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La frontiera e il mondo che cambia

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Questo articolo è uscito sul Foglio, ringraziamo la testata e l’autore.

di Antonio Pascale

Del mondo sappiamo tutto e non sappiamo niente. Che ci vuole? Un giro in rete e possiamo guardare spazi e luoghi lontani. Eppure non sappiamo niente. Quanti siamo? Quanti europei? Quanti asiatici?

Naturalmente sono informazioni disponibili a tutti, appunto: siamo 7 miliardi e 400 milioni, di cui solo un miliardo nelle Americhe, uno in Europa e uno in Africa. Restano 4 miliardi di asiatici. Sappiamo tutto e sappiamo niente. Non sempre riusciamo a stabilire le necessarie connessioni tra gli elementi in gioco, così da tracciare una previsione e soprattutto elaborare una strategia politica. Per esempio, i statistici ci dicono che da qui al 2050 la formula del mondo cambierà ancora, sarà: 1-1-2-5, quindi, nove miliardi.

La popolazione americana e quelle europea rimarranno invariate, mentre sono attesi un miliardo di persone in Africa e uno in Asia. Viene il panico, che già gli ecologisti e altri apocalittici ci parlano della distruzione del pianeta ad opera dell’uomo, pensate se siamo 9 miliardi.

Ma anche qui, troppe informazioni e poche connessioni. La crescita della popolazione è conseguenza dei grandi progressi della salute pubblica. Nel ventesimo secolo abbiamo sconfitto la fame e le malattie, e se anni addietro su 6 figli 4 non arrivavano alla maggiore età, oggi, in alcuni paesi  poveri, non solo africani, solo due  bambini  muoiono prima di sposarsi. C’è un altro fattore importante. Il tasso di fertilità è legato al benessere. Più il reddito cresce, più le donne  studiano e lavorano, meno figli si fanno. La scommessa sarà dunque sconfiggere la povertà (a giudicare da alcuni parametri siamo sulla buona strada) e alzare il reddito, così da stabilizzare la popolazione.

Nel frattempo? Nel frattempo il mondo cambia in fretta e con esso le frontiere — gli occidentali non dominano più il mondo, e al massimo, fra qualche decennio, potranno essere una colonna del nuovo mondo, e tant’è. Eppure, appunto, non riusciamo ad accettare questa elementare equazione che la cartina del mondo dovrebbe invece suggerirci: non c’è niente da fare, le persone emigrano, accettano il rischio, si imbarcano, fuggono, sono desiderosi di futuro e cambieranno i connotati al vecchio occidente.

Certo, i migranti li vediamo di tanto in tanto sui media, ne discutiamo, ma anche qui: tutto significa niente. Al massimo cataloghiamo i migranti nella categorie di vittime, con la conseguente ovvia retorica. Questa preoccupazione (narrativa) è la base di  partenza del libro di Alessandro Leogrande, “La frontiera” (Feltrinelli). Leogrande è molto bravo perché interviene sulle questioni a freddo.

Non sta  lì nel tumulto a sentire il polso della piazza, nemmeno  avvia  inchieste jukebox, metti i soldi e ascolta la canzone che ti piace sentire. No, comincia dove gli altri finiscono. E invece di alzare il tono (non vuole preoccuparci per eccesso di pessimismo, nemmeno tranquillizzarci per smodato uso di ottimismo) ascolta gli altri – se vuoi aiutare qualcuno ascoltalo.

Viene fuori un affresco nel nostro mondo, la cartina geografica (antropologica, culturale e politica) cangiante. Le frontiere si spostano, in fondo sono barriere osmotiche, qualcosa entra, qualcosa esce. Poi mica è detto che i nostri figli non emigreranno verso l’Asia e l’Africa fra qualche anno appena. E vengono fuori anche i sogni di questo nuovo mondo. A volte i migranti hanno ambizioni normali: soldi, così migliorare la condizione di vita.

Niente di più niente di meno. E accettano i rischi del caso, anzi non credono sia un rischio: “Gli dico di non provarci – spiega Hamid (Libia) – ma loro non mi ascoltano, mi dicono che sono un bugiardo, che per il solo fatto di essere in Italia la mia vita è migliorata, che io ho un futuro e loro no. Non mi credono quanto dico che qua è difficile arrivarci, nessuno mi crede, nessuno.

Partono senza ascoltarti, e continueranno a farlo”. Altre volte l’obiettivo è più nobile: “Quando finirà tutto questo – dice Alganesh – costruirò una scuola per i figli dei beduini. Stiamo parlando di bambini di cinque, sei anni che vanno in giro con dei coltellacci e guidano dei fuoristrada senza vedere niente al di là per parabrezza. Se questi bambini andassero a scuola non direbbero mai di un altro essere umano che è inferiore al loro cammello, non aiuterebbero mai a spostare i cadaveri da una stanza all’altra come se fossero dei giocattoli”.

Desideri naturali e nobili, dunque? E no, non finisce così. In fondo questo libro è un racconto importante sul trauma, quello prodotto da eventi orribili lungo il percorso verso la terrà promessa e quello prodotto dal cambiamento della propria terra. Prendi Tor Pignattara. Cos’è? Luogo di integrazione o luogo di segregazione? Non si sa.

Però un ragazzo pakistano, Khan, di 28 anni è stato massacrato a calci perché, in pratica: “Rompeva il cazzo”. Cantava versi del Corano. Una sera un uomo s’affaccia dalla finestra e gli dice di non rompere i coglioni, poi gli tira una bottiglia, poi arrivano i figli dell’uomo, due adolescenti, e il padre gli grida di spaccare la faccia a Khan e loro lo fanno. Una storia brutta con tutte le conseguenze del caso, il quartiere che si mobilita per il ragazzo, in fondo, bisogna capirlo. I titoli dei giornali a caldo: la vittima era in stato di ebbrezza e molestava i passanti.

A me viene in mente una poesia di Bukowski, lui ubriaco e senza soldi e la grassa padrona di casa che vuole l’affitto e urla come una pazza, e il poeta che conclude: in fondo, la vita ci aveva fregato. A tutti e due. Ecco, il mondo cambia, è una legge naturale, tuttavia la suddetta ha un costo, il trauma appunto. Grave, meno grave o lieve che sia, spesso immobilizza le persone o le rende sospettose, soprattutto incapaci di comunicare i propri sentimenti. Affinché la vita non ci freghi tutti, anche noi dovremmo nutrire sogni. Accettare il cambiamento significa in fondo, sapere raccontare il trauma, trasformarlo in dolore condiviso sarebbe un bel passo in avanti.

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