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L’esordio interrotto di Giovanna De Angelis

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Questo pezzo è uscito su Europa. (Immagine: Gli amanti, Magritte)

Separare l’opera dall’autore è ancora più impegnativo quando un libro racconta una malattia ed esce postumo, in seguito alla morte (per malattia) di chi lo ha scritto. È il caso del romanzo La frattura, pubblicato da Elliot a un anno dalla scomparsa di Giovanna De Angelis, studiosa di letteratura ed editor di narrativa, nata nel 1969, che ha dedicato la vita ai libri degli altri e soltanto alla fine ci ha lasciato il suo unico romanzo.

«Lo vide con la coda dell’occhio». La vita di Francesca esce dai binari quando incontra Diego: «Occhi castani un po’ all’ingiù, orlati da ciglia così folte e ricurve da sembrare corolle a simmetria raggiata di fiori primitivi e scialbi, primule, margherite». I due si baciano e tre giorni dopo diventano amanti. Francesca è sposata (con Cosimo). E anche Diego è sposato (e ha una figlia). È sufficiente la descrizione del divano dove i due si incontrano per intuire la parabola del loro rapporto: «Un imponente divano letto tappezzato di velluto a coste verde scuro, un’incongrua, solitaria pianta carnivora pronta a inghiottirli e a masticarli».

A masticare e inghiottire Francesca saranno però anche la malattia e la chemio. Il libro alterna la narrazione in terza persona a pagine brevi col tono del diario di Francesca. Incaricati di restituire al lettore l’angoscia e la spietatezza del male sono oggetti, colori e materiali: il deflussore, la flebo e l’aerosol; il linoleum, la formica e la plastica; il colore «lilla smorto» del tavolinetto, quello «albicocca» dell’armadio e quello «grigio topo» del televisore.

L’autrice deve aver condiviso con Francesca una necessità: «Avvertì un improvviso bisogno di precisione, di parole esatte e pronunciate correttamente». È difficile infatti trovare una scrittura che sia tanto cristallina e nitida come quella di questo testo. L’universo raccontato quasi acceca per la visibilità assoluta, priva di impurità. La realtà risalta, straripante di tinte e attraversata da suoni e fruscii.

Francesca è legata a un professore con cui si confida, ecco l’interno della casa: «A pezzi d’arredamento di una certa importanza erano accostate suppellettili pesanti, balzacchiane, spesse tende carminio in tessuto marezzato, una chaise-longue di damasco a fiori e tappeti un po’ ovunque, quasi sempre troppo ampi, troppo scuri».

Come i grandi scrittori, Giovanna De Angelis non scorda mai di dirci come sono il cielo, il vento e la luce («c’era un cielo bianco, di gesso», «c’era un vento pungente che le gonfiava i capelli», «dormono smarriti in quella luce blu. Poi arriverà un nuovo scatto e le strade si divideranno, ciascuno ritroverà i suoi passi da mettere in fila e il mattino tornerà lattiginoso e opaco, come qualsiasi altro mattino di febbraio»).

Non trasparente, paludoso e fosco è solo il rapporto tra Francesca e Diego. Che tipo di relazione è? Sappiamo poco. Sappiamo che «mai parlerebbero d’amore, questi due che a tratti si trovano noiosi e che della loro quotidianità sanno poco o niente».

Gli svenimenti si fanno frequenti. Nella pietà della madre e degli amici si insinua la retorica. Il lavoro di traduttrice cala d’intensità. La vista si indebolisce. Francesca è «sorda alla riconoscenza, così come al dolore».

Prima della fine del libro, ci sono un paio di svolte che è meglio non rivelare. Di certo, quando la malattia accenna a una fase di remissione, l’orgoglio si ritrova ferito e partecipa a masticare Francesca.

C’è forse sempre una mancanza di pudore nel raccontare la malattia. Tanto più se sulla croce non c’è salvezza («non mi arrabbio e non mi compiango, non prego, non mi chiedo perché a me e non ad altri e sono diligente, ragionevole»). Eppure, più del disincanto e del sottile cinismo, qui viene celebrata la bellezza. Non del mondo, ma di come lo si può narrare. E una editor doveva sapere bene che la letteratura funziona sempre come una centrifuga – «in quei primi freschi giorni di giugno l’aria sembra essere stata centrifugata, tanto è nuova» – in grado di dare smalto a tutte le cose.

Una bellezza che palpita anche in assenza di vitalità: «Pulitissima e un po’ lugubre come spesso è la bellezza quando è annegata in un presente ormai disertato dalla storia». Diventa bella anche Roma, scoperta da uno stile splendido, di un libro netto, forte e crudo, di una scrittrice compiutamente matura già al suo esordio: «Strade di palazzi appartati ma sontuosi, che davano su magnifici giardini interni che sembravano figli di un naufragio antichissimo e ora erano rimasti lì, come conchiglie fossili, alghe un tempo calcinate dal sale e ora assiderate da quel dicembre esiliato dal mare».

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
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