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La frontiera non ha mai smesso di esistere. Leggende del deserto americano

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

È un libro talmente ricco, Leggende del deserto americano, con il suo continuo sconfinare lungo i campi della storia, del saggio antropologico, dell’inchiesta sociologica e del reportage narrativo, che può capitare di perdere il bandolo dell’enorme matassa che Alex Shoumatoff ha inseguito nel suo viaggio/racconto di una vita. Ci si può smarrire in una delle immense distese del New Mexico, o nei canyon dell’Arizona, o sulle rive del Rio Grànde, il fiume che segna il confine tra Texas e Messico, tra El Paso e la dannata Ciudad Juàrez – ed è uno smarrimento da far girare il capo, ora per la meravigliosa bellezza della natura incontaminata descritta e ora per la brutalità inconcepibile di massacri e scontri di civiltà.

Poi, a un certo punto, arriva, quasi casualmente, un passo che se non mette propriamente ordine almeno offre una forte chiave di lettura all’intero libro di Shoumatoff. Il passo in questione arriva a metà libro, più o meno, ed è questo: “Gli studiosi moderni sono inclini a respingere l’opinione secondo cui l’epoca della frontiera sarebbe finita nel 1890, quando l’ufficio censimenti degli Stati Uniti annunciò che la frontiera, in quanto linea di confine, non esisteva più; secondo loro non ha mai smesso di esistere, e la sua caratteristica principale è la violenza”.

Ecco: bisogna pensare a questa terra – il sud ovest americano – come a una zona senza confine, come a una linea astratta che si muove lungo tutta la geografia dell’area, terre capaci di promesse messianiche (la ricerca delle mitologiche sette città di Cibola) e di guerre tra nativi e nuovi conquistatori, o più recentemente tra narcotrafficanti e agenzie governative. O ancora, tra lo sfruttamento indotto dal capitalismo più sfrenato e la resistenza delle popolazioni più povere. Nei viaggi che compongono la sua mappa, Shoumatoff si è imbattuto in una continua lotta tra bene e male – e anche qui, il confine è spesso indefinibile; nelle concezioni dei nativi pueblo, la distinzione non è netta come nella cultura occidentale – nelle tracce lasciate da secoli di culture caoticamente sovrapposte l’una all’altra. Senza dubbio a causa di un confine che non esiste, e per via del coagulo di culture e popolazioni qui concentrate, queste terre hanno ispirato e continuano a ispirare decine e decine di film e romanzi che vanno dal genere popolare al più letterario, storie tutte rintracciabili in Leggende del deserto americano.

Andiamo in ordine sparso, seguendo una miscellanea di eventi storici e fiction: è dalle piste dell’Arizona che sono passati i cowboy ritratti da Hollywood (il primo mito americano, talmente fulgido da portare un attore “che aveva fatto la parte del buono in decine di western”, come ricorda Shoumatoff, a diventare presidente degli Stati Uniti). Qui l’italiano Gian Luigi Bonelli ha piazzato i suoi eroi Tex Willer e Kit Carson. Qui arrivarono, attratti dal miraggio di una vita pura e lontana dal centro di un’impero vissuto come decadente e corrotto, i protagonisti della controcultura americana degli anni Sessanta, da William Burroughs a Gregory Corso. Qui, nella contea di Lincoln, si tenne la sfida tra Billy the Kid e Pat Garrett, e a Tombstone, Arizona, ci fu la sparatoria più famosa del west, quella dell’O.K. Corral. Tutte storie ben note a un certo Bobby Dylan. La leggenda del battaglione di San Patrizio, la brigata di sbandati irlandesi passata dalla parte dei pueblo e cantata dai Chieftains e Ry Cooder, è stata di recente illustrata in un bel fumetto di Andrea Ferraris uscito per Coconino, Churubusco.

Ma ci sono altri rimandi, oltre a quelli direttamente rievocati da Shoumatoff, nascosti nelle pieghe del suo libro. Il Cormac McCarthy (probabilmente il miglior Cormac McCarthy) di Meridiano di sangue: le scorribande colme di violenza del Ragazzo e del giudice Holden, perse tra l’Arizona e il Chihuahua. Una delle sottotrame di Infinite Jest, il comico incontro tra Marathe e Steeply, si svolge su un affioramento con vista su Tucson.

Shoumatoff racconta il desolante panorama delle maquiladoras di Ciudad Juàrez, con la sua successione di stupri e omicidi di giovanissime ragazze raccontato da Roberto Bolaño in 2666. Il Don DeLillo di Underworld passa da queste parti – dove un’artista ridipinge vecchi aerei bombardieri reduci dalla guerra in Vietnam. In definitiva, Leggende del deserto americano (originariamente pubblicato nel 1997) è soprattutto una gigantesca concentrazione di mitologie e storie reali.

“Diciamo semplicemente che il deserto è un impulso”, scriveva De Lillo in Underworld.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
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