1blade3

La Francia di Barthes e Mitterand nel romanzo di Laurent Binet

1blade3

«La vita non è un romanzo. O almeno vorreste credere che sia così. Roland Barthes risale Rue de Bièvre. Il più grande critico letterario del XX secolo ha tutte le ragioni per essere angosciato al massimo livello. Sua madre, con cui aveva un rapporto molto proustiano, è morta. E il suo corso al Collège de France, intitolato “La preparazione del romanzo”, si è risolto in uno smacco che difficilmente può nascondersi: per tutto l’anno ha parlato ai suoi studenti di haiku giapponesi, di fotografia, di significanti e significati, di divertissements pascaliani, di camerieri del bar, di vestaglie o di posti in aula magna – di tutto, tranne che del romanzo».

Inizia così il nuovo libro di Laurent Binet La settima funzione del linguaggio, selezionato come finalista al Man Booker International Prize ed edito in Italia da La nave di Teseo con la traduzione, vivace ed aderente al francese, di Anna Maria Lorusso. Si tratta del secondo libro di Binet tradotto in Italia: il precedente, HHhH. Il cervello di Himmler si chiama Heydrich, pubblicato da Einaudi e che gli valse il premio Goncourt per l’opera prima, raccontava dell’attentato a Heydrich del 1942, con una scrittura brillante ed una costruzione che si muoveva con grande facilità tra finzione e narrazione storica. Questo nuovo romanzo di Binet prende vita invece da una data ben precisa, il 25 febbraio 1980: Roland Barthes ha appena finito di pranzare con François Mitterand, esce dal Collége de France e cammina per le vie parigine quando un furgone distratto lo investe e lo uccide (nella realtà morì dopo circa un mese di agonia in ospedale).

Da questo incidente muove il romanzo di Binet che ribalta però il corso della storia e si immagina che si tratti di un omicidio e non di una semplice, quanto lugubre e sfortunata, casualità. Da questo momento, da quando il presunto delitto è accaduto, il motore del racconto parte per non fermarsi fino all’ultima pagina, attraverso un stile tanto erudito quanto scorrevole e veloce: le ricerche sul delitto sono affidate al commissario di polizia Jacques Bayard, che non sa nulla di semiologia o di strutturalismo e sarà dunque supportato nelle indagini da un giovane studente di linguistica Simon Herzog, ottimo aiutante perché dentro i meccanismi accademici. Esilarante per esempio è il momento in cui Simon tenta di spiegare al commissario chi fosse e cosa studiava Roland Barthes: «“Io non avevo mai sentito parlare di questo tizio fino all’altro ieri.” Il giovane dottorando tace, ha l’aria disorientata, Bayard è soddisfatto […] Chiede a Simon Herzog: “Cosa sa lei della semiotica?” “Be’, è lo studio della vita dei segni nel quadro della vita sociale, […] è la definizione di Saussure…” “Questo Chaussure… conosce Barthes?” “No, è morto, è l’inventore della semiologia.”. “Ah, capisco.” Ma Bayard non capisce proprio niente».

Le ricerche di Bayard si muovono tra l’ambiente universitario e quello politico e i due investigatori nella loro confusa e movimentata ricerca incontreranno una serie di personaggi oramai parte dell’immaginario culturale collettivo, icone pop dell’accademia verrebbe da definirle. Non ci si dovrà stupire quindi di trovare Julia Kristeva che prepara lo spezzatino e si trova a cena con Althusser e la moglie (che tra l’altro, come è noto, ucciderà dopo qualche mese), Michelangelo Antonioni, Monica Vitti e Philip Sollers che cantano Bella ciao, Gilles Deleuze torchiato perché sospettato di colpevolezza, Foucault che alle insistenze della polizia per un interrogatorio può permettersi di rispondere «Mi rifiuto di essere identificato dal potere» o Noam Chomsky fiero portatore di una originalità americana nei confronti della scuola francese (uno degli intervistati nel campus americano dove incontrano il linguista lascia questa dichiarazione: «Non lo dico perché sono iraniano ma Foucault ha detto solo stronzate. Chomsky ha ragione»).

La settima funzione del linguaggio, come ha confermato lo stesso Binet, riprende le sei celebri funzioni del linguista Jakobson e ne immagina una nuova, decisiva, quella che convince chiunque a fare qualsiasi cosa, uno sviluppo fantasioso e potente della funzione magica della parola di cui ha parlato talvolta Jakobson. In un romanzo come questo non può mancare Umberto Eco, icona della semiologia, che i due incontrano proprio nella sua cara Bologna.

Durante la dotta conversazione, e sembra di assistere ad una trasposizione commemorativa e ironica degli interrogatori di Guglielmo da Baskerville in Il nome della rosa, in una delle frasi che dice ai due sembra essere racchiuso il significato più intimo di questo romanzo: «Dall’antichità fino ai nostri giorni, il controllo del linguaggio è sempre stato l’obiettivo politico fondamentale, anche durante il periodo feudale, che apparentemente esaltava la legge della forza fisica e della superiorità militare. Machiavelli spiega al Principe che non è con la forza ma con il timore che si governa, e non sono la stessa cosa: il timore è il prodotto del discorso sulla forza. Allora, colui che controlla il discorso, con la sua capacità di suscitare il timore e l’amore, è virtualmente il padrone del mondo».

Dietro l’impalcatura narrativa che utilizza con maestria il genere giallo tendendone i confini e le potenzialità (e d’altronde Kracauer lo definiva proprio come il luogo di messa in pratica dell’intelletto, capace con la sua luce di illuminare gli anfratti oscuri), il linguaggio e il potere sembrano essere davvero il luogo cardine di questo libro, i veri protagonisti: la morte del semiologo francese diventa allora così nient’altro che un pretesto per costruire una riflessione su uno dei perni dell’umanità e forse anche uno dei motivi che portano a questo losco delitto: risulta evidente, sulla scorta delle riflessioni mai invecchiate di Austin sull’atto perlocutorio, ovvero sul fine che si raggiunge con l’utilizzo della parola, come la parola non sia solo dialogo e comunicazione, ma anche, e forse soprattutto, azione: rendersene conto può essere un modo per vivere al meglio la nostra contemporaneità, trascurare questo aspetto può invece  portare con sé pericolose conseguenze.

Matteo Moca si è laureato in Italianistica all’Università di Bologna con una tesi su Landolfi e Beckett. Attualmente studia il surrealismo italiano tra Bologna e Parigi, dove talvolta insegna. Tra i suoi interessi la letteratura contemporanea, la teoria del romanzo e il rapporto tra la letteratura, la pittura e il cinema. Suoi articoli sono apparsi su Allegoria e Alfabeta2. Collabora con varie riviste di carta, in particolare con Gli Asini, rivista di educazione e intervento sociale, con Blow Up per la sezione libri e con L’indice dei libri del mese e online (DUDE Mag, Crampi sportivi, Nazione Indiana, ecc.).
Aggiungi un commento