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La forma del nostro futuro

di Marco Mantello

“Solo come un leggero mantello che si potrebbe sempre deporre, la preoccupazione per i beni esteriori doveva avvolgere le spalle dei suo santi, secondo l’opinione del Baxter. Ma il destino ha voluto che il mantello si trasformasse in una gabbia di durissimo acciaio. Nessuno sa chi, in futuro, abiterà in quella gabbia, e se alla fine di tale sviluppo immane ci saranno profezie una possente rinascita di antichi pensieri e ideali, o se invece (qualora non accadesse nessuna delle due cose) avrà luogo una sorta di pietrificazione meccanizzata, adorna di una specie di importanza convulsamente, spasmodicamente autoattribuitasi. Poiché invero per gli “ultimi uomini” dello svolgimento di questa civiltà potrebbero diventare vere le parole: Specialisti senza spirito, edonisti senza cuore: questo nulla si immagina di essere asceso a un grado di umanità non mai prima raggiunto”.

Il finale di L’etica protestante e lo spirito del capitalismo tira le somme sul mito del “Beruf”,  sulla malattia mentale della predestinazione che si risolve nel dovere di essere ricchi, e sui processi di razionalizzazione che deformano la parola ragione in razionalità, originale creazione dell’occidente.
La pessimistica previsione di Max Weber, circa i rischi di arrivare in futuro a una società di esseri spersonalizzati, che sono la loro professione e i loro soldi,  è molto significativa. Weber relega le sue osservazioni sugli asceti del denaro nell´ambito dei giudizi di valore, perché è condizionato dalla funesta idea della avalutatività delle scienze sociali. Ma in questo modo quello che viene scritto nel 1905 su un possibile futuro dell’Occidente non corre il rischio di contribuire a costruirlo?

A questi miti, si affianca appunto la spersonalizzazione umana, ovvero la logica del punire i morti, la rimozione del fatto che, come diceva Moravia forse nel suo unico pezzo che veramente ho amato (un saggio che uscì su Nuovi Argomenti:  “L’uomo come fine”)  i fini sono sempre altri  rispetto all’uomo. Il miglioramento della sicurezza, ad esempio,  rispetto a un’idea di essere umano che a Ovest diventa non tanto mezzo (come sosteneva Moravia in quel saggio di tanti anni fa) quanto puro “effetto”, “conseguenza” di un modello organizzativo e di un ordine, che quando deve fare i conti con il lato oscuro, scappa a gambe levate, ignora, si benda gli occhi.

***
La colazione si svolse alla maniera di un rito funebre. Alla fine del primo giro di caffellatte Marie ordinò al boia di accendere la tv. Larochelle stava seduto di fronte a lei, a capotavola, e tese un braccio verso il telecomando mentre il succo di arancia gli colava dagli angoli della bocca. Il giorno prima c’era stato un disastro aereo con 150 morti, un airbus aveva perso quota andandosi a disintegrare sui Pirenei e oggi avrebbero detto le cause, dopo il recupero della scatola nera.

In tv c´era una signorina dell’Air France che ripeteva in continuazione: “Sono stati fantastici”, riferendosi ai colleghi della Task force disastri: “In pochissime ore sono riusciti a ottenere le informazioni necessarie”.

Ricordo che Marie era d’accordo con l’analisi della ragazza: “In casi del genere” aveva detto osservando le immagini degli elicotteri che sorvolavano le montagne sui resti disintegrati dell’aeromobile, “la vera cosa importante è capire le cause, e migliorare la sicurezza per il futuro”.

In tv dissero che il copilota soffriva di depressione e che quel giorno non doveva volare: “Era malato” dissero inquadrando l’asettica simmetria delle linee tratteggiate della pista 1, aeroporto di Barcellona, da cui il volo partì in direzione Düsseldorf con un ritardo di dieci minuti sulla tabella di marcia.
Poi comparve un primo piano ravvicinato dell’abitacolo dell’aereo, e la lamiera bianca del velivolo, raccolta in un´inquadratura stretta, e quasi claustrofobica. La tempera dei vetri, impenetrabile, nera, richiamó subito alla memoria di tutti noi il camion assassino del film Duel di Spielberg, conferendo all´air bus, alla macchina, le sembianze di un volto umano.

“Il copilota”, dissero, “una vita impeccabile e un lato oscuro, ha deciso di farla finita, andandosi deliberatamente a schiantare su Pirenei, assieme a 150 vittime”.
Dalla scatola nera si sentiva la voce del capitano mentre l’aereo perdeva quota, il capitano era uscito dall´abitacolo per ragioni ignote, e ora cercava di sfondare la porta, blindata per ragioni di sicurezza, e urlava. “Siamo salvi dai terrorismi, ma non dalla follia”, dissero ancora in tv, poi staccarono sulla casa dei genitori del copilota, dove la polizia aveva cercato indizi.

Una sua ex ragazza, intervistata davanti alla casa quella mattina stessa, disse che il copilota, uno sportivo, uno che faceva le maratone, aveva una vera e propria ossessione per la carriera. Una volta gli aveva detto di sentirsi un predestinato, e che tutti avrebbero conosciuto il suo nome in Europa. “Mitomania? O delusione d’amore?”, disse l’inviato francese a Düsseldorf, luogo di residenza dei familiari del copilota suicida e stragista. Poi si vide una villetta, bianca come l´aereo precipitato, in un quartiere residenziale, ordinato e libero, e loro, la gente, i tedeschi, che avanzavano verso la casa dei genitori del copilota per avere delle spiegazioni.

Era necessario punire qualcuno, ma il colpevole era morto, era solo giudicabile adesso, ma il giudizio falliva come pena in sé perché non c’erano abbastanza elementi per formularne uno, perché appunto il copilota era morto assieme a tutti i passeggeri e con lui il suo lato oscuro. Così l’inchiesta si stava incentrando, dissero, sul fatto che lo stato psichico fosse noto o meno ai responsabili di volo. “Quel giorno era in malattia, non doveva volare ma fu richiamato”, dissero in tv, “La sua fidanzata era incinta” (col sottinteso: “Lo aveva lasciato”), “Aveva problemi di vista oltre che psichici, aveva nascosto i suoi problemi alla compagnia per non pregiudicare la sua ascesa nel ramo dell´aviazione civile”.
Riportarono inoltre un paio di titoli della Zeit, ragionevole giornale tedesco molto letto a Düsseldorf: “L’uomo moderno vuole escludere ogni rischio. Ma non esiste mai un 100% di sicurezza”. Le compagnie risposero prontamente, decisero che nuove norme aeroportuali dovevano affiancarsi a quelle “antiterrorismo”. Da oggi, dissero le compagnie, rafforzeremo i controlli del personale con sedute psichiatriche obbligatorie prima del volo; in ogni aeroporto saranno istituiti centri di psichiatria, accanto ai Duty Free.
Invece, per la sicurezza in volo: sì alle porte blindate in ogni airbus, ma almeno quattro persone devono rimanere in abitacolo: suddivise in numero di due, pilota e copilota, cui si affiancano uno psicologo e un esperto di tecniche motivazionali. Costoro sono obbligati penalmente a non allontanarsi dall´abitacolo per l’intera durata del viaggio, salvo forza maggiore. In tal modo il rischio sará ridotto in termini statistici, confermando che quella in airbus rimane la forma di trasporto di esseri umani più rapida e sicura al mondo.

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