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La fragilità degli istanti sospesi

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In un’intervista del 1985 in cui le si chiedeva come immaginava la vita nel 2000, dopo alcuni istanti di silenzio, Marguerite Duras risponde che l’uomo sarebbe stato sommerso dall’informazione e non avrebbe più viaggiato, perché con l’aumentare della velocità si sarebbe perso il tempo del viaggio e dunque del vedere e del vivere. Sarebbero però rimasti il mare, gli oceani e la lettura. Un giorno l’uomo avrebbe riscoperto la lettura e tutto sarebbe cambiato.

Colpita dalla visione di Duras, non potendo imbattermici in periodo più azzeccato, immobile e sommersa da inviti a eventi e webinar noiosissimi, mi sono ritrovata a ragionare sulle sue parole. Che la situazione attuale ci stia facendo ripensare il senso del viaggiare come esperienza esistenziale? E se la memoria delle esperienze virtuali che facciamo attraverso la lettura fosse tanto vera quanto quella di essere stati (brevemente) nei luoghi che desideravamo?

Se non altro, quello che ci continuano a ripetere in questi giorni di confinement è che “virtuale” è reale.

Rimuginando su queste domande, a prima vista un po’ ovvie, mi sono ritrovata a rivedere Sans Soleil di Chris Marker, che molti ricorderanno come uno dei più affascinanti film – travelogue in realtà – su un viaggio “tra i due poli estremi della sopravvivenza”, il Giappone e le Guinea Bissau. A una serie di immagini documentarie raccolte e rieditate da Marker secondo una sequenza emotiva, politica e metaforica, si intreccia la voce di una donna anonima che legge alcuni estratti dalle lettere che ha ricevuto dal protagonista finzionale del viaggio di Marker, Sandor Krasna.

Le parole di Sandor cercano di dar forma alle immagini, a volte le descrivono, altre le approssimano emotivamente, le inseguono fino quasi a fondersi. “Non ricordiamo: riscriviamo” dice mentre vediamo l’incresparsi delle onde del mare al largo del Giappone. “Mi interessano solo le cose banali” scrive mentre spiamo, voyeurs da un altro spazio e tempo, un uomo e una donna che dormono sulle panchine della nave che all’alba arriverà a Tokyo. “Sembra che i giapponesi leggano ovunque, soprattutto per strada”, “nell’Isle-de-France ci sono moltissimi emu”.

È stato a quel punto che ho capito che ritrovarmi a guardare i film e le interviste di Marker e Duras in questi giorni non era un caso, ma un bisogno. Il bisogno di riformulare il nostro (mio?) rapporto con il viaggio, la lettura, la scrittura e la memoria. Ma soprattutto con l’esperienza del viaggio.

La scrittura di viaggio ci ha abituati a racconti per frammenti, a narrazioni caleidoscopiche che mutano allo spostarsi dello sguardo. Ci ha insegnato a seguire le linee dei canti, a percorrere gli anelli di Saturno che legano dimensioni storiche, piani semantici e luoghi geografici diversi in un sistema entropico che si regge su un equilibrio universale. Ci ha mostrato come muoverci rapsodicamente come vagabondi, a cristallizzare nell’ambra della scrittura quegli istanti che, banali nel loro accadere, assumono tratti metafisici nel momento della loro registrazione.

Gli appunti nei taccuini di viaggio si sono fatti essi stessi fotografie, tanto veri e parziali da essere bugiardi, di uno scorrere delle esistenze e dell’esperienza inarrestabili e sfuggenti.

Come fotografie, gli appunti di viaggio tendono a rendere “la realtà atomica, maneggevole” (Sontag), ritagliano alcuni istanti di questa esperienza per rioffrirla in sequenze ordinate secondo la nostra volontà. Sequenze parziali di un vissuto totale, da cui possiamo sottrarre quel che non ci aggrada e nei cui interstizi possiamo infilare il nostro desiderio dando vita a narrazioni nuove, a memorie fittizie che nascono da memorie reali, memorie bifronti, allo stesso tempo totalmente vere e totalmente inventate. Bifronti, come ricordo e oblio non sono che i due lati della stessa esperienza nelle parole di Sandor Krasna.

Se del viaggio, come della memoria, non restano che frammenti, e se questi frammenti non fanno che dare sostanza a quel che si trova oltre i loro contorni, se dunque l’esperienza del viaggiare si trova nel non viaggiare, ha ancora senso spostarsi? In un mondo temporaneamente immobilizzato è possibile muoversi più che mai.

Anzi, forse è proprio l’occasione per ritrovare la qualità del “viaggiare come processo” attraverso la scrittura e la lettura. “Je n’ai rien inventé” “Tu as tout inventé” si rinfacciano gli amanti di Hiroshima Mon Amour. Cosa importa se siamo stati davvero sulla Corniche di Algeri, a rue Vaugirard a casa di Foucault, nel sanatorio di Davos o lungo le strade di Tokyo. Siamo nelle nostre stanze a continuare a mettere assieme pezzi, evidenze e desideri, sofferenze e speranze. Ci guardiamo attorno, viaggiatori del mondo, navigatori delle nostre esperienze.

Forse è una coincidenza che sia Sans Soleil che Hiroshima Mon Amour siano entrambi ambientati parzialmente in Giappone, che le parole di Sandor Krasna scorrano sullo stesso mare che per Marguerite Duras avrebbe continuato ad esistere oltre la sua morte. Ma le coincidenze non sono che la punteggiatura delle nostre narrazioni, scegliamo di usarle per dare respiro alle frasi, danno struttura al nostro pensiero e forma al nostro ricordo, sono frammenti distillati, tanto reali quanto illusori, di un’esperienza più grande. Proprie come gli appunti nei taccuini di viaggio. Allora non è una coincidenza che Sandor scriva che “amava la fragilità degli istanti sospesi, di quei ricordi che non erano serviti a nulla”, perché questo nostro viaggiare immobile forse non serve a nulla, ma è la sostanza dei nostri desideri. E i ricordi di questi viaggi domani forse saranno più vividi che mai.

Giorgia Tolfo è nata a Marostica (VI) nel 1984 e vive a Londra. Ha conseguito un dottorato in Letterature Moderne, Comparate e Postcoloniali presso l’Università di Bologna, scrive su varie testate online ed è programmatrice del Festival di Letteratura Italiana di Londra (FILL).
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