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Dopo la fine del lavoro, io

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal nuovo libro scritto da Giuseppe Genna, History, uscito per Mondadori.

di Giuseppe Genna

Stende il braccio e la mano e fa il giro di mezzo orizzonte. Nell’ovale immane fa l’enfasi con cui introduce l’arena Colosseo con i balzi rossi e gli abissi e gli spalti erosi dall’era e gli ordini superiori e i massi di travertino anneriti e le colonne imperiali ridotte a monconi e i pilastri immani e le volte rampanti e i corridoi anulari che furono e sono carceri e, come la cavea orale di un colosso fossile da millenni, dopo una morte di pachiderma e eroismo a memoria per i posteri, le fosse e le papille in muratura, ruotando su di sé a centottanta gradi, facendo perno sul terrazzamento, da cui si diparte la passerella, dice: «Questo è il futuro».

Il futuro non è questo, il contemporaneo è l’intempestivo. Ma lui è il ministro, della cultura: che futuro ha un ministro?

Si volta verso di me, con un sorriso televisivo anni Ottanta, il volto corrugato nella sua smorfia franca, da adulto con il volto di ragazzo, eterno ragazzo, paffuto e insidioso, progressista e cauto, in qual- che modo regionale e dice: «Il contemporaneo è il passato, visto con gli occhi di chi non pensa di avere futuro».

E sorride di un sorriso più largo e fosforescente bianco, tipico dei biondi come lui. Bisogna diffidare dei biondi: e dei biondi italiani bi- sogna diffidare ancor più.

È risaputamente biondo, poiché, eternamente uomo della transizione, da due decenni cerca gli schermi, con il suo sguardo inerme e biondo, da miope, insidioso. Ognuno è iscariota a se stesso? Lui trama, da decenni, continuamente nuovo, continuamente giovane: coetaneo ai miei coetanei, è coetaneo a se stesso. Trama, tradisce, infligge la legge del meno forte e più infido, il che non è contronatura, non esiste contronatura: la natura non c’è o, meglio, essa è uno sterminato artificio. La materia è gravida. L’uomo è un parto prematuro.

«Queste pietre sono gravide» dice.

«Il Colosseo.»

«Certo. Sarà un polo di attrazione. Guardi gli spalti e pensi: settantacinquemila persone conteneva. Erano in grado di sfollare in meno di quattro minuti. Gli antichi conoscevano l’idraulica. Con il sole troppo alto e troppo caldo, militari di stanza qui fuori erano in grado di montare il velamen e il tendone faceva ombra. Si ribaltavano nell’arena originale alcune botole e comparivano alberi: alberi naturali. La baracconata era un’arte già ai tempi. Non penso a rivivificare i ludi. I centurioni abusivi fuori bastano e avanzano. Non voglio baracconate. Abbiamo bisogno di una comunicazione che restituisca complessità, però leggibile: letteraria. Ci metteremo i milioni e il Colosseo rinascerà a vita nuova. Farà innamorare il mondo. I restauri sono stati degli errori. Ripuliamo tutto. Innoviamo, ma con rispetto. I sotterranei sono sotterranei, devono avere una copertura, altrimenti non sono sotterranei.»

Diffidiamo dei biondi. La loro solarità è caucasica, e ciò lo si è sperimentato una volta per tutte, è anche in qualche modo nazista. I biondi nazisti tuttavia sono cupi, ghiaccei, cinerini. Soprattutto sono sempre lisci. Anche se portano barbe, sono lisci, non si tratta di barbe vichinghe e disordinate o folte, sono azzimate e rade. I loro volti bambini o ragazzini esprimono una cifra che non ha nulla a che vedere col complotto, con il sottopotere muschivo a cui siamo abituati noi, gli eterni levantini italiani, gli eternamente cauti. La nostra perennità si nutre di cospirazione. Di uno sterminato esercito di cospirazioni, microfaghe, una legione romana che bisbiglia urlando, popolana anche quando insediatasi nei palazzi e nei salotti e nelle anticamere, travasandosi dalle piazze popolane, quel popolo di mangiatori di acciughe sotto sale sa bene cospirare e garantirsi una perennità, due soldi che sfamano e quanto è sufficiente a stare nel futuro che li interessa: di qui alla loro morte. Dopo la loro morte continuerà tutto come prima, le acciughe a morire, i figli dei figli a masticarle sotto sale. I biondi nazisti emettono le molecole di una morte tagliente, squadrata, algebrica, precisa. L’organizzazione sta ai biondi nazisti quanto il sotterfugio preterorganizzato sta ai biondi italiani, queste eccezioni con un gene svevo, che non imbiancano se non alle basette e ostentano un candore falso come la moneta corrente, l’oro finto della granaglia che inflaziona e deflaziona il pane, i circensi.

Cattolico, si è separato. È diventato cupo all’ingredior nella sua vita di una donna spregiudicata e sessualmente dominante, mora, a cui è andato adattandosi, somigliando. Un biondo che agisce da moro pertiene a una gradazione del subdolo che non riesco a misurare, per cui lo ascolto e prendo appunti: mentali, non li scrive più nessuno, gli appunti. La registrazione è difatti un atto immateriale.

«Le macchine sceniche furono divelte o marcirono, chissà quando» accenno. Non vanto competenza alcuna, si fa per dire, cosa non si fa per vivere: si compiace, si liscia, si accumula la provvigione, si unge, si straparla…

«Questo è il lavoro dei filologi. Perché cos’è alla fine il Colosseo?» Non è nulla alla fine: come tutto. È qualcosa al momento: ma è sempre il momento. E cos’è il Colosseo? Una belva incoronata belva o, forse, quello che vediamo. Vediamo appunto la corona e intuiamo la belva occultata nel suolo. Noi, biondi, italiani, ministeriali, staremo in cima a un luogo feroce, la tana insondabile abitata da una tirannia ignota, cupa con luccichii drammatici e shakespeariani. Alla invenzione, al discoprimento, di questo oggetto, che è un essere, lavorarono tiranni, uomini di sangue e furia, dai nomi dimenticati, eppure eterni, shakespeariani. Fu, forse, questa bestia pietrosa, un loro sogno, un incubo felice, l’accusa di una strage imperiale. Il Colosseo assomiglia a quegli uomini torbidi e potenti. Di loro, della loro bene organizzata violenza, conserva e propone e rileva la memoria. Non morirà mai, l’antica violenza italiana, che è l’umana, finché questo carcere spalancato resterà quale è ora, ferito e vitale.

«Cambiamolo, dunque. Ci vuole una filologia nuova: azzardata, ambiziosa, assetata di restare nella storia.»

È sempre stato questo? Quanto è stupenda l’efferatezza…

«Siamo oltre i postmoderni.»

La scorta ministeriale è dieci passi indietro. Le mie spalle curve, appesantite dalla carne bollita dall’età e dall’assenza di un esercizio adeguato, sono guardate. Qualcuno testimonia per il testimone, ma è prezzolato, unge la provvigione.

Il ministro si accarezza la barba, affocata dal crepuscolo romano: pare croco d’antimonio, per la polluzione della capitale, che moltiplica il riverbero e sposta la luce, aberrandone lo spettro. Pare più biondo, più zafferano. Si esaltano le feritoie dell’epidermide, i coetanei si stanno avvizzendo, incalliscono, crepitano di notte come tutti gli invecchianti, il loro corpo esfolia.

«Il culmine dell’esotismo è da sempre la cultura che ci abbraccia tutti.

La specie eretta elaborò le sue difese, attaccando all’interno le proprie classi, differenziandosi, schiacciandosi. L’uomo castale è anzitutto una materia non gravida, che si perpetua. L’imperatore sapeva il fatto suo, anche la plebe. Le mescolanze non allettano, non sono raffinate. All’inaugurazione dell’anfiteatro Colosseo morirono a migliaia, una plebaglia importata, certo, ma anche un bestiario eccentrico. Si immaginino la calura e l’ammonio del sangue, che scorreva negli scoli verso la cavea, poi in grondaie sotterranee. Durò più di cento giornate. Come facevano a tollerare tutto questo? Con i nebulizzatori, che irroravano acqua e spezie e vino, posti tra le teste, come un vaticinio di speranza. Lo zaffo del sangue era mitigato, l’uomo ha i suoi mansuetari, ha i suoi venatori. Lì sul palco compariva l’imperatore, con i famigliari, isolato. Inseriva chiodi di garofano nelle narici e comparvero tre diversi torrenti di acqua fresca profumata di alloro, i cespi artificiali e le essenze arboree dei ginepri, anche un manto di erba fiorito, fuori stagione. Un mondo nel mondo, che è sempre il diorama in cui si vive dall’alba dei tempi.» Non al tramonto dei medesimi, quando deflagrano, né interni né esteriori, i mondi, e gravida non è più la materia, ma un genere particolare di etere e mentale.

«Il casco virtuale potranno indossarlo sugli spalti, gli arredi saranno non meno veri dei vespasiani. I cessi si dicono vespasiani perché li inventarono qui, gli orinatoi. Fuori prosperava un circo speciale, di taverne e bancarelle. È tutta la cultura. Il sapore del potere è virato esotico, la carne cruda si miscela alla curcuma e altre spezie. La carne fa allucinare, la digestione scatena le tossine, cadaverina e putrescina, offuscando i metabolismi, quello cerebrale, per esempio, così viene meno il nitore e si inturgidano le fantasie. A questo fine stanziamo i milioni. I puma saranno veridici. I rinoceronti combattevano coi pachidermi. I condannati romani di cittadinanza avevano qui pubblica esecuzione. La vista del sangue, l’odore del sangue, il sapore del sangue eccitano e sono da sempre e per sempre l’origine dei miti. Non sono io a scoprirlo, ma i filologi. Spostiamoci verso gli ordini superiori.»

Non è detto che l’ordine superiore sia supremo, non è detto che la supremazia mantenga significazione. Prevedo lo scatenamento per silenzio, stazionare in molti colossei orizzontali, indifferenziati, senza sagome a intrattenere, privi di spazialità, pure istanze, stazionamenti per psichi agglutinate, senza temporalità o definizioni, croma o sanguinamento, per sequenze successive come stati di sogno o anestesie generali, contemplazioni facili all’eccesso.

Sopra la pavimentazione lignea dell’arena, a pochi metri dall’imperatore, era uno strato di sabbia, rena di mare importata dalla zona litoranea, la schiavitù era in eccesso e il lavoro era per sempre.

A cosa lavora un ministro: alla fede?

“Lavoro alle restanze, a entrare nella storia come tutti: un giorno in più da inserire nell’almanacco” potrebbe dire e sorridere franco, l’at- tività dei muscoli facciali sta scollandosi dalla sua pelle grassa e vizza. Desidero dire: è più sebaceo che eterno. Dove e a chi lo dico?

È raro che un biondo si trasformi incupendosi. Quando accade, è perlopiù una sindrome depressiva male nascosta a piegare i lineamenti e a gonfiare gli occhi, spesso acquosi ed esoftalmici. Un biondo che incupisca shakespearianamente ridonda invece in solitudine, poiché la solitudine è ridondante. Potrebbe trattarsi di qualcosa di morboso o sessuale? Quale sessualità vivono o esprimono i biondi? Le loro pelli lattee si striano facilmente arrossandosi, sono deboli alla circolazione, occultano con difficoltà l’accumulo di plasma: si notino i loro imbarazzi, imbarazzantemente dissimulati. È la goffaggine che incrina la sicumera del biondo, la sua provenienza solare, il suo carisma peri- divino, la sua inesaurita positività.

La solitudine ridonda e non è questione del potere. Lo scranno è sempre solitario o coniugale, questo è certo, eppure è illusorio, è transitorio, è semifinale. Shakespeare lo abbiamo inventato noi latini, declinando Tacito alla Andronico. L’oscurità e il bagliore si addicono anzitutto alla tragedia mediterranea, quindi invadono il mondo. E quando la tragedia sfuma, si evapora senza conseguenze? Probabilmente ritorna in forma di tragedia: ancora più silente, ancora più incomunicabile e prossima all’azzeramento. La forma pesante del latino, la sua solennità, hanno compiuto il capolavoro occidentale che consiste nell’invenzione del potere. Le deità latine sono sfuggenti o riciclate: in questo risiede tanto l’inizio di una civiltà, quanto il suo esito, che nemmeno si può definire finale, poiché non esiste termine all’abominio umano, che è o cinese o latino. L’Asia ha i suoi demoni, ma Roma ne ha altrettanti e in più vanta anche lo sterminio dei cristiani nell’arena al Colosseo e l’elezione del loro dio a rappresentante degli umani in cielo: un abominio che non ha pari nel globo.

«Dovete essere intempestivi. Ogni progetto lo è. Non si progetta mai nel passato o nel futuro, ma nel presente. La vostra comunicazione deve affliggere ed eccitare, deve fare allargare le narici e deprimere le velleità. Il progetto con cui la vostra agenzia di comunicazione ha vinto il bando è convincente, ma fino a un certo punto.»

Ciò che è politico, da quando sono nato insieme ai miei coetanei, tra cui il ministro e la sua cultura, è precisamente questa disgiunzione timida: “fino a un certo punto”, questo stop a metà, questa cautela che un tempo era democratica e cristiana, adatta agli spiriti provati dalla consunzione del tempo, a cui opponevano una sapienza cinese o vaticana, poiché tutto transeat e, mentre lo si osserva, si è transeunti e quindi, “fino a un certo punto”, viventi. Si tratta di apporre, inaspettatamente o secondo i canoni di una giurisprudenza del costume più rettile, espressioni a mezza bocca, segnali che si sta lasciando intendere qualcosa di più o di meno: “fino a un certo punto”, sì, quanta cura e quanta curatela, quanta argomentazione sottintesa e quanto omicidio, quanta minaccia e quanta dissolutezza, quanto brivido per il momento apicale e luculliano che si vivrà la sera, mentre si è a pomeriggio inoltrato…

Si potrebbe assistere a, incendiate a sera, statue di cipresso al centro dell’arena, roghi a sterminio dei coetanei, umiliazioni collettive di coetaneità.

La polluzione del sole romano sta calando al di sotto della linea de- gli spalti. Sembrano molti cippi, tutti cippi, in cotto scuro, dove cala la notte nella cavea. L’aria è spettrale. Le immagini vacue vibrano in un etere colossale.

«La lascio. Ho dato disposizioni: stia un po’ qui da solo, io lo faccio di tanto in tanto: mi ritempra. Contempli. Non è tutto caducità? Noi reiniettiamo vita nelle sostanze morte, facciamo metabolismo: siamo i resurrettori!»

Mi saluta ridendo, porgendo il braccio piegato a retto, stringendo- mi con la mano l’avambraccio, e ride, mi saluta come i centurioni o i camerati, mezzo Duce e mezzo Tacito, mi lascia, la guardia del corpo lo segue, i custodi gli vanno dietro con piaggeria e fare zuccherino, mi concedono un’ora, di solitudine, ridondo: è crepuscolo, pare alba.

Inizio a correre.

Come uno ionio effeminato, come un miracolo barbarico, come a Menfi sui resti delle piramidi più ottuse, io corro. C’è un uomo nel nitore serotino e lucente al Colosseo che corre circolarmente sulle muraglie degli spalti solo e sono io.

Senza devozione per le pietre, oppure con una devozione per la loro vita che pulsa priva di consapevolezza ma non di potenza, rivivifico me stesso e il luogo che ho appreso a disamare, come un rampicante aderendo ai tufi, alle pareti spesse e diroccate, privo di devozione per la memoria, per i millenni a cui una pietra non testimonia affatto, poiché sono i millenni a fare da testimoni alle pietre, aderendo come plumbago, come caprifoglio, però sono fatto di carne. Di carne e di cosa?

Rampico lento, goffo, inallenato, sudo, sono sebaceo, sono cognitivo, nell’opulenza ho trascurato il corpo, ho pensato troppo astrattamente alla morte, mi sono concentrato troppo sulla routine del vivere male, ma è come ho vissuto, come potevo vivere: così, poveramente, un poveraccio, uno straccio di carne e cosa?, un niente.

Mi inerpico, non è credibile: questo coetaneo borghese, esauritasi la borghesia, che sono io. Com’è dura e sfaldabile, esfoliabile, la roccia, come sembra un corpo, che illusione è, quanto è pernicioso tutto: i custodi, le guardie del corpo, il ministero, la fede nei corpi, nelle secrezioni, anche i pensieri sono secrezione, e come li spremo, questi umori fatti di fantasia e sentire, come sprizzo tossine e stati d’animo, come un geko, attaccato alle muraglie, dove c’erano, sì, le gens e là l’imperatore, con i chiodi nel naso, di garofano, morente, all’inaugurazione, preoccupato per i costumi dei germani e per il limes, per la vittoria definitiva mai sui barbari. All’orizzonte premono sempre i barbari: stanno sempre arrivando i barbari. Lui, imperatore, decrepito, fondatore della gens flavia, durante il “lungo anno” che seguì la scomparsa di Nerone e prima che Traiano raggiungesse i limiti dell’espansione, tentò di alzarsi mentre moriva, era opportuno morire in piedi all’imperatore, tentò, morì. Aveva costruito questo Colosseo: il primo, l’ultimo spettacolo, l’enormità televisiva che preme barbara gli schermi delle gentaglie sempre dall’epoca vespasiana in poi, fino a me, fino alla trasformazione: che è ora, è in questi giorni.

Mi arrampico.

Questi giorni a me coetanei stanno trasformando tutte le cose, i miei coetanei non se ne accorgono. Che storia è questa?, è storia? Non lo sanno, sentono che non è più storia, si è fermata e invece accelerava. Ne sono, ne siamo, stati travolti. È una deriva a maelstrom, è essere detriti durante lo tsunami, fratti, crollati, colossei in ruderi, tutti, individualmente, spezzati dalla connessione che sta entrandoci nel corpo e lo trasforma, di giorno in giorno. Le biblioteche: vorremmo che crollassero e invece evaporano. A chi importa più di una biblioteca o di un crollo, oggidì?

Mi isso, uso la presa, mi ergo sulle mura.

Nella fanghiglia di me, nell’aria satura di umidità romana, la frescura dei vegetali dolci romani e dell’ombra profonda e piranesiana non esiste qui e sto in una bolla termica. Risalgo gradoni, non corrispondono a storia alcuna.

Non è l’umiliazione o la frustrazione odierna: non è questo a creare, di me, un’istantanea incalcolata: solo, sulle rovine del Colosseo muoio, per privazione di ossigeno, come alla vetta su un ottomila Messner. È imprevisto, quindi è inattuale, quindi è contemporaneo.

Esistono qui cicale che crepitano notturne, dai fondi. Fa paura. L’illuminazione artificiale in vista della mezzanotte sui fori imperiali preme, assedia e è respinta, trapassa i vuoti di archi e murature insigni, deprivate degli stemmi metallici: qui tutto è marrone scuro, di che tufi non so, sfatti. Era rivestito di lastre di travertino sostenute da grappe di ferro. Dove è l’ambulacro? Dove l’opus quadrato?

Io sono sulla cresta, sfatto, e corro: inizio a correre, corro.

Nessuno è lì a vedere e io vedo il centro oscuro di tutto: l’opus quadrato da cui eressero la struttura, era tufo. Qui si diede lo spettacolo, anzitutto. Era questione di vita o di morte, come è sempre nello spettacolo, anche dove crebbi. Crebbi, crescemmo, in uno spettacolo osceno, quale è qualunque spettacolo.

A quasi cinquanta anni compiuti io corro per anelli nel Colosseo e vedo fuori la città dormiente, non dormiente, che esiste da migliaia di anni, non da sempre, come Ninive e le altre che caddero, ma questa non cadde e crebbe trasformando le fondamenta, irradiandosi nel mondo, con il suo spettacolo, con le sue fiere e il sangue versato nei lavacri e andò nel mondo, propagando dio e i fantasmi del potere, fino a oggidì, ed eccola, a scatti ritrovandola, perdendola sempre, mentre corro, che appare, un fantasma, tra arco e arco.

Perché non ha nome lo spazio vuoto sotto l’arco?

Appare e scompare, la città, quasi un angelo necessario e italiano, preterintenzionale, questa città teologica, stipata di ratti e gattare, di archetipi e di qualunquismi, che partorisce vecchissima e anziana sol- leva il nuovo nato, resistendo immota ai turbinii delle molte generazioni che la hanno sventrata ed eretta, come visceri di un bue universale o impalando il totem al centro, tra colle e colle, come qui dove corro circolare, sugli spalti eretti accanto a una statua in bronzo colossale, in una depressione paludosa, lavorarono a prosciugare, lo fecero, non ci furono infiltrazioni di acque per i millenni a venire, trasportando i travertini dalle cave di Tibur, erigendo una strada appositamente, da Tivoli al cantiere. Io corro.

Non esiste nessuno spettro sugli spalti corrosi dall’opera dei climi e dal tempo, che è la declinazione progressiva dei climi. L’erosione non si vede a occhio nudo, bensì con l’occhio nudo dopo tempo. Che cosa dovrebbe essere il nostro cervello, se non un Colosseo carnale, di materia biancogrigia, percorso da sostanze che innescano la chimica, ovvero l’elettricità, e si muovono secondo le dinamiche dei climi, delle aree di pressione alta e dei venti, che non si vedono ma esistono? Lo spettacolo che si tiene nel cervello è virtuale? È un polo di attrazione? La realtà è aumentata? Quanto erodono delle muraglie cerebrali le ondate neurotrasmettitrici? A quale ritmo decadiamo, percossi dai climi interni? Nel nostro cervello c’è il vento.

Quindi mi fermo.

Respiro a pena. Lo stomaco secerne succhi acidi a vuoto. Sono esausto. Sembro un discobolo sconfitto, inturgidito dai grassi dell’età, i lombi sfatti, le gambe magre, l’epa mi fa dispercepire me stesso. Madido, affranto, tento di recuperare il respiro, tutto in me pare elettrico e sento.

Il ministero ha detto la sua, è la quintessenza del ministero dire la propria.

I corpi non ci sono, qui, ovunque, li ha erosi il tempo. Rimangono restanze, pietrame in forma di tracce, proposte di desunzione, il catino doveva essere stracolmo, traboccante carni e deliri, visioni ardite, posizionamenti della materia impensati, stupefacenti, stimolazioni cerebrali ovunque, shakespearismi, retoriche, ordalie.

L’orda del tempo è barbara e preme alle porte e adesso muta.

Da non molti anni noi siamo nella mutazione sensibile accelerando, è che ce ne accorgiamo, siamo nel gomito della curva, corriamo in progressione sugli spalti che non si vedono a occhio nudo e però esistono. Siamo in grado di datare la mutazione.

Qualunque agente comunichi è morto.

È prezioso il tempo del ricordo. È prezioso?

Centrifuga e centripeta sono le forze che mi trattengono qui? Chi, dopotutto, sempre dopo, ricorda?

Siamo l’ultima generazione a morire precocemente?

Morto, di fatica, morto, non veramente morto, osservi il centro dell’arena che non fu persona, ma agente comunicativo, sotto la quale sta la pietra fondativa, squadrata, nera, accanto al colossale: e ti è stato fatto aderire il nome, che non esisteva. Sei senza nome, qui, sempre qui e ora, ricordando a stento, le sclere si fanno gialle, l’umore solidifica, tutto va metallizzandosi.

Un uomo è solo e osserva sé e le madri profondamente sepolte dentro la scena, fuori scena.

Saranno abbandonati tutti i metalli, tutti i nomi. Ora qui non è nessun nome mai.

Questo è un libro per adulti.

Commenti
8 Commenti a “Dopo la fine del lavoro, io”
  1. matteo pirto scrive:

    Beato Giuseppe Genna, a cui pubblicano i deliri di potenti farmaci, e continuando a foraggiare il sistema della stampa nazionale per spingerlo come “avveniristico”, “innovatore”, ecc.
    intelligenza artificiale al Tecnopolo di Milano – basta il pitch del libro per capire il livello della fuffa.

  2. Alessandro Montani scrive:

    Immane, enfasi, abissi, immani, fossile, pachiderma, eroismo: tutto nella seconda frase. Non sono andato oltre

  3. Papilla scrive:

    Haters gonna hate! 😀 forza Giuseppe!

  4. matteo pirto scrive:

    “È risaputamente biondo, poiché, eternamente uomo della transizione, da due decenni cerca gli schermi, con il suo sguardo inerme e biondo, da miope, insidioso. Ognuno è iscariota a se stesso? Lui trama, da decenni, continuamente nuovo, continuamente giovane: coetaneo ai miei coetanei, è coetaneo a se stesso. ”

    In effetti, in quanto biondo è eternamente uomo della transizione.
    Il suo sguardo inerme e biondo è in effetti da biondo: insidioso come solo il miope sa esserlo. Il miope biondo. Il ciclopico miope, aggiungerei.
    Ognuno è iscariota a se stesso – va da sé.
    Ed in effetti – ma stranamente – il biondo coetaneo a se stesso.

    Pietà.

  5. matteo pirto scrive:

    “Mi isso, uso la presa, mi ergo sulle mura.”
    – Giuseppe Genna

    “Fletto i muscoli e sono nel vuoto!”
    – Ratman

  6. Gianluca scrive:

    Certo, la maschera fenomenica e transitoria del corpo medium scrivente può destarmi qualche manchevole simpatia, ma ciò che rimarrà, la scrittura che ha scritto lo scrittore Genna, in quanto scritto e mai descritto dal suo dettame scrittorio, mi provoca orgasmi mentali che solo Busi…

  7. Elena Grammann scrive:

    Potrebbe il Dott. Genna gentilmente indicarci il lassativo della funzione verbale che assume prima di mettersi a scrivere?

  8. Arlt scrive:

    Linguaggio post-lombrosiano.

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