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“La forma dell’acqua” di Guillermo Del Toro. Una favola politica e d’amore radicale

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La bellezza propria di un’opera d’arte sta in una dote: più la contempli più ne scopri le dimensioni. Questo genere di densità fa di un’opera d’arte un capolavoro.

Per questo sono tornata più volte sulla favola di Guillermo Del Toro, scoprendo alla fine che la storia evocata era profondamente diversa dai precedenti più immediati: La Bella e la Bestia di Cocteau, Il mostro della laguna nera di Jack Arnold. Per non dire, di tutte quelle altre pellicole in cui una creatura più o meno aliena entra in contatto con una creatura umana che, quando è una donna o un bambino, ha il potere di rendere più umano il «mostro».

Però, ripeto, non è questa la storia profonda che ci racconta il film di Del Toro, se lo si ascolta e contempla.

All’inizio, ti lasci affascinare dalla dimensione fiabesca, onirica,subacquea, e romantica. Rimani rapito da quel mondo galleggiante, amniotico, in cui riposano la casa e la donna addormentata. «La Principessa senza voce», protagonista di «una storia d’amore e perdita, e di un mostro che voleva distruggere ogni cosa». Ci metti poco ad accorgerti che il mostro distruttore è un uomo dalla mascella quadrata che ha trascinato dalle profondità di un fiume amazzonico la Creatura anfibia segregata e in catene. «Un Principe giusto, alla fine di un regno», lo chiama enigmaticamente la voce narrante, prima che la vicenda abbia inizio, radicando la favola in un tempo e in un luogo preciso.

Baltimora 1962: l’America stretta nella morsa di una guerra Fredda al suo apice, tra spie e conflitti incombenti, ma lanciata verso il futuro, il benessere della società dei consumi e dell’intrattenimento di massa, della pubblicità dai cartelloni giganti e delle tv onnipresenti. Solo nella casa di Elisa, per tutto il film, continueranno a permanere in un tempo sospeso quei colori ciano e blu che evocano acque, lagune, fiumi, le profondità da cui è stata trascinata nella civiltà quella che l’agente Strickland chiama «Affronto». E, nei vari modi in cui i personaggi nomineranno quella Creatura («Soggetto», «Risorsa», «Cosa», «Essere bellissimo e complesso», «Uomo», «Ragazzo», «Dio»…), si racconterà anche il rapporto che ciascuno di loro avrà, non solo con ciò che appare più remoto da sé, ma anche con se stesso. Accadrà allo scienziato e spia russa Dimitri, diviso tra il dovere di servire la Patria e il fascino per quella creatura perfetta dotata di branchie e polmoni rudimentali.

Accadrà all’illustratore gay Giles, artista emarginato, che all’inizio non si renderà nemmeno conto di quanto la propria omosessualità discriminata lo renda simile agli afroamericani, delle cui proteste non vuol nemmeno sentire parlare, salvo poi riconoscersi nella solitudine abissale dell’Umanoide («Siamo reliquie. Tutt’e due»). Accadrà persino all’agente Strickland, costretto in extremis a riconoscere in quell’Essere fosforescente la divinità che è: un atto di consapevolezza estrema e tardiva. La condanna peggiore per un suprematista come lui, il fallimento di tutta una vita.

Così, mentre godi nel riconoscere pezzi di un altro mondo anch’esso fiabesco, perché evocato da Del Toro con l’incanto di chi lo ha amato profondamente: la stagione d’oro del cinema hollywoodiano, con le sue star, i colossal, i musical, le sue Shirley Temple e i sui tap dancer Bojangles prodigiosi, mentre insieme a Elisa «la Muta» (così chiamata dai più nel mondo reale) ascolti Benny Goodman o Glenn Miller tra le pareti livide del laboratorio governativo o fantastichi di librarti come Ginger Rogers o Eleanor Powell sulle note di «You’ll never know» che accompagnano il canto d’amore della Muta per la Creatura, insomma mentre te ne stai immersa in quella dimensione sognante, fai i conti con i pregiudizi violenti di una società dominata dalla segregazione raziale, dal maschilismo, dal suprematismo bianco che, come l’agente Strickland, non può immaginare Dio se non a propria immagine e somiglianza; vedi quanto una mentalità discriminatoria radicata riesca a colonizzare persino le coscienze più sensibili di chi ne subisce l’affronto (come il gay Giles, appunto, che pensa di salvarsi adeguandosi, illustrando famigliole americanissime e bianchissime davanti a gelatine futuristiche); vedi la logica spietata del Potere pronto a triturare e defecare chiunque, anche il più leale ed efficiente dei servitori, pur di garantire se stesso; assisti al destino fallimentare della Scienza asservita al Potere nella sorte riservata a Dimitri per il suo atto estremo di ribellione e fedeltà a se stesso;  però godi anche del sarcasmo con cui Del Toro irride l’ottusità e i linguaggi in codice di quello stesso Potere che cerca gruppi altamente addestrati, nomi, gradi e qualifiche, lì dove a far saltare i piani sonole creature più  invisibili tra gli invisibili che ogni giorno svolgono i lavori più umili dentro il laboratorio,e riescono nella loro impresa approfittando di un punto cieco dove l’occhio della telecamera non può arrivare.

E proprio in quel punto cieco fuori da ogni forma di controllo cogli il confine esatto tra le due dimensioni dell’universo di favola e realtà evocato da Del Toro. Da una parte, l’idea di umanità, società, futuro pervasi dall’aria catacombale che domina nel laboratorio di cemento armato con le sue porte blindate, l’onnipresente videosorveglianza, i protocolli, le uniformi di lavoro, gli orologi che scandiscono i gesti, i cartellini da timbrare, un mondo edificato su un pensiero positivo che è desiderio di potenza, arroganza di chi crede di poter disporre di tutto (esistenze umane e natura) o immagina il futuro sotto forma di una Cadillac potente (il cui colore è una variante pallida della luminescenza sfolgorante della Creatura), una perfezione tecnologica che ironicamente va a pezzi per una manovra maldestra… Dall’altra, invece, c’è la dimensione acquatica che confonde le forme, smussa gli spigoli, crea fulgori impensabili, suscita meraviglia come le luci del cinema o le luminescenze che attraversano il corpo della Creatura. E in quella dimensione del meraviglioso trova il suo habitat naturale il desiderio; la danza che sfida la legge di gravità; l’arte riscoperta da Giles nei suoi antieconomici disegni a carboncino; l’attrazione dei corpi che trovano propri linguaggi tattili e mimici; ma anche la scienza che riscopre la libertà e l’incanto della scoperta; l’empatia che fa dell’inserviente afroamericana Zelda la migliore alleata di Elisa la muta, anche a costo di un gesto estremo, rischiosissimo, e dall’aspetto insensato.

A questa dimensione appartiene pure la qualità di amore che lega Elisa all’Anfibio. Perché ogni amore che si rispetti ha una sua specificità, e una sua segretezza.

E il segreto che attraversa tutto il film, sin dalla prima inquadratura e dal primo pensiero del giorno riportato sul calendario («Il tempo è un fiume che scorre dal passato») lo cogli alla fine quando, in un’esplosione improvvisa di vita, si rivelala natura di quelle che per il pragmatismo feroce e ottuso di Strickland sono tagli della laringe ad opera «di gente immorale». Allora, sai che devi riattraversare la storia con quella nuova consapevolezza per comprendere il senso delle uova galleggianti che si schiudono come oggetti magici tra le mani di Elisa la muta; per intendere il significato esatto della frase con cui lei dichiarerà il suo desiderio di salvare la Creatura Anfibia: «Tutto quel che sono mi ha portato a lui». Un Lui che non è un mostro qualsiasi della laguna, un alieno, ma un «principe alla fine di un regno», appunto, una reliquia di Devoniano, uno di quei pesci evoluti in anfibi di cui lei Elisa, sirena mancata e donna incompiuta, porta più di ogni altro ancora i segni atrofizzati. Quell’amore dunque non è un incontro tra diversi, una bella e una bestia. È piuttosto un’attrazione fatale che viene dagli abissi blu della notte dei tempi, è un ritrovarsi, riconoscersi e ricongiungersi dell’umano con le sue origini primordiali: quell’unico dio che ci accomuna tutti e rende simile il più dissimile. Per questo, La forma dell’acqua è una storia politica e d’amore radicale,che evoca appunto ciò che unisce le creature ed è, allo stesso tempo, un tributo a quella dimensione immaginosa dell’arte capace d’intuire il meraviglioso oltre l’evidenza,dire verità con la forza dell’immaginazione, restituendo l’incanto delle profondità marine e di quei prodigiosi mutanti dai quali discendiamo tutti: il pesce primordiale, e poi anfibio, nascosto in ognuno di noi.

Evelina Santangelo è una editor e una scrittrice. Collabora come editor con la casa editrice Einaudi e insegna Tecniche della Narrazione presso la Scuola Holden di Torino Suoi articoli sono usciti su vari quotidiani nazionali, riviste online e blog. Collabora con «L’Espresso».
Per Einaudi ha pubblicato la raccolta di racconti L’occhio cieco del mondo. I romanzi: La lucertola color smeraldo; Il giorno degli orsi volanti; Senzaterra; Cose da pazzi; Non va sempre così. Sempre per Einaudi ha tradotto Firmino di Sam Savage e Rock ‘n’ Roll di Tom Stoppard. E ha curato l’edizione di Terra matta di Vincenzo Rabito.
Ha partecipato con il racconto “Presenze” all’antologia di racconti AA.VV. L’agenda ritrovata (sette racconti per Paolo Borsellino). Feltrinelli 2017.
Ha scritto soggetto e sceneggiatura del film La Terra Madre del regista Nello La Marca (selezionato per la 58° edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino – sezione Forum). Poi diventato il romanzo Senzaterra (Einaudi).
Commenti
3 Commenti a ““La forma dell’acqua” di Guillermo Del Toro. Una favola politica e d’amore radicale”
  1. Gionni scrive:

    A mio modesto parere questa recensione esalta un film povero. Sembra scritta da chi ha visto un film ben più lungo e ricco di quello che ho potuto vedere io (e credo altri). Come è evidente sono in completo disaccordo con l’autrice ma ovviamente voglio muovere delle critiche nel pieno rispetto delle sue idee.
    Il film è caratterizzato da una trama debole che soffre il mancato approfondimento dei personaggi (l’unico che si salva da ciò è l’antagonista). Queste falle della storia (che non starò qui ad elencare) sono grosse e, a mio parere, forse volute. Del Toro sacrifica l’intero film per narrare in due ore una vicenda superficiale sulla difficoltà e la ricchezza dell’essere diversi. Nel calderone della Forma dell’acqua c’è tutto ciò che si trova nei film commerciali di oggi. Razzismo, omofobia, disabilità, sessismo si alternano su uno sfondo che soffre tutti gli stereotipi della Guerra Fredda arricchita dall’espediente “fantastico” del mostro (altro punto non molto originale del film). Per far stare insieme tutto questo Del Toro ha rinunciato alla profondità di ognuno di questi temi scegliendo la via più breve e comune del minestrone cinematografico. Così troviamo mille spunti rimasti incompleti o talvolta mal ampliati che barcollano in un apparente equilibrio. Per fare qualche esempio il tema dell’omosessualità si spegne subito lasciando l’aiutante della protagonista definitivamente solo a salutare la sua amica scappata col mostro. L’amico gay torna nel suo anonimato senza nessuna vittoria dimostrando quasi di essere stato inserito nella sceneggiatura solo per la sua omosessualità. Manchevole è anche il tema del razzismo che resta singhiozzante per tutto il film ma forse utile a controbilanciare quello tra l’uomo e il mostro. Tutti i personaggi poi non possono che essere persone socialmente dimenticate poste ai margini ma comunque speranzose e felici. Tutti sono single o vivono il matrimonio velando una certa insoddisfazione (interessante è che l’unica coppia che funziona sia quella formata dalla donna e il mostro). Tutto il film galleggia grazie un equilibrio basato sulla superficialità strizzando l’occhio ai diritti dei perseguitati e delle minoranze ma deragliando verso il perbenismo e il banale.

  2. Giulia scrive:

    Bellissima recensione. Un film da ascoltare e contemplare (più volte, per cogliere significati e sfumature più profonde), non semplicemente da vedere. Grazie.

  3. Pippo scrive:

    Diceva Oscar Wilde: “Coloro che scorgono bei significati nelle cose belle sono le persone colte. Per loro c’è speranza.
    Essi sono gli eletti: per loro le cose belle significano solo bellezza.”
    Condivido ogni singolo punto dell’analisi di Evelina Santangelo, tanto esaustiva lei quanto piacevolmente esausto io ad annuire ad ogni punto di contatto della recensione!

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