Jennifer Egan-photo credit  Pieter M. van Hattem

La fortezza

Jennifer Egan-photo credit  Pieter M. van Hattem

Pubblichiamo un estratto da La fortezza, il testo che Jennifer Egan leggerà stasera a Letterature 2013 – Festival Internazionale di Roma. Il brano del reading di stasera fa parte del primo capitolo di un testo più lungo, ancora inedito in Italia. Traduzione di Martina Testa. (Immagine: Pieter M. van Hattem.)

di Jennifer Egan 

Il castello stava cadendo a pezzi, ma alle due di notte, sotto una luna inutile, Danny questo non poteva vederlo. Ciò che vedeva sembrava solidissimo: due torri rotonde con un arco in mezzo, e sotto quell’arco un cancello di ferro che sembrava non essersi mosso negli ultimi trecento anni, o forse mai.

Danny non era mai stato in un castello, e neppure in quella parte del mondo, ma il tutto per lui aveva un che di familiare. Gli pareva di ricordarsi quel posto da tantissimo tempo prima, non come se ci fosse proprio stato, ma come se l’avesse visto in sogno o su un libro. In cima alle torri c’erano quelle dentellature squadrate che ci mettono sempre i bambini quando disegnano i castelli. L’aria era fredda, fumosa e pungente come se l’autunno fosse già arrivato, anche se era metà agosto e a New York la gente andava in giro mezza nuda. Gli alberi stavano perdendo le foglie: Danny se le sentiva atterrare sui capelli e scrocchiare sotto le scarpe mentre camminava. Stava cercando una maniglia, un battiporta, una luce: un qualche modo per entrare, o almeno un modo per trovare il modo di entrare. Ma era sempre più pessimista.

Aveva aspettato per due ore, in un paesino triste della valle, una dannata corriera per il castello che non era mai passata, poi aveva alzato lo sguardo e visto la sua sagoma nera contro il cielo. Allora si era avviato a piedi, trascinandosi dietro la Samsonite e la parabola satellitare per due o tre chilometri di salita, con le rotelline della Samsonite che si incastravano sui sassi, sulle radici e sulle tane dei conigli. La gamba zoppicante non lo aiutava. Tutto il viaggio era stato così: un intoppo dietro l’altro, a cominciare dall’aereo preso all’alba dal JFK che era stato trainato in mezzo a un campo per via di un allarme bomba e circondato da veicoli con i lampeggianti rossi, che erano confortanti solo fino a che non ti rendevi conto che avevano il compito di assicurarsi che l’esplosione incenerisse solo quei poveri stronzi che erano già a bordo. E così Danny aveva perso la coincidenza per Praga e poi il treno per quel cazzo di posto in cui si trovava ora, una città dal nome tedesco che però non sembrava essere in Germania. Né da nessun’altra parte: Danny non era neppure riuscito a trovarla su internet, anche se non era sicuro di aver scritto il nome senza errori. Parlando al telefono con suo cugino Howie, che era il proprietario del castello e gli aveva pagato il viaggio perché venisse ad aiutarlo nella ristrutturazione, aveva cercato di mettere a fuoco certi dettagli.

Danny: Sto ancora cercando di capire bene: questo tuo albergo è in Austria, in Germania o nella Repubblica Ceca?

Howie: A dire la verità, non è chiaro neanche a me. Questi confini cambiano costantemente.

Danny (pensandoci su): Davvero?

Howie: Però ti ripeto, non è ancora un albergo. Al momento è solo un vecchio…

La comunicazione si era interrotta. Quando Danny aveva provato a richiamare, non era riuscito a prendere la linea.

Ma la settimana dopo erano arrivati i biglietti (timbro postale illeggibile) – aereo, treno e corriera – e dato che Danny era appena rimasto disoccupato e doveva allontanarsi da New York il prima possibile per via di un malinteso avvenuto al ristorante dove fino a poco prima lavorava, essere pagato per andare da qualche altra parte – da qualunque altra parte, fosse anche la cazzo di luna –era un’offerta a cui non poteva dire di no.

Aveva quindici ore di ritardo.

Lasciò la Samsonite e la parabola accanto al cancello e girò intorno alla torre sinistra. Dalla torre partiva un muro curvo che si inoltrava fra gli alberi, e Danny lo seguì agevolmente finché il bosco non si infittì. Procedeva alla cieca. Sentiva battere di ali e fruscii di zampe, e a mano a mano che andava avanti gli alberi si avvicinavano di più al muro, finché non fu costretto a strizzarcisi in mezzo, per paura che staccandosi dal muro si sarebbe perso. E poi successe una cosa buona: gli alberi cominciarono a premere contro il muro fino a spaccarlo, dando modo a Danny di arrampicarcisi sopra ed entrare.

Non fu facile. Il muro era alto sei metri, irregolare, friabile e ingombro dei tronchi che ci si erano schiantati sopra, e Danny aveva un ginocchio malandato per via di una lesione collegata al malinteso al lavoro. E in più le sue scarpe non erano l’ideale per un’arrampicata: erano stivaletti da città, scarpe da hipster, a metà fra lo squadrato e l’appuntito – le sue scarpe fortunate, o così Danny aveva pensato nel comprarle, tanto tempo prima. Adesso erano da risuolare. Ci scivolava anche sul cemento piatto dei marciapiedi, quindi la scena di lui che si inerpicava scomposto, mani e piedi, su un muro di sei metri mezzo crollato non era certo qualcosa che avrebbe voluto condividere col resto del mondo. Ma alla fine ce la fece, ansimando, sudando, trascinandosi dietro la gamba dolorante, e si issò su una specie di camminamento in piano che correva in cima al muro. Si spolverò i pantaloni e si alzò in piedi.

Copyright Jennifer Egan 2013 – Tutti i diritti riservati

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