1_Fabrizio Bellomo, La forma delle cose, residenza-laboratorio presso La Chimera scuola d'arte contemporanea per bambini, ExFadda, S. Vito dei Normanni (BR), 10-15 giugno 2019

“La forma delle cose” di Fabrizio Bellomo per La Chimera

Da lunedì 10 a sabato 15 giugno si è svolto presso il laboratorio urbano “Ex Fadda” di S. Vito dei Normanni (BR) la prima residenza artistica del 2019 – dopo quella svolta lo scorso anno da Roxy in the Box – della scuola d’arte contemporanea per bambini La Chimera, legata al bando “Funder35” che l’associazione si è aggiudicata nel 2018. Il progetto della scuola era partito nel gennaio 2017 con un laboratorio di Alessandro Bulgini, seguito nel maggio dello stesso anno da quello di Raffaele Fiorella. L’artista invitato, Fabrizio Bellomo, ha proposto un laboratorio intitolato La forma delle cose, incentrato sul riconoscimento da parte dei bambini – attraverso il mezzo fotografico – della biodiversità naturale, delle forme distinte e disuguali proprie delle cose ‘selvatiche’: il testo che segue – pubblicato su “Artribune” – è una sorta di taccuino dell’esperienza.

 

“Back when I was young and clever
Traced a pattern in the wood
I thought I’d get my shit together
Now I know I never could
Because it’s a pornographic sunrise
Static curtains that draw on our lives
But we still thrive, through every time
But we still cry, through every dive
But we still try
Too old to apologize
We’re too old to apologize”

SEBADOH, THRIVE (1999)

 

10 giugno. Disponete le fragole in maniera regolare sui fogli bianchi; solo quelle “industriali” (del supermercato). Poi Fabrizio dispone quelle brutte / informi / naturali su un altro foglio. I bambini osservano prima le une, poi le altre e cominciano a riconoscere le differenze. Scelgono la fragola naturale che assomiglia di più a quelle industriali (Lucrezia: “ha la forma più da fragola delle altre”). Le fragole naturali hanno delle strane forme. La fragola più brutta e quella più ‘normale’; la fragola come siamo abituato a conoscerla, vederla, riconoscerla.

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L’apertura è sempre traumatica; la messa in discussione dell’autorità – del principio di autorità – o è reale o semplicemente non è.
Sconfiggere l’ipocrisia, il più grande male italiano, presente nel Seicento controriformista e clericale così come oggi (in un tempo in cui controriformismo e clericalismo hanno solo cambiato, leggermente, aspetto): ne Il Traditore di Marco Bellocchio, Tommaso Buscetta dice “ipocrita, ipocrita, ipocrita” a Pippo Calò perché non ne può proprio fare a meno, perché viene colto finalmente da un impulso strutturale, che fa parte della sua struttura interna e che lo ha animato forse fin dalla tenera età, un impulso molto poco italiano e anzi francamente antitaliano, il fastidio e l’irritazione per la falsità.

11 giugno. “In tutti i neo- alla fine rimane solo il neo” (Fabrizio).
Quante forme differenti può avere un chicco. Fabrizio: “Hai visto Elisa quante? Sono tantissime! E questa qui, in particolare, emerge perché li abbiamo messi in ordine”.
Le forme dei chicchi sono tante, potenzialmente infinite: che vuol dire infinito? Su internet, i chicchi sono tutti perfetti, tutti uguali.

12 giugno. “Toccare” la forma delle cose: di una melanzana, per esempio, o di un limone – con gli occhi chiusi. Vedere con le mani; il tatto, sviluppare i sensi. Il divertimento, anche, di plasmare la stessa forma (la melanzana “che sembra un cane”: Lucrezia) con la cera pongo. Le tre dimensioni: altezza, base, profondità. La quarta qual è? Melissa: “Il movimento!” (Brava!). Il TEMPO.
“L’io tace, ma l’anima si sfrega le mani” (Valentino).

13 giugno. Le nespole sbucciate, selvatiche e industriali, underground e mainstream, come sempre. La qualità visiva e tattile delle bucce. Dopo la vista e il tatto, il gusto: assaggiano prima quella industriale, e poi quella selvatica: ovviamente, quest’ultima è molto più buona! 😉

14 giugno. “Gli inglesi, a parte Londra e Edinburgo, non hanno mai avuto le città: le città industriali della seconda metà del XIX secolo (Liverpool, Manchester) sono roba grave, fatta male, per ospitare coloro che ‘dormivano nelle strade’ (Dickens, Anders). La vita media si era infatti dimezzata, da sessanta a trent’anni. La urban regeneration si misura perciò con la periferia industriale delle coketown: è lì che nasce il community building. Le città memorabili, invece – come Napoli, Palermo, Siviglia, Istanbul – sono state e sono quelle smodate, sfrenate, in cui la creatività è esplosiva. Le città, quelle vere, si sono sempre rigenerate – senza neanche rendersene conto, magari” (Dino Borri).
Il discorso ha a che fare con i modi in cui la cultura viene impiegata per ridefinire luoghi, territori, comunità. Innanzitutto: un’operazione del genere è davvero possibile? Dietro termini come riqualificazione e rigenerazione (attraverso l’arte e la cultura) si cela l’idea di processi imposti, calati dall’alto. Quando invece – come insegna il caso dei Kyuss a Palm Springs, nel bel mezzo del deserto, a inizio anni Novanta – i processi culturali sono del tutto spontanei, allora le cose funzionano.
Non puoi riqualificare di punto in bianco un posto x dove non c’è assolutamente nulla, neanche in partenza, a livello di fermento artistico e culturale embrionale: deve comunque “accadere qualcosa”, e questo qualcosa non si può far accadere per forza (checché ne dicano gli assessori cittadini). Altrimenti si vede, e il tutto risulta inevitabilmente finto, posticcio. Inutile.
“Il neovernacolare è triste e fa ridere perché dice la verità” (Camilla).
“Il neovernacolare può essere comunicato solo attraverso aforismi” (Alice).
Il neovernacolare non è una traduzione – ma the real thing, il fatto in sé.

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea e studioso di Cultural Studies. Insegna “Media e narrative urbane” presso l’Università IULM di Milano. Nel 2006 ha vinto la prima edizione del Premio MAXXI-Darc per la critica d’arte italiana. Ha pubblicato La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83 (Mondadori Electa 2008) e Italia Reloaded. Ripartire con la cultura (Il Mulino 2011), scritto con Pier Luigi Sacco. Sempre con Pier Luigi Sacco, ha curato l’edizione italiana di: Simon Roodhouse, Cultura da vivere. I centri di produzione creativa che rendono le città più vivibili, più attive, più sicure (Silvana Editoriale 2010). Dal 2003 al 2011 ha collaborato con “Exibart”, dirigendo le rubriche Inteoria e Essai; dal 2011 collabora per “Artribune”, su cui dirige le rubriche Inpratica e Cinema. Collabora regolarmente con Il Corriere del Mezzogiorno, alfabeta2, minima&moralia, doppiozero.
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