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La frontiera US-Messico in quattro libri

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Linus, che ringraziamo.

1.

C’è un punto della frontiera tra Stati Uniti e Messico in cui se provi a chiedere in che Stato ti trovi, nessuno sa dirtelo con certezza. Potrebbe essere Texas, o Nuovo Messico, potrebbe anche essere Messico. Sono poche centinaia di metri tra El Paso e Ciudad Juárez, in assenza di muro e separate solo dai binari della ferrovia che collega le due città e dal rapido passaggio di qualche treno. Tra un treno e l’altro messicani in cerca di un futuro migliore provano ad attraversare clandestinamente e rapidamente i binari, rifugiandosi nelle cucine di un ristorante italiano che è affacciato sul Messico ma è già in territorio americano.

Prima e dopo ci sono solo chilometri di muro, evocativo di viaggi interrotti, famiglie divise, violenza diffusa. Nell’estate del 2015 ero finita lì quasi per caso, in quel ristorante avevo ascoltato storie di migrazioni riuscite e di migrazioni fallite, poi avevo visitato la città fantasma e il piccolo cimitero di Smeltertown, semidimenticati e arroccati su una collina di El Paso, a ovest dell’Interstate 10, e infine avevo costeggiato chilometri di muro che a tratti è fatto di sbarre rosse di ruggine, a tratti è una sequenza ininterrotta di grate in acciaio dietro le quali si estende la baraccopoli infinita di Juárez, costellata da costruzioni cubiche in cemento armato, piccoli fortini abitati dai narcos, e scandita da spari frequenti che in altri paesaggi sarebbero botti ma lì sono proprio spari.

Mia guida temporanea in questo breve viaggio a El Paso era Phoebe Gloeckner, scrittrice e fumettista americana, autrice nel 2002 del magnifico memoir semiautobiografico e parzialmente a fumetti Diario di una ragazzina (Fernandel, pp. 352, 15 euro). Da una quindicina d’anni Gloeckner è impegnata nelle ricerche e nella realizzazione del suo nuovo imponente progetto dedicato alla frontiera tra El Paso e Ciudad Juárez, ai femminicidi e alla storia di una famiglia di una delle centinaia di ragazzine assassinate o scomparse.

Il progetto di Gloeckner è nato nel 2003 come una storia in forma di fotoromanzo, realizzato fabbricando e fotografando piccole bambole e set tridimensionali. Qualche anno dopo, la storia è stata pubblicata nell’antologia di graphic reportage curata dall’attrice Mia Kirshner I Live Here (Pantheon, pp. 320, $ 29.95), ma per Gloeckner è stato solo il punto di partenza per un più vasto progetto multimediale ancora in corso che si chiamerà The Return of Maldoror ma non ha ancora una data di uscita e che contempla uno o più volumi di testi e foto, registrazioni audio, video in stop-motion. È iniziato come un libro ed è diventato una grande opera in divenire, che procede di pari passo con la cronaca e la vita.

2.

Affine al progetto di Gloeckner è il nuovo romanzo della scrittrice messicana Valeria Luiselli Lost Children Archive(Knops, pp. 400, $ 27.95; uscirà in Italia in settembre per La Nuova Frontiera), dedicato anch’esso alla frontiera tra Stati Uniti e Messico e corredato di preziose bibliografie e polaroid. Profondamente lirico e altamente commovente in tutte le sue quattrocento pagine, Lost Children Archive è la storia di una famiglia precaria come molte. I protagonisti sono un uomo e una donna che si sono molto amati, hanno convissuto, condiviso i rispettivi figli e lavorato insieme per anni, e a un certo punto della loro vita comune hanno capito che è arrivato il momento di lasciarsi.

Insieme a loro ci sono il figlio di dieci anni dell’uomo e la figlia di cinque anni della donna, bambini che hanno conosciuto una forma di fratellanza che con i legami di sangue non ha niente a che fare, e che non per questo manca d’affetto o d’amore. I due adulti di mestiere documentano il presente e il passato registrando suoni: lui è in cerca di echi di capi tribù apache scomparsi da tempo e vissuti da qualche parte tra l’Arkansas, il Texas, il Nuovo Messico e l’Arizona; lei lavora a un progetto che documenti la presenza temporanea di bambini che hanno attraversato prima il deserto e poi la frontiera tra il Messico e l’America, per poi essere fermati e trattenuti nei centri di detenzione per minori, e da lì rispediti in Messico.

I due bambini li seguono in un viaggio in automobile che sarà formativo e trasformativo per tutti, rivelatore soprattutto di una giusta prospettiva da cui guardare alle recenti cronache della frontiera, o in generale, da cui guardare alle cose e ai fatti del mondo. La giusta prospettiva in questo caso è quella dell’infanzia, sottratta nella vita reale dal quadro generale, negata alle famiglie e agli stessi bambini prima ancora che ai paesi di provenienza e destinazione. Ma come si fa a immaginare un mondo senza infanzia? In una delle scene più liriche e belle del romanzo di Luiselli, i due bambini, che per cercare di salvare altri bambini hanno abbandonato incautamente genitori, automobile e viaggio, si ritrovano ad ascoltare “Space Oddity” di David Bowie dal jukebox di un diner sperduto tra i deserti americani.

Laddove qualunque adulto senza un soldo in tasca, senza un cellulare e senza la più pallida idea di dove si trovi in quel momento, si perderebbe d’animo, il fratello maggiore dice alla sorellina: “è una delle nostre canzoni, tua e mia, una delle canzoni che sappiamo a memoria e che cantavamo in macchina con papà e mamma prima di perderci o che loro si perdessero o che tutti quanti ci perdessimo”. I due bambini non si perdono d’animo e a squarciagola cantano “Space Oddity” da capo a fine, felici per il tempo della canzone, presenti a quella felicità, completamente noncuranti del futuro. Come dovrebbe accadere in tutte le infanzie.

3.

The Border (HarperCollins, pp. 736, $ 28.99; uscirà in Italia in giugno per Einaudi Stile Libero) è il terzo tomo dell’impeccabile e appassionante trilogia dello scrittore americano Don Winslow, iniziata nel 2005 con Il potere del cane, a cui ha fatto seguito dieci anni dopo Il cartello (entrambi pubblicati in Italia da Stile Libero), e interamente dedicata a politica, corruzione e narcotraffico tra Stati Uniti e Messico. Protagonista è Arthur Keller, agente della DEA, che in questo capitolo conclusivo della saga viene chiamato a dirigere l’agenzia, trasferendosi dal Messico a Washington, D.C. Dei tre volumi, The Border è il più politico, il più americano e probabilmente anche il più bello, abilmente modellato sulla recente cronaca politica americana e così verosimile da presentarsi come una variante appena un po’ romanzata della cronistoria degli Stati Uniti durante l’ultima campagna presidenziale e la conseguente amministrazione Trump e di quella recente e brutale del Messico (la strage di Ayotzinapa del 2014 è uno degli eventi realmente accaduti che ritroviamo nel romanzo).

Accanto alla storia e alla cronaca, sfilano questioni urgenti e contemporanee: il muro tra Messico e Stati Uniti, l’inadeguatezza del sistema carcerario, il traffico di bambini al confine con il Messico, l’influenza dei finanziamenti esteri sulla politica della Casa Bianca, soprattutto il dilagare dei farmaci oppiacei e poi dell’eroina nelle grandi metropoli americane. Lo stile è quello della grande letteratura, il linguaggio è del cinema e delle serie tv, inchiodando il lettore alle storie di narcotrafficanti, agenti federali e poliziotti che quando, giunti al terzo monumentale tomo della saga e sopravvissuti a situazioni e crimini estremi, sembrano trovare sempre la cosa giusta da fare per lasciarti in attesa di quello che succederà poche pagine dopo. Chapeau per Winslow, autore di best-seller che meritano ogni gloria e singolo lettore.

4.

A integrare i romanzi con fatti e storia vissuta è Francisco Cantù con Solo un fiume a separarci. Dispacci dalla frontiera (Minimum fax, traduzione di Fabrizio Coppola, pp. 263, 16 euro)riuscito e generoso incrocio tra un memoir e un reportage che testimonia con esattezza lirica gli ultimi dieci anni di storia della frontiera che separa il Messico dagli Stati Uniti. Americano ma di origini messicane, Cantù è nato e cresciuto in Arizona, a una giusta distanza dal muro da non vederlo mai ma vicino quanto basta da percepirne costantemente la presenza. All’università ha studiato i flussi migratori e le frontiere, attratto dal desiderio e dall’urgenza di capire meglio le logiche politiche ed economiche nascoste dietro a uno spazio ben più esteso dei 3200 chilometri di confine che separa ufficialmente le due Americhe.

Nel 2008, ventitreenne, ha mollato gli studi per iscriversi all’Accademia di polizia e diventare una guardia di frontiera, lavoro che ha portato avanti per i successivi quattro anni. Poi ha abbandonato il lavoro sul campo per tornare agli studi, scrivere questo libro, e trovare una maniera diversa e più efficace per agire sulla realtà e provare a modificarla. Solo un fiume a separarci è un’opera struggente, onesta e così bella da meritare un posto tra i migliori reportage scritti e pubblicati in questo millennio. Le storie raccontate nel libro hanno per protagonisti immigrati che cercano quotidianamente di attraversare il deserto e agenti di frontiera che quotidianamente li fermano e li rimandano indietro, li soccorrono quando arrivano in tempo, li piangono oppure li ignorano quando li trovano morti e non c’è più niente da fare.

Alcuni di questi agenti sono brava gente, altri no. Quasi tutti gli immigrati sono persone disperate in fuga da un Messico che la violenza degli ultimi anni ha trasformato in un paese in stato di guerra permanente. Alcuni immigrati sono bambini, spesso non accompagnati. Nel suo libro, Cantù cita alcuni poeti che negli ultimi anni hanno raccontato la frontiera. Tra questi c’è il giovane salvadoregno-americano Javier Zamora e un suo libro di poesie che si chiamaUnaccompanied. Lo compro subito dopo avere finito Solo un fiume a separarci, mossa da quella strana ma evidente fatica con cui ci si separa dai libri particolarmente amati. In copertina c’è lo stesso muro di acciaio e ruggine che avevo visto a El Paso nel 2015, vetusto, minaccioso e intatto. Apro a caso il volume, cercando poche frasi da leggere come fossero un responso dell’I Ching, profetiche e propizie per chiunque sia in viaggio da qualche parte intorno a una frontiera. Trovo i versi finali di una poesia che si chiamaPreghiera. Dicono:

L’ultimo giorno di scuola, dirò
solo ai miei amici più cari che volerò
dove la gente beve il latte freddo,
mette le fragole nei cereali,
mangerò fragole tutto il tempo
diventerò così alto che mi metterò a giocare a pallacanestro.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
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Un commento a “La frontiera US-Messico in quattro libri”
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  1. […] le parole che sono state spese in questi giorni sul web, mi pare che quelle di Tiziana Lo Porto, a proposito di una frontiera e di un muro e di gente straniera che cerca di attraversarlo, siano le più importanti. E […]



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