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La fine delle metropoli (o di una certa loro idea)?

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Che ruolo hanno le metropoli nella letteratura degli ultimi anni? E tutto ciò che non riguarda propriamente il centro delle grandi città? Una coincidenza ha voluto che qualche settimana fa, nello stesso giorno, e su giornali differenti, ne scrivessero Nicola Lagioia e Vittorio Giacopini. Il primo su “La Repubblica”, il secondo sul “Domenicale” del “Sole 24 Ore”. Una dopo l’altra, proproniamo entrambe le riflessioni ai lettori di minima&moralia. (Foto: Paolo Grazioli.)

di Nicola Lagioia

Quale forza evocativa conservano le metropoli nell’epoca delle archistar, degli Apple Store e del bike sharing come termometro della civile convivenza? Ben poca, a giudicare dai contesti che i più importanti scrittori degli ultimi anni hanno scelto per ambientare le loro storie.  Prendiamo il Nobel a Alice Munro. Oltre a una sapienza narrativa poco imitabile, il premio certifica una vocazione regionale in cui la scrittrice cadadese non è sola. Benché i suoi racconti seguano le vicende di provinciali che in qualche caso tentano la carta della metropoli, il fuoco narrativo arde sempre dalle parti di quella Huron County in cui molti lettori italiani si sentono misteriosamente a casa. Sebbene poco sembrerebbe legarci a una dura terra protestante dove la temperatura va spesso sottozero e la tenacia del pregiudizio ricorda quella di una provincia da noi quasi scomparsa, l’impressione è che i fondamentali della vita (guerre famigliari e scontri sentimentali, bisogno di affrancamento, elaborazione del lutto e gestione della solitudine) abbiano più speranza di venire in evidenza tra un emporio di ferramenta e una chiesa presbiteriana che sotto i tabelloni luminosi di Times Square. In più, nel caso della Munro, questo avviene avvalendosi di tecniche narrative modernissime, cioè l’equivalente letterario dei magnifici edifici trasparenti di Zaha Hadid o Frank Gehry dentro i quali tutto sembra poter accadere, tranne la vita quotidiana.

Le cose non cambiano se da Wingham, Ontario, ci spostiamo verso sud fino ai luoghi che un legittimo pretendente al Nobel come Philip Roth ha messo al centro dei suoi romanzi. Fabbriche di guanti e piccoli uffici postali rivestiti di scandole grigie Non più la New York di Holly Golightly (dove, e qui un primo indizio, lo spiantato narratore di Colazione da Tiffany non potrebbe certo permettersi oggi un appartamento nell’Upper East Side), ma la Newark dello Svedese e di Nathan Zuckerman. Al massimo, il villaggio rurale di Madamaska Falls (New England) in cui imperversa Mickey Sabbath.

Se uno come Roth, che in gioventù era andato a scuola da un cantore di metropoli (quel Saul Bellow capace di dipingere Chicago come una moderna Bisanzio) lascia alla grande città un ruolo marginale, questo a maggior ragione accade coi suoi connazionali che si ispirano alla grande provincia che fu di William Faulkner e di Flannery O’Connor. È il caso di Joyce Carol Oates, di Toni Morrison (la quale, quando mette New York al centro di un libro, non ambienta la storia ai tempi dei flash mob che movimentano Manhattan ma nella Harlem delle marce di protesta degli afroamericani di quasi un secolo fa), o di Cormac McCarthty, che in Non è un paese per vecchi fa del deserto texano il punto d’incontro tra narcotraffico e tragedia classica.

Del resto, basta passare il confine con il Messico perché il medesimo deserto divenga lo spazio d’elezione di quello che forse è per ora il più grande riapertore di giochi letterari del XXI secolo: Roberto Bolaño, che scelse appunto come suoi punti cardinali un deserto (Sonora) e un obsoleto concentrato di violenza e confusione (Ciudad Juárez) in grado di negare tutto ciò cui aspirano le metropoli contemporanee.

Eppure le città sono state al centro dei nostri sogni per almeno due secoli. Dalla Dublino di Joyce e dalla Parigi di Proust hanno preso forma i codici interpretativi di cui tutti ci siamo poi serviti. Prima ancora avevamo avuto la Parigi dei pescecani di Balzac (e quella degli arrivisti di Stendhal, dei miserabili di Hugo), la caoticissima Londra di Dickens, la Mosca di Tolstoj, la Pietroburgo di Dostoevskij. Ciò nonostante, per raccontare una storia è sembrato a un certo punto necessario allontanarsi dagli agglomerati urbani.

In Europa, basti pensare a come Houellebecq non riconosca a Parigi la centralità che aveva per i suoi antenati, o all’ultimo Ballard che considerava i sobborghi londinesi più rappresentativi del centro, e ancora a Sebald che leggeva le città del Vecchio Continente come sopravvivenze fisiche di un’altra epoca. Per arrivare in Italia, è sin troppo facile soffermarsi sulle borgate di Walter Siti, o su come (dalla Sardegna di Murgia, Fois e Soriga, alla Puglia di Lattanzi e Desiati, al nord est di Falco e Trevisan, alla Pianura Padana di Nori e Cavazzoni) gran parte della nostra recente narrativa trovi nella provincia la propria culla. Non è allora un caso – pensando al cinema – che l’ultimo Leone veneziano l’abbia vinto la Roma esiliata oltre il raccordo di Sacro Gra.

Cos’è dunque che, se non sempre fisicamente, ci ha fatto emotivamente fuggire da ciò che un tempo consideravamo un punto d’arrivo? La verità è che negli ultimi anni le metropoli sono state sempre meno dei luoghi d’esperienza. Ridotte a centri amministrativi o di potere, a mete di shopping o residenze per ricchi (per non parlare dei musei a cielo aperto cui si vorrebbero ridotte tante nostre città), costose e poco inclusive nei propri luoghi simbolo, offrono assai di meno quelle occasioni d’avventura e di incontro (tra diversi) che davano sale alle grandi narrazioni. Difficile ad esempio, con una mobilità sociale rallentata, una scalata come quella di Julien Sorel a Parigi. E, in un’economia criminale anche quella oligarchica, è addirittura arduo attualizzare il Gatsby di Fitzgerald. Per non parlare di quali probabilità avrebbe oggi il sottoproletario Pip delle Grandi speranze dickensiane di finire nella city londinese (o persino il ricco Scrooge di trovare un fantasma che lo porti tra i diseredati).

È successo, insomma, nell’ultimo ventennio, che insieme con la forbice tra ricchi e poveri si è allargata quella tra i luoghi in cui si decidono le cose e i contesti in cui la vita accade. I teatri del potere (la lezione è della Morante) sono però come il centro di un ciclone: concentrazioni di stasi assoluta in cui niente succede per davvero. Se a politica ed economia fa comodo dimenticarlo, l’arte di raccontare storie ha già preso le contromisure.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
10 Commenti a “La fine delle metropoli (o di una certa loro idea)?”
  1. sergio garufi scrive:

    “Frank Ghery”

  2. Nicola, l’errore implicito del tuo ragionamento sta nel fatto che a conti fatti consideri “metropoli” solo il centro della città. Ma la metropoli è cosa ben diversa. Harlem è parte della metropoli tanto quanto Manhattan, e quando io e Monina giravamo a piedi per le tangenziali di Milano nel 2009 cercavamo e trovavamo la metropoli lasciandoci alle spalle il centro imbalsamato e bolso. I sobborghi di Ballard sono quelli descritti da London Orbital di Sinclair, manifesto della metropoli infinita… e poi le metropoli linerari dell’Emilia, o la periferia senza orizzonte della Campania… insomma, la letteratura sta, come dici tu, dove sta la vita. E la vita sta dentro forme urbane che non sono quelle standardizzate nel secolo scorso. Infine: non confondere la straordinaria tecnica della Munro con quella furba e arrogante della Hadid.
    Tema interessante, peccato non avere tempo per parlarne (devo andare a prendere la figlia a scuola).

  3. Kevin scrive:

    a me sembra tanto una forzatura,
    domani stesso si potrebbe sostenere il contrario e trovare mille esempi che lo confermano…

  4. Francesca scrive:

    Biondillo!
    Lei che è architetto, non è che riuscirebbe a rispondere in poche righe (è anche scrittore) a una faccenda su cui mi interrogo da anni da profana e a cui nessun architetto mai incontrato in vita mia ha dato mai risposta?

    Perché, in media, le vecchie case (fino a inizio Novecento), anche umili, sono tanto più belle rispetto a quelle nuove?

    Grazie.

  5. Federico scrive:

    Articolo condivisibilissimo.

    Le grandi città (il loro centro) sono diventati luoghi per ricchi.

    Lo diceva (sempre sulla Repubblica insieme al pezzo qui menzionato) persino David Byrne: http://ricerca.gelocal.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/10/20/un-tempo-new-yprk-era-leggendaria-ora.html

  6. minima&moralia scrive:

    Svista corretta, grazie. :)

  7. Liborio Conca scrive:

    grazie a Nicola e Giacopini. Uhm, è un tema interessantissimo.. e non sono completamente d’accordo con la tesi di questo tuo pezzo, Nicola. proprio un libro come il tuo “tre sistemi”, per dire, è calato molto bene dentro una certa idea di roma (non volevo parafrasare baricco). “il contagio” e “resistere non serve a niente” hanno parecchio di roma oggi; persino il valle occupato, non solo la borgata (che comunque è roma al cento per cento, a mio parere).
    penso che le cose a roma accadano. eccome.. il fatto che non sempre ci siano scrittori che sappiano acchiaparle.. be’, forse è questo il problema vero. e poi certo, al mondo non esiste solo la grande città in senso ottocento-novecento, soprattutto in italia, e gli scrittori si adeguano. ah, infine, e come si suol dire sei tu che me lo insegni, è vero che bolano ha il deserto, ma ha pure città del messico, barcelona.. e persino roma!

  8. Francesca,
    semplicemente non è vero. E’ un po’ come dire che la musica fino a Puccini era bella e il resto è solo rumore. 😉

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