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La fine dei topi (Da Talenti, 2004)

di Marco Mantello

Carolina e Maria? Dall’estate scorsa sono andate a vivere a Londra, in Holland Road n. 6.

“Voi farete la fine dei topi,” disse il padre a Fiumicino. E invece no: lavorano nei ristoranti, ora come lavapiatti, ora come cameriere, ora e sempre in cucina. Per la verità cambiano posto ogni quattro-sei mesi, perché lì sono molto flessibili. All`inzio è stata dura, anche per via della lingua, ma adesso si trovano bene. Hanno anche gli amici.
“Caro Marco, casomai vieni a trovarci, la fermata della metro è District and Circle Line. Linea gialla,” mi hanno scritto sulla cartolina.

Era un sabato di luglio. Avevo un milione da parte. Ho preso il volo della Virgin e quattro ore dopo ero al civico 6 di Holland Road. È un albergo e lo gestisce una vecchia cinese. Hanno preso una stanza con due letti a castello, un lavandino e un armadio blu. Cucina e bagno sono comuni. È abbastanza pulito. Sei piani in tutto, senza ascensore, loro stanno al terzo. Per salire devi fare le scale, sono sempre buie. Il corridoio al piano è stretto, se qualcuno apre la porta di camera sua non ci passi più. Nella stanza vicina alla loro ci sono studenti francesi. Fanno casino fino a tardi e Maria non li sopporta.

Siccome oggi non lavorano, gli propongo di andare a dischi usati, lì a Notting Hill. Maria è un po’ stanca e crede che leggerà a letto. Carolina invece mi accompagna volentieri. Solo un attimo che vola in bagno, fa pipì e usciamo. Ha un bel pullover nero, i capelli se li è fatti quasi a zero.

È già l’una e Carolina è ancora in bagno
Busso. Una, due volte.
“Hai fatto?”
Quando entro la vedo di spalle, fra lo specchio e il lavandino. Ha solo i pantaloni addosso. Il suo corpo è diverso. Mi ritorna l’immagine di noi a nove anni quando al mare da lei giocavamo alla sirena e al pescatore, con quel poco di seno che stava mettendo. Adesso non ha più la pelle, non ha nemmeno la spina dorsale. Fra la testa e il bacino c’è un sottile fusto verde. Con le gemme e qualche foglia già spuntata. Non è un tronco ma nemmeno un filo d’erba. Di spessore pare un manico di scopa. Carolina mi abbraccia. È disperata.
“Sei diventata una pianta!”
“È tre mesi che è successo. Non so che fare: mi metto le spalline, mi imbottisco di polistirolo. A parte Maria non lo sa nessuno. Ho problemi di respirazione, mi sa che di notte produco anidride carbonica! Dormiamo sempre con le finestre aperte oramai e puoi immaginarti il freddo.”
“Sei andata al pronto soccorso?”
“E che gli dico? Che possono fare quelli? Questo fusto è vegetale, capisci? È fatto di clorofilla! A maggio mi sono venuti i ramoscelli sulla schiena e per potarli non sai il dolore. Ma che vuoi sapere tu!”

In effetti non sapevo. Carolina lì davanti. Con due occhi rosso fuoco e quel piccolo fusto verde, che vibrava oramai dai singhiozzi. Era lì e mi guardava, come se l’avesse fatto sempre, da quando a nove anni si giocava alla sirena e al pescatore. Non c’è stato il tempo, io davvero avrei voluto ma che potevo fare? Aveva un paio di forbici in mano: fu un attimo, un rumore secco. Carolina tagliò e si divise in due. Il sopra crollò subito nel lavandino. Vidi il viso rovesciato: sembrava un fiore. Un fiore con lo stelo e gli occhi aperti. La sua parte di sotto si era afflosciata sul pavimento, leggera leggera. Non uscì nemmeno sangue perché il fusto era verde e fibroso e anche adesso non cambiava consistenza.
“Ti ha aspettato sai? Aspettava te per farlo.”
Era Maria, stava sull’uscio. Non sembrava sorpresa e sentivo il suo odio pulsare.
“Che ci inventiamo adesso? Verrà la polizia? Che ci inventiamo adesso?”
Fu la sola cosa che mi uscì di bocca.

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