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La fine dei vandalismi: la storia minima di Tom Drury

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Questo pezzo è uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Negli Stati Uniti la parola «contea» descrive tanto un territorio concreto quanto un livello amministrativo intermedio tra lo Stato e i comuni. La contea è però anche un contesto narrativo. Che coincida con un luogo reale o del tutto immaginario, quella nordamericana – dalla Madison County di Robert James Waller (e poi di Clint Eastwood) all’eternamente impronunciabile Yoknapatawpha di William Faulkner (e volendo potremmo annettere anche la Winesburg di Sherwood Anderson e la Spoon River di Edgar Lee Masters) – è uno spaziotempo concluso e insieme poroso, una regione drammaturgica che assorbe materiali da ciò che la circonda rielaborandoli in chiave letteraria.

Nell’inaugurare la Trilogia di Grouse County, La fine dei vandalismi di Tom Drury (NN Editore, traduzione di Gianni Pannofino, edizione americana del 1994) si rivela prima di tutto un libro bellissimo, che ancora una volta fa della contea un’enclave realmente immaginaria (e viceversa) in cui si sviluppa l’epica solo all’apparenza secondaria di decine di personaggi coinvolti in fatti quasi sempre minimi eppure imprescindibili.

Siamo all’inizio degli anni ’90 e nel presepe di Grafton i giorni trascorrono quieti, tra una presentazione di diapositive sulla storia della museruola, le torri dell’acqua che spiccano verticali interrompendo il paesaggio lentamente uniforme, bambini travestiti da vampiri che per Halloween bussano alla porta in cerca di confetti alla cannella; nella cittadina di Grafton i salvadanai sono a forma di chiesa, i pompieri si esercitano bruciando e spegnendo le case dismesse, e può sempre capitare di imbattersi in una predicatrice pronta a redimerti (magnifica versione femminile dell’Hazel Motes comicamente fanatico di La saggezza nel sangue di Flannery O’Connor).

A Grafton le stagioni si succedono mitemente brutali, tra piogge, gelate e incandescenze («L’aria non voleva cambiare, il sole surriscaldava il bacino del fiume Rust e gli eventi assumevano un carattere aleatorio, separati tra loro da cerchi concentrici di calura»), e a volte, entrando nel soggiorno della propria casa, ci si trova davanti a un cervo intento a mangiare i tralci di una pianta.

Proprio perché nella Grouse County il tempo è una massa opaca, tra normalità e anomalie non ci sono grandi differenze: da uno scatolone di birra abbandonato nel parcheggio di un supermercato può venire fuori un neonato, e nel bel mezzo del ballo organizzato in una palestra per sensibilizzare contro gli atti di vandalismo, qualcuno fa irruzione vandalizzando la festa medesima (cosicché il titolo del romanzo celebra ironicamente uno tra i paradossi tipici della vita nella contea).

A Grafton, da qualche parte nell’Iowa (lo stato dove Drury, oggi residente a Berlino, è nato nel 1956), vivono Dan, lo sceriffo, e Louise, assistente fotografa; ed è in quello spazio-pastello che prende forma, sottilissimo e allo stesso tempo silenziosamente robusto, il loro legame, nella condivisione del quotidiano più minuto, quel brusio di situazioni durante il quale si produce il bene, o nei momenti in cui il male si manifesta in tutta la sua traumaticità, pur restando sempre elementare e naturale, qualcosa che accade perché non può non accadere (generando però consapevolezze improvvise: «Non dissero nulla; si tennero soltanto per mano tra i due sedili anteriori della Vega.

I colori erano vividi e veri, ma in qualche modo sentivano che stavano osservando il panorama senza più riuscire a farne parte»). A gravitare intorno a questo legame ci sono anche Tiny, l’ex marito di Louise, un po’ ladro un po’ traffichino, osservato da Drury con una compassione lontana da ogni patetismo, e Mary, la madre di Louise, misurata e imprevedibile, che con la figlia divide pezzetti di esistenza normale: «Louise andò a caccia di ragnatele con una scopa coperta da uno straccio. Mary cucì l’orlo del vestito di Louise. Louise ornò di nastri bianchi i lampadari. Insieme prepararono tramezzini senza crosta».

Tom Drury mette in scena l’incanto di un ordinario inseparabile dalla bizzarria, procedendo sulla falsariga delle tall stories – le storie incredibili – organiche all’immaginario nordamericano. E lo fa attraverso una scrittura che si fonda su una delicatezza sobria e precisa, su una tenerezza sempre asciutta.

Si ha la sensazione che i personaggi di Edward Hopper – quei corpi della provincia americana ritratti in una camera di motel o al bancone di un diner – siano venuti fuori dai dipinti del pittore di Nyack, e senza perdere la loro malinconia abbiano preso ad andarsene in giro per la Grouse County con un’allure più lieve che li rende definitivamente terrestri.

Infine,la sintesi migliore di che cos’è una contea – spazio fisico, forma di vita, stato d’animo – è la mobile home. Presente fin dalla copertina di La fine dei vandalismi, la casa mobile è l’emblema di quell’impulso simultaneo al nomadismo e alla stanzialità che negli Stati Uniti non ha nulla di contraddittorio.

Incerti e vulnerabili, i personaggi di Drury percorrono i pavimenti della mobile home – sotto i quali, essendo sospesi da terra, si avverte il vuoto – fiduciosi che, per quanto ogni vita umana sia perfettamente radicata nello sradicamento, toccherà loro il privilegio e l’avventura di muovere ancora un passo.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
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