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La foto della domenica

Pubblichiamo un racconto dalla raccolta Libro dei dispersi e dei ritornati (Musicaos) di Lea Barletti, ringraziando autrice ed editore.

di Lea Barletti

la foto della domenica

Questi siamo io mio fratello mio padre e mia madre. Io sono quello a destra, o forse quello a sinistra, fa lo stesso. Mio padre evidentemente è quello al centro. O l’albero accanto. La casa che si intravede alle nostre spalle è la nostra casa. La nostra casa non era la nostra casa, ma era come se fosse la nostra casa. La nostra casa era la casa dei nostri nonni: i genitori di nostra madre. Mia madre è quella accanto a mio padre, tiene una mano sulla mia spalla, o su quella di mio fratello, e sorride e il suo sguardo guarda verso l’obiettivo. Ogni domenica mattina io mio fratello mio padre e mia madre facevamo una foto con l’autoscatto davanti a casa: facevamo queste foto con l’autoscatto ogni domenica mattina perché mia madre aveva paura: aveva paura di scomparire, e così facevamo queste foto perché lei potesse poi controllare di esserci ancora. Negli ultimi tempi mia madre avrebbe voluto fare una foto ogni giorno, o anche più volte al giorno, ma mio padre si era opposto e aveva detto che non l’avrebbe assecondata oltre in quella sua ridicola ossessione: l’aveva chiamata proprio così: ridicola ossessione. Mia madre non aveva altre ossessioni, né ridicole né non ridicole: aveva solo quella di poter scomparire da un momento all’altro. A me non sembrava ridicola. Quanto poi a dire se fosse o meno un’ossessione, a quei tempi non sapevo nemmeno cosa volesse dire: ossessione. Mia madre la chiamava paura, e io sapevo bene cosa volesse dire paura: io ero pieno di paure e lo sono tuttora. L’importante è ricordarsi di parlarci ogni volta che si presentano, e al mattino, appena si aprono gli occhi, fare una preghiera generale a tutte le paure: paure vi prego, siate presenti, restate con me, conducetemi per mano attraverso questa giornata, lasciatevi guardare, non prendetevi gioco di me rendendovi invisibili o irriconoscibili ed oscure. Questa è la mia preghiera alle paure, la recito ogni mattina, così poi posso alzarmi e fare il caffè senza paura che ci sia una fuga di gas e un’esplosione, posso fare la doccia senza paura di scivolare sul sapone, posso asciugarmi i capelli senza paura di restare fulminato. E poi posso uscire senza paura di dimenticare le chiavi dentro casa, prendere l’ascensore senza paura di restare bloccato, posso camminare nel parco senza paura di essere assalito e derubato o peggio, accoltellato, prendere la metropolitana strapiena di gente senza paura di soffocare e, soprattutto, senza paura di un attentato. Un anno fa ho conosciuto una ragazza. Veramente non l’ho conosciuta, piuttosto l’ho riconosciuta. Era mattina e come ogni mattina io camminavo nel parco per raggiungere la fermata della metropolitana. Camminavo svelto, per paura di fare tardi: camminavo guardando per terra tutte quelle foglie gialle e rosse e marroni che in autunno scricchiolano sotto le scarpe. Ma ecco, in quel momento, quella mattina, ho alzato lo sguardo e il mio sguardo è andato a sbattere in pieno nello sguardo di lei, della ragazza, che era seduta su una delle panchine ai lati del vialetto e guardava nella mia direzione. Teneva un cane al guinzaglio. I nostri sguardi sono andati a sbattere, sì, collassando uno dentro l’altro. Io ho continuato a camminare, ma il mio sguardo, che era andato a sbattere contro il suo e ci era collassato dentro e per tutto il tempo di quei cento metri tra me e la panchina e pure dopo, ha continuato a stare là addosso al suo, anche se io effettivamente non mi ero nemmeno voltato indietro a guardarla, dopo averla superata, ma invece avevo continuato a guardare avanti, non più a terra ma avanti, il mio sguardo, dicevo, era rimasto lì, nel suo, e io non vedevo più la strada, né gli alberi, né il cielo, né le foglie che cadevano dai rami, e poi non vedevo l’ingresso della stazione della metropolitana, e i gradini della scala mobile che era ferma e non funzionava, e la signora con il passeggino che ho aiutato a trasportare fin giù, non la vedevo, la signora, neanche quando lei mi ha detto: grazie molto gentile, e io le ho risposto: si figuri per così poco, e non vedevo il treno che arrivava, e il sedile libero nel quale mi accomodavo e il libro che tiravo fuori dalla borsa e la pagina e le frasi e le parole che leggevo. Non vedevo più nulla: solo lo sguardo della ragazza della panchina, uno sguardo castano. In quello sguardo castano c’ero io dentro, e da sempre. E allora poi la sera, quando sono tornato a casa, volevo guardare tutte le mie foto, per vedermi e per vedere se il mio sguardo, in quelle foto, per vedere se si vedeva già in quelle foto, che il mio sguardo non era lì ma dentro il suo dove ora l’avevo ritrovato, e se si vedeva che nel mio sguardo c’era già il suo, castano. Ma poi mi sono ricordato che io non avevo tutte quelle foto, le decine e decine di foto che mia madre ci aveva fatto fare ogni domenica mattina davanti a casa nostra che non era casa nostra ma la casa dei miei nonni, niente, non le avevo. Perché mi sono ricordato che mio padre un giorno, dopo che la mamma era morta, aveva fatto svuotare la soffitta da uno zingaro che svuotava le soffitte e le cantine, e lui, lo zingaro, si era portato via tutto, anche il baule con le foto, e mi ricordo che io, o mio fratello, fa lo stesso, avevo chiesto ma papà e le foto della mamma, e lui aveva detto la mamma resta nei nostri ricordi le foto mettono solo tristezza non voglio più vederle tutte quelle maledette foto, e io allora ero corso dietro allo zingaro che stava caricando tutte le nostre cose sul suo carretto e gli avevo urlato, o forse era mio fratello che aveva urlato, non ricordo bene, aspetta aspetta devo prendere una cosa aspetta, e mi ero arrampicato sul carretto e avevo aperto il baule e avevo preso una foto, una a caso, senza nemmeno guardarla, una di noi quattro davanti a casa, e me l’ero infilata in fretta in tasca e poi ero saltato giù dal carretto e avevo guardato il carretto e lo zingaro che se ne andavano, e nel carretto c’era il baule con tutte le nostre foto, ma io però stringevo in tasca nella mano la mia foto salvata e così potevo guardarlo andare via. E mi ricordo che mio fratello, che non aveva salvato una foto, lui mi ricordo che si era messo a piangere, o forse ero io che mi ero messo a piangere, o entrambi, e mi ricordo che mio padre aveva scosso la testa, o forse era solo il vento che scuoteva le cime degli alberi. Allora adesso, il giorno che avevo incontrato la ragazza nel parco, tornato a casa, la sera, adesso io avevo tirato fuori la mia foto salvata dal carretto dello zingaro, questa foto, e la guardavo e vedevo che sì, effettivamente il mio sguardo era già allora rimasto nel suo, in quello della ragazza del parco. E mia madre, lei non c’era più, era scomparsa, proprio come aveva sempre temuto, ma io finalmente la ricordavo bene e la riconoscevo: mi sorrideva e aveva uno sguardo castano, proprio come il mio.

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