agli abitanti della Fila a proposito della sua estensione.

Questa massa indistinta, da cui emergono poche e afflitte soggettività, vive una stasi piena di illusioni, certa che prima o poi la Fila scorrerà. È una questione di tempo: «non mancavano come sempre le voci, caotiche e discordanti, su quando la Porta avrebbe aperto. Chi stava in fondo alla Fila andava dicendo che lo aveva già fatto, mentre quelli accovacciati al centro dicevano che avrebbe aperto al massimo entro una settimana […]».Se i romanzi di Kafka hanno come protagonisti uomini piccoli, impotenti e abbandonati a loro stessi, Basma Abdel Aziz crea un mondo in cui a poco a poco emergono le vite offese dei personaggi secondari. Esiste insomma una comunità.

Aziz è distopica e ipercontemporanea, Kafka invece non ha bisogno di ciò per angosciare e affascinare i suoi lettori.

«Un giorno, le persone in fila fecero una scoperta inquietante su Violatel, la popolare compagnia telefonica: anche quando non venivano utilizzati, i telefoni dati in omaggio avevano iniziato a trasmettere le loro conversazioni private allo Sportello grazie a chissà quale strana tecnologia».

Questo è uno tra i molti esempi possibili: niente di più lontano dal placido andamento della scrittura kafkiana. Entrambi nascondono il loro messaggio invisibile dietro a uno stile calmo, anche se percorrono strade divergenti per condividerlo.

La trasversalità dei personaggi anestetizzati dalla fila della scrittrice egiziana, per esempio, come già accennato, non coincide con l’io dei romanzi di Kafka. Questi presenta la storia di un uomo che subisce uno o più contrattempi, tenta di reagire e incomincia la sua ricerca; nel Processo e nel Castello, il problema è sempre lo stesso: Joseph K. cerca di capire le ragioni della sua colpevolezza, l’agrimensore K. vuole entrare al Castello per lavorarvi. Da lì in poi, però, il lettore segue la ricerca del protagonista, attorno a cui vi sono tutti i personaggi più o meno secondari. Nella Fila, invece, è un intero popolo che mano a mano viene fagocitato dalla impietosa religione della burocrazia. Aziz abbozza le psicologie di alcuni personaggi, anche se sono lacunose, mentre in Kafka la sensazione di impotenza vissuta dal lettore dipende anche dal fatto che i due K. incarnano anche la solitudine, l’incomunicabilità, l’assenza radicale di solidarietà.

«Buonasera».
«Buonasera. Con chi ho il piacere di parlare?»
«Mi chiamo Yahya Gadel-Rabb. Ero ricoverato nel suo ospedale.»
«Ah, salve! Come posso esserle utile?»
«Al dottor Tareq servirebbero le radiografie che mi ha fatto in ospedale, ma lei è andata in ferie…»
La signora Ulfat lo interruppe: «Di che radiografie si tratta esattamente?».
«Radiografie del bacino.»
«In che data, signor Yahya?» «Il 18 giugno.»
Yahya preferì non menzionare nulla che potesse farle alzare la guardia, e quindi lasciò che fosse lei a ricordarsene:
«Ma era il giorno degli Sciagurati Eventi! Signor Yahya, quel giorno non ho consegnato né radiografie né altri documenti, né suoi né di altri feriti. Nella maniera più assoluta… Persino i morti, quel giorno, sono stati trasferiti all’Ospedale delle Folgori, lei ne sarà sicuramente al corrente».[…]

La ringraziò e andò via: non aveva voglia di mettersi a discutere. Non ne avrebbe ricavato altro e rimase senza più speranze. Neanche quelle alimentate dal dottor Tareq”.

Così come nel Processo, dove Joseph K. si illude che andando alla seduta del tribunale possa finalmente risolvere tutto, o nel Castello, dove quasi all’inizio l’agrimensore è certo che basterà una chiamata per assumerlo, anche Yahya tira un sospiro di sollievo quando sembra avvicinarsi alla verità – per quanto gli riguarda, tale verità è incarnata dalle sue radiografie, che gli consentirebbero anche di denunciare i soprusi contro i manifestanti durante i tafferugli degli Sciagurati Eventi. I personaggi di Kafka mantengono sempre la speranza, a differenza di Yahya che sembra smettere di sperare; forse, però, spera ancora.

Calcando un po’ la mano, si potrebbero fare dei parallelismi: per esempio, il dottor Tareq come proiezione lievemente meno impenetrabile del funzionario Klamm del Castello, Nagi come aiutante infinitamente più assertivo di Arturo e Geremia (gli assistenti di K.), e così via. Lo scarto dal modello (rappresentato in primis dalla coralità di chi abita la fila) e la grande consapevolezza della scrittrice rendono tuttavia queste analogie piuttosto inutili. La fila ci ricorda Kafka anche perché questi ha creato un mondo, un sistema narrativo da cui sono passati gli scrittori più grandi della contemporaneità, con cui è quasi impossibile non confrontarsi se si vuole raccontare una certa storia.

Un’analogia scoperta tra la scrittrice egiziana e Kafka sta in una burocrazia invisibile e tentacolare: il polpo della Fila ha come tentacoli pressoché infiniti piccoli uffici, ciascuno formalmente preposto a determinati compiti, a cui tuttavia è impossibile accedere. Dove arriva la legge, l’uomo è impotente. Il contesto islamico del romanzo di Aziz potrebbe forse indurre il lettore alla tentazione di interpretarlo come una tetra allegoria della società egiziana più di quanto Kafka non venisse filtrato attraverso la chiave di lettura della religione ebraica. Quello del romanzo di Aziz è un mondo certamente islamico; per esempio, chi governa decontestualizza alcuni versetti del Corano e li strumentalizza: questo è uno dei fili per annodare il romanzo alla società contemporanea, attraverso un’affinità trasparente tra le manipolazioni di questo governo invisibile e le storpiature coraniche operate dagli estremisti islamici.

È però un filo troppo debole per tesservi alcunché: La Fila è anzitutto un romanzo e bisogna conoscerlo come tale, fino al finale, dove una resistenza estrema ammicca alla morte. Non ci importa neanche dell’eco troppo manifesta della Primavera Araba, nascosta sotto i sacrileghi Sfortunati Eventi. La Porta sancisce l’esistenza delle cose, promulgando leggi su leggi. Ma tutte le ferite degli uomini esistono, nonostante tutto.Ognuno vi leggerà ciò che vorrà; d’altronde è sempre così, quando vengono scritti romanzi polisemici, ubiqui e magistralmente vaghi come questo.

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